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Philosophy Kitchen

Ma che cosa c’è sotto? – la domanda assilla ogni geologo, e dunque anche Ascanio Spinosa, protagonista del romanzo di Marcello Barison dal titolo Il formicaio, apparso quest’anno per i tipi di Castelvecchi. Il nome che il nostro porta sulle spalle è impegnativo: sarà anche un geologo, ma chi di noi non volge la mente al grande filosofo? In fondo, la domanda è la stessa. Non è necessario aver letto gli studi di Blumenberg per accorgersi che l’intero arco delle discipline scientifiche si avvale della metafora dello scavo: la ragione delle cose, di ogni cosa, viene letteralmente immaginata come qualcosa che fonda e che dunque “sta sotto” rispetto al fenomeno che indaghiamo… perciò bisognerà dissotterrarla! Dovremo scavare a fondo per scovarla. Moltissima parte del pensiero umano risponde a tale quesito e per converso la storia del mondo potrebbe essere vista come un «processo coprente»: nel suo incedere, lento ma inarrestabile, affastellando figure, eventi, date, nomi, popoli, culture quasi inavvertitamente lo scorrere del tempo genera l’effetto antitetico: seppellisce, copre, fa perdere le tracce di ciò che ora, appunto, si trova sotto.

Spinosa se ne accorge leggendo quello strano volume che gli è capitato tra le mani, in cui si mescolano l’andamento del romanzo, il tenore del saggio storico e la caratura del testo sacro – pieno di considerazioni economiche: «quale sarebbe l’oro della nostra epoca?». Dove lo si scova? Come lo si estrae? Che cosa ne ostacola il reperimento? In altri termini, come si produce “valore”? Così prende avvio una meditazione su una sorta di «stratigrafia del futuro».

Povero Ascanio! No, no, quella domanda che ti ronza nella testa non è dovuta alla formazione da geologo acquisita nei decenni. Né a quella breve lettura di storia economica. Non è la questione filosofica principale. E nemmeno la domanda scientifica per eccellenza. È molto di più, è molto più vasta. Ci accompagna tutti, studiosi e non, nel corso della vita, persino nei più piccoli gesti e nelle considerazioni che animano la nostra opaca quotidianità. Insomma, per dirla con le parole dell’autore: «Laddove c’è un mondo, c’è sempre anche un sottomondo».

Eccotene un esempio, caro lettore. Quando dovessi trovare l’acquaio infestato dalle formiche il tuo primo pensiero non andrà affatto a quel mucchietto di insetti, quello che vedi lì, di fronte a te. Subito ti chiederai da dove arrivino. E così fa Ascanio. Ora, il rapporto con le formiche assume subito un tono bellico: la falange nemica, l’idea di tagliare i rifornimenti alla colonna ostile; passare all’attacco; capire da dove fanno breccia; assediare il minuscolo fortino; vincere l’infaticabile nemico, presentato come il male intrinseco, primordiale. Intanto, un titolone di prima pagina del giornale recita: «A un passo dalla guerra». Traspare un curioso parallelismo tra la battaglia che Spinosa intraprende sul piano personale contro l’esercito delle formiche e la guerra – quella vera! – che sta scoppiando tra due nazioni. La casa di Ascanio, peraltro, si capisce che si trova in una zona di confine. Lezioni sospese, la breve telefonata di conferma con un collega: è scoppiata la guerra!

E così anche Spinosa mette in scena la propria guerra in miniatura, fatta di rappresaglie contro quel terribile corpo d’armata: saltando a piedi nudi sul tappeto, arriva persino a simulare gli effetti di un terribile bombardamento aereo con l’obiettivo di massacrare le truppe del nemico a sei zampe. Assieme alle iniziative sul campo, s’intensifica anche la retorica: «Aveva saputo trasformare le Termopili in Platea». Ma c’è un altro conflitto che compare in filigrana, quello tra Ascanio e sua moglie, morta ormai da tempo: anche lì, si trattava di una “tacita guerriglia quotidiana”, che in particolare si concentrava su due gesti elementari, vale a dire apertura e chiusura. Ascanio lasciava aperto, … e la moglie passava a chiudere. Ma quante cose, a ben pensarci, risentono di questa opposizione universale! L’autore qui ci aiuta: «i vasetti delle conserve, scatole, cassetti, stipetti, il tappo dell’olio o del detersivo, porte e finestre, l’astuccio delle penne, ogni genere di confezione, la tavoletta del bagno», per tacere dell’uso traslato, che consentirebbe di applicare il binomio a questioni morali, a tematiche sociali, a dinamiche psicologiche. Per farla breve, questa polarità di apertura/chiusura aveva determinato un litigio: il loro sodalizio segreto era stato stravolto, facendo emergere un dissidio profondo, o come dice l’autore «un’estrema, inconciliabile antinomia».

Devo ammetterlo, anch’io ci sono cascato. Leggendo queste pagine pensavo: ecco qui, esattamente come nell’Arminio e Dorotea di Goethe! Come sempre, non è cambiato nulla dopo duecento anni. Nella forma romanzo preme la necessità di parlare di una questione personalissima legandola in qualche modo a un evento universale, che permetta di generare un parallelismo tra il piano privato e quello collettivo. Pensavo ai vari piani del conflitto: la lite coniugale, la battaglia tra il geologo e le formiche, il combattimento che si stava profilando tra le due nazioni. Mi ero già fatto il mio bel quadretto, come se si trattasse di una specie di “stratigrafia della guerra”: del resto, anche per i conflitti, così come per tutto il resto, vale il problema delle cause, delle ragioni profonde che hanno scatenato lo scontro. Purtroppo, di questi tempi, ne sappiamo qualcosa! Scoppia una guerra e tutti noi ci chiediamo quali siano i motivi, al di là del casus belli. Il che ci consente di tornare, per l’ennesima volta, sulla questione principale: che cosa c’è sotto?

Invece no, il quadro si complica: le formiche irrompono e conquistano il campo. Quando Melville rammenta le favole mostruose e le misteriose allegorie che aleggiano sul capodoglio, si sofferma sull’incolore onnicolore d’ateismo, sul monumentale sudario bianco, sui racconti che circondano quella visibile assenza di tinta. Storie, miti e leggende si accumulano sull’enorme gobba dell’animale. Poi conclude: «di tutte queste cose la balena albina era simbolo». Noi, più modestamente, e passando alla tonalità antitetica, potremmo dire: di tutte queste cose l’oscuro formicaio era simbolo.

Non il bianco, ma il nero sarà il nostro emblema. Saccheggiando a piene mani il libro di Barison potremmo dire che le formiche si presentano come animale collettivo, dotato di intelligenza anonima e impersonale, un fluido, «un’immane massa acquosa e capillare», una miriade nera. Il formicaio è un «generatore di orrore» che vomita il nero all’esterno, letteralmente «la Bocca dell’Inferno». A questo punto dobbiamo anticipare che il nostro eroe compirà due grandi viaggi: uno potrebbe anche configurarsi come una specie di Odissea, nel senso che il geologo farà ritorno, benché al suo arrivo – esattamente come Ulisse – lo troveremo profondamente mutato rispetto a quando era partito. Di per sé non esplorerà altro che se stesso, ma quanto altro scoprirà attivo e operante in sé! C’è però un altro viaggio, in qualche senso ancora più vasto, più profondo: non si può dire che il primo viaggio sia un percorso individuale, ma certo il secondo è cosmico. Non è un’Odissea: da un simile viaggio non si fa ritorno. Nulla e nessuno ritorna, o forse in un certo senso sì. Un viaggio in cui si scopre che «le cose stavano così, ma anche non proprio così» e che «il mondo voleva più bene ad Ascanio di quanto Ascanio volesse bene al mondo». Un viaggio in cui Spinosa arriverà a «sentire troppo per sentire ancora qualcosa».

Un’apocalisse, dai tratti fortemente gnostici, con tanto di apocatastasi: a rigore non si tratta di stratigrafia, ma di geognosi.

Francesco Valagussa

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