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Tra gli elementi maggiormente presenti nella cultura umanistica europea degli ultimi due secoli, un ruolo di rilievo è offerto dai temi della tristezza, della decadenza e della morte. L’età contemporanea, in particolar modo nel corso del Novecento, è stata indubbiamente contrassegnata da eventi fortemente tragici, la cui ricaduta sul piano culturale ha portato a una generalizzazione del sentimento della melanconia. Da questo presupposto si delinea lo scopo principale dell’ultimo saggio di Paolo Godani Melanconia e fine del mondo (Feltrinelli, 2025),intento a cogliere pienamente l’elemento sociale e metafisico della melanconia, ritenendone incompleta la mera trattazione come fenomeno psichico di natura personale o individuale.

Tale obiettivo è esplicitato già all’inizio del testo nella dichiarazione secondo cui lo studioso debba porsi come «clinico della civiltà» (p. 6) ossia come colui che riesce a rintracciare i presupposti fondamentali di un dato fenomeno sociale a partire dalla molteplicità dei materiali culturali. Il testo, infatti, presenta una prospettiva fortemente interdisciplinare, collegando figure e riflessioni appartenenti a un vasto numero di ambiti, dalla letteratura alla filosofia, alla psicoanalisi, all’antropologia e all’indagine artistica.

A ciò si aggiunge la peculiare situazione storica della melanconia, la cui diffusione attuale porta quasi a contraddistinguere il mondo contemporaneo come votato a essa, nonostante una certa vaghezza semantica ed esistenziale nella definizione di massa del fenomeno melanconico. La vocazione del testo alla chiarezza semantica è invece data dalla scelta del termine “melanconia” rispetto alla semplice “malinconia”, la cui motivazione consiste nell’evidenziare non uno stato diffuso e ordinario di tristezza, bensì un elemento maggiormente problematico da un punto di vista psicopatologico.

L’analisi di Godani si sofferma, infatti, sul tipo di melanconia proprio della contemporaneità, contraddistinto dall’osservazione della perdita di senso del mondo che ha caratterizzato una forte componente della cultura umanistica novecentesca. In questa forma, secondo Godani, il sentimento della melanconia è imprescindibile senza una data percezione del proprio corpo, concepito come effimero e votato alla decadenza, e una cognizione più generale, propria del melanconico in forma soverchiante, dell’intrinseca finitudine di ogni cosa. Il risultato è la convinzione che l’esistenza di sé e della totalità del mondo sia fondamentalmente insensata, motivando quindi la scelta di allontanarsi dal mondo stesso e da ogni falsa soluzione consolatoria. Allo stesso tempo, il soggetto melanconico è vittima di un paradossale senso di colpa per la propria inettitudine esistenziale, in quanto egli stesso si ritrova trascinato dalla perdita di senso del mondo, che non riesce a seguire ma neanche a respingere.

Questo sentimento è innanzitutto rintracciato dall’autore nella vasta fenomenologia socio-culturale dell’insieme di credenze implicite ed esplicite che costituiscono l’esperienza melanconica, partendo dal livello adolescenziale per arrivare a quello socio-culturale più avanzato passando per il ragionamento psicoanalitico. Di Freud, ad esempio, è recuperata la distinzione tra lutto e melanconia, consistenti rispettivamente nell’esperienza di una perdita di un oggetto riconoscibile e specifico e nel senso di colpa generale per non aver saputo evitare la complessiva perdita di significato della totalità dell’esistenza.

Con il procedere della lettura, è possibile notare quanto l’intento di diagnosi della civiltà annunciato nelle prime pagine si applichi alla globalità della cultura umanistica europea contemporanea, la quale troverebbe nella melanconia una sua profonda radice sostanzialmente nichilistica. Servendosi delle analisi filosofiche di Jean-Paul Sarte e antropologiche di Ernesto De Martino, Godani rivela come il mondo moderno colga non solo la caducità di ogni cosa, ma anche la complessiva perdita di senso che determina la caducità stessa. Se ogni cosa finisce quindi nell’essere effimera e slegata dalle altre, data la generale insensatezza dell’esistenza, il pensiero novecentesco ha spesso postulato l’esigenza da parte del soggetto umano di trovare, o meglio, di costruire un senso per il mondo. Tale atto si articola nella dialettica instaurata tra l’imperativo al trascendimento esistenziale e la convinzione, che funge da implicito presupposto a tale sforzo, che il mondo stesso e l’esistenza siano privi di senso. Il melanconico, tuttavia, non è di base in grado di compiere questo atto, che in una certa ottica assume perfino la forma di un superamento della componente più legata al mero insieme di processi vitalidell’essere umano. Il risultato di questo incagliamento esistenziale all’origine della melanconia rivela, dunque, che il tentativo di dare un senso al mondo al tempo stesso ne presuppone l’insensatezza. Il compito di giustificare l’esistenza diventerebbe allora un’operazione fondamentalmente illusoria, consistente, di fatto, nel voler costruire un altro mondo a scapito di quello esistente. 

L’analisi di quest’ultimo processo consiste nell’indagine su come il pensiero novecentesco che ha tematizzato la melanconia abbia riflettuto sul corpo e la sua intrinseca precarietà. In questa riflessione è possibile rintracciare la prima componente più marcatamente politica del testo, ossia quella dedicata al legame che storicamente ha unito la prospettiva nichilista con il progetto politico incarnato dal fascismo. Quest’ultimo è identificato con il tentativo sociale, estetico e metafisico di porre rimedio alla decadenza corporea attraverso l’elogio della disciplina e della forza di mettere ordine laddove la natura prevede invece il caos, la cui esistenza è ammessa e accettata. Dall’altra parte, anche la riflessione marxista, pur nella sua differenza specificamente politica, risulta essere espressione della medesima esigenza metafisica, ossia trascendere la natura per conferirle un dato ordine favorevole all’umanità. 

La proposta di Godani riguarda, invece, la possibilità di abbandonare l’escatologia rivoluzionaria classica e sostituirla con un «lavoro politico» (p. 89) focalizzato sulle forme di vita già in atto nel mondo. Il lavoro stesso, infatti, se in passato è risultato identificativo rispetto all’analisi di classe e perfino fondatore di una socializzazione che detta gli interessi della lotta politica, per Godani oggi risulta, invece, residuale rispetto alla globalità della vita del soggetto, che lo vive come mera condizione di sottomissione, e della produzione di valore, ormai nelle mani del capitalismo finanziario. La soluzione consiste, quindi, nella scelta, non compiuta dalla prospettiva comunista, di sottrarsi alla realtà produttiva propria della società capitalistica, abbandonando «la stessa partecipazione allo sviluppo delle forze produttive» (p. 89) in favore di «un’altra idea di umanità» (p. 89) e della formazione di una «comunità reale» (p. 89).

L’ultima parte del saggio è quindi dedicata a una simile prospettiva, riportata però all’ambito della riflessione metafisica ed esistenziale. La figura del melanconico, infatti, è connotata come in grado, grazie alla propria svalutazione complessiva della totalità del reale, di profilarsi ogni cosa senza subire gli effetti di un’antecedente riflessione riguardo la preventiva selezione di oggetti o valori. Un simile soggetto, definito «melanconico risanato» (p. 113) risulta quindi in grado di far rientrare il tutto in un medesimo piano di realtà, riuscendo quindi a modificare radicalmente la visione complessiva dell’esistenza ma senza la necessità di denigrare il mondo esterno o prefigurarne un altro.

Il risultato, che trae linfa dalla riflessione di figure come Walter Benjamin, è che ogni cosa finisca quindi per essere valutata secondo il proprio valore intrinseco, libera dall’insieme impattante di progetti, mitologie e influenze dovute all’intervento tramite parola o azione compiuto dal soggetto. L’elemento politico torna a essere ravvivato dalla convinzione che «giusta, dunque non è la società che dà a ciascuno il suo, né quella che, al limite, garantisce la perfetta uguaglianza di tutti con tutti, in fatto di possesso, bensì quella che consente a ognuno di fruire del sommo bene, cioè del mondo in quanto tale» (p. 131).  Sotto questo aspetto le cose finiscono persino per raggiungere, spinozianamente, uno stato che prescinde dal tempo, che invece corrisponde a un immagine del mondo in cui le varie entità sono viste nella loro separazione le une dalle altre e tutte oggetto di caducità.

Il richiamo di Godani consiste, quindi, nel tematizzare la melanconia in generale non limitandosi a considerarla nella sua componente di mera malattia sociale, ma espandendo la riflessione complessiva su di essa e sviluppandone il potenziale critico. La convinzione dell’autore è, infatti, che, pur mantenendo un atteggiamento verso il mondo potenzialmente analogo a quello della melanconia comunemente diffusa, la rivalutazione proposta permetta di trasformare la mera tragica indifferenza in un nuovo stato contemplativo puro nei confronti di un’unica realtà naturale particolarmente complessa e che, allo stesso tempo, si riveli nella sua mondanità. Il risultato è l’inserimento dell’entità umana nella globalità delle cose, in cui finirebbe per perdere il primato metafisico alla base dell’umanesimo.

In Melanconia e fine del mondo Godani richiama quindi alla funzione più radicale della filosofia come pensiero critico del proprio tempo, sfruttando una cultura enciclopedica nell’ambito del panorama culturale otto-novecentesco per evidenziare come l’insieme di presupposti su cui sono fondate le nostre principali credenze sia in realtà frutto di un esito storico potenzialmente reindirizzabile. La potenziale accusa di scarsa progettualità specificamente politica o di eccessiva astrazione, di cui spesso è vittima l’attuale riflessione filosofica, si rivela fondamentalmente ingiusta se applicata all’opera in questione. Quest’ultima, infatti, non solo dichiaratamente esprime la natura fondamentalmente embrionale per quanto riguarda il richiamo al rinnovamento politico-sociale su vasta scala, ma coglie anche un elemento chiave del mondo contemporaneo sia nelle sue ramificazioni culturali più elevate sia nelle premesse, di fatto implicite, di atteggiamenti e riflessioni comunemente diffusi. Godani, infatti, osserva il passaggio cruciale che vede la cosiddetta “religione della morte”, ossia quell’insieme di mitologie elogiative del conflitto e del sacrificio per una causa più grande, studiate da Furio Jesi, spostarsi dalla sola estrema destra novecentesca al generale piano culturale della contemporaneità. Il punto del discorso diventa di conseguenza il rintracciare l’esistenza di un nuovo impianto categorico-riflessivo, volto alla valorizzazione del reale non come giustificazione di rapporti di potere ma, al contrario, come elemento di emancipazione intellettuale rispetto all’esito nichilistico generalizzato. In conclusione l’opera non solo si caratterizza per una vasta portata culturale, ma anche e soprattutto per questo richiamo alla funzione diagnostica e critica che permette alla riflessione filosofica di trovare la propria collocazione nel panorama culturale contemporaneo.

Alessandro Jesi

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