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Disattivare. Soggettività e frammento nel viaggio di Fadini
Recensioni / Settembre 2024Un libro per passanti – il nomade di Deleuze e Guattari, il vagabondo di Delfini, il viandante di Nietzsche – Disattivare di Ubaldo Fadini (U. Fadini, Disattivare. Un’idea di filosofia, Ombre Corte, Verona, 2024) è un viaggio frammentario, solcato da scorci, sguardi fugaci, lacerti di possibilità, soggetti da venire. Un viaggio in cui il frammento è quello dell’idioma allegorico benjaminiano (W. Benjamin, Il dramma barocco tedesco, tr. it. di F. Cuniberto, Einaudi, Milano, 1999, p.190) e dell’aforisma nietzschiano (G. Deleuze, Nietzsche e la filosofia. E altri testi, tr. it. di F. Polidori e D. Tarizzo, Einaudi, Milano, 2017, p. 47), marchiato dalla profonda necessità del vuoto che divide le tessere del mosaico.
La sfida di Fadini, la sua proposta, “un’idea di filosofia” (come recita il sottotitolo dell’opera), si gioca tutta sulla spaccatura che incrina la massa compatta dell’esperienza, della sua quotidianità e apparente ovvietà, e la polverizza in stralci incommensurabili di pura esteriorità. Giocare coi pezzi, coi cocci dello specchio come Dioniso Zagreo, è la possibilità sulla quale scommettere, la critica contro ogni cristallizzazione, lo “smontaggio” di Celan, “a favore di nuove possibilità di composizione” (U. Fadini, 2024, p. 12), contro i metri stantii cui le società occidentali contemporanee e i loro complessi meccanismi di funzionamento interno obbligano. Lo spazio di questa scommessa è quindi la soggettività, il suo irrigidimento e la costruzione di prassi a venire per un suo allentamento (termine ricorrente nel testo, di origine benjaminiana): “molto nell’oggi concorre a una determinazione della nostra soggettività risolta su piani di sempre maggiore dipendenza” (p. 40). La portata di questa scommessa ha invece la sua misura nel “motivo del disattivare” (p. 12). Ed è all’antropologia filosofica moderna – su cui Fadini ha tanto lavorato – che si deve la prima messa a fuoco di questo tema, della sua latenza.
Anzitutto, l’Entlastung (esonero) di Gehlen, che rappresenta la “tecnica” capace di spezzare l’immediatezza entro il poliforme processo di metamorfosi evolutivo dell’uomo (p. 13), portando per certi versi alle estreme conseguenze la coincidenza che già Hegel reclamava tra Negatività e Autocoscienza (G. W. F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, tr. it. di V. Cicero, Giunti-Bompiani, Firenza-Milano, 2019, pp. 261-273), come impossibilità dell’immediatezza pura e semplice per l’esistenza umana: l’uomo è “un essere naturalmente artificiale” (p .59). Ma, il richiamo è ancora prima ad Alsberg e alla fondamentale istanza, che dà la cifra di tutta la sua riflessione sulla “disattivazione”, inerente la “corrispondenza – nella storia dell’umanità – tra lo stato del corpo e quello della tecnica” (p. 16). Si assiste infatti, nel corso del Novecento, ad un “processo di traduzione dell’antropologia filosofica in vera e propria antropologia della tecnica” (p. 60), che si fa prisma di diffrazione, e che spezza il fascio antropico nella trasparente pluralità delle sue frange; plasticità, carenza organica, contrazione della contingenza, agglutinazione delle prospettive, messa in forma dei bisogni. È il movimento costante tra pennellata e dipinto che detta il ritmo e imprime lo stimolo a molte delle pagine di Disattivare, oscillando costantemente tra il piano individuale e quello collettivo, e nella fattispecie istituzionale – altro tema caro a Fadini – in un rimbalzo senza partenze o arrivi, in perfetto isocronismo. Corpo e tecnica, infatti, incrociano in composizioni a più livelli individuo e società, naturalità e artificialità, finanche istinti e istituzioni. Tanto Deleuze, quanto Luhmann e Gehlen (cui è dedicato un confronto vivace e ampio, Fadini, 2024, pp. 115-135), le città di Lefebvre e Debord, le eterotopie di Harvey, sono i vettori in tralice che pongono in risonanza le molteplici componenti che, nell’interazione tra il macroscopico e il microscopico, costituiscono una società – o, meglio sistema, volendo rimanere vicini al lessico dell’antropologia filosofica –, le sue pluriformi articolazioni, nonché le interazioni tra le parti, e le fondamentali pratiche di disattivazione che s’innestano tra di esse.
È la stessa capacità di disattivazione, che Deleuze rivede nell’opera di Carmelo Bene, che irresolubile nell’avvenire o nel passato, si colloca precisamente nel mezzo, nel milieu, “né lo storico, né l’eterno, ma l’intempestivo” (p. 28): inattuale. L’attore diviene “un operatore” (p. 26), che introducendo una variazione continua, primariamente nella lingua, istituisce un “uso minore della lingua che consente di «ritirare» (disattivare…) «gli elementi di Potere o di maggioranza» (p. 29). Un tipo di critica che viene performata, portata letteralmente in scena, mostrando per contrasto, secondo Bene e Deleuze, la totale parzialità di operazioni artistiche speculari come quella di Brecht, l’altro grande sperimentatore della critica sociale nella stanza con tre pareti. Eppure, attraverso il commento di Muzzioli, è a partire da quest’ultimo punto di confronto che Fadini ricama una trama differente, uno spettro d’azione dell’opera brechtiana, non tanto incentrata sulla mera critica “agita” attraverso il testo (e quindi viziata da un intellettualismo insanabile), ma piuttosto sul sottile gioco di disancoramento del dispositivo di immedesimazione, in quanto motore della produzione letteraria di massa, a favore di una dinamica extra-morale di straniamento, – di nuovo – disattivazione, al contempo capace di portare tanto lo spettatore lontano dalle maglie della normalizzazione capillare di ogni aspetto del reale, quanto di portarlo così al di fuori del teatro stesso: “una pratica di distanziamento e disattivazione che non resta confinato alla scena teatrale e va invece a estendersi all’intera esistenza” (p. 35).
Ed è proprio questa pratica di distanziamento, questo gesto di allentamento, capace di ingaggiare le stratificazioni più profonde dell’Io precorporato post-fordista, l’occasione per isolare l’intenzione, teorica e pratica a un tempo, del testo di Fadini: l’idea che la soggettività, “sia possibile restituirla a quella sua inesorabile parzialità che ne segna infine la provvisorietà, la temporaneità (perlomeno per le forme che sono date, presenti)” (p. 40). Riaffermare con vigore rinnovato il valore di un modo di fare esperienza mai pienamente catturabile dagli attuali dispositivi integrazione, dagli orpelli della “nuova ragione del mondo”, per dirla con Dardot e Laval (P. Dardot, C. Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, a cura di I. Bussoni, Derive Approdi, Roma, 2013). “Se si prende atto come ancora oggi il principio di individuazione, sempre più mobile e performativo, sia rivolto a penetrare/assorbire la dimensione/dinamica del vivente” secondo logiche di valorizzazione capitalista, occorre istituire “pratiche innanzitutto di radicale dis/individuazione o comunque di «allentamento»/disattivazione relativa all’attuale configurazione dell’io” (p. 76). Lo stesso richiamo al Frammento teologico-politico di Benjamin, all’alchimia tra il Regno messianico e il Profano che lo struttura, agisce come funzione di reminiscenza della transitorietà insita nelle cose del mondo, nella natura, ma solo come fulcro di una leva capace di rovesciare la pavidità d’innanzi al caduco in gaia potenza di metamorfosi: la “ritmica naturale è già – nel continuo trapassare – felicità” (p. 72). La natura, messianica “in quanto la sua totalità spazio-temporale è eternamente e pienamente transitoria” (ibid.), è la stessa impossibilità di una solidificazione permanente, di un attecchimento duraturo di qualsivoglia dispositivo di controllo. “Insomma, la posta in gioco è quella di una ricerca dell’allentamento che permetta di scoprire la finalità di tale controllo e quindi i nuovi modi dell’asservimento, rapidi, veloci, mobili, mutevoli e però, proprio in ciò, continui e incessanti” (p. 43). Meccanismi e dinamiche la cui traccia, che oggi si riverbera nel torpore e nella deflazione della psicosfera, è il viatico verso occasioni di sperimentazione pratica, come già Handke vedeva. “L’«Io» si disattiva progressivamente nel sentirsi stanco“, rischiarando le zone d’ombra, le anomalie che sempre accompagnano l’ovvietà come una sottotrama, di modo che “il soggetto si trova sdoppiato, moltiplicato virtualmente” (p. 49). Di questa sperimentazione, ci fornisce l’effigie la stessa letteratura contemporanea – la novella, una certa novella, nello specifico – che rimbalzante tra le voci degli autori e dei critici, tra Fitzgerald, Deleuze, James, Celati, Delfini, Guattari, diviene essa stessa il campo in cui il frastuono del rigoglio inesausto della vita che incrocia le righe d’inchiostro sul foglio, fregiato dall’arcana preziosità dell’incertezza, si batte col razionalismo del romanzo – di un certo romanzo – contemporaneo, della sua celebrazione dell’ovvio, la sua esclusione dell’eccentrico, in coppia, si potrebbe aggiungere, all’incorniciatura di modelli di soggettività cerei, come quelli dei grandi romanzieri americani à la Roth o Updike; quelli che Foster Wallace appellava Gn, Grandi narcisisti (D. Foster Wallace, Considera l’aragosta, tr. it. di A. Cioini e M. Colombo, Einaudi, Torino, 2006, 55-63).
È affatto significativo che le battute conclusive del testo (se si escludono i due capitoli in appendice, Supplementi e Mostro e stupidità), si adagino sulla voce solida e morbida della pedagogia, che forse più di altre è in grado di squadernare le dinamiche intense di divincolamento costante da forme definitive, che rappresentano la vera posta in gioco della soggettività oggigiorno. Un campo dove, come ricorda Biesta, il fattore di in-formazione è strutturato secondo una procedura di riduzione della libertà a “libertà neoliberale”, libertà di acquistare e consumare, presumibilmente in attesa di essere consumati (p. 110). Si chiude così, Disattivare, richiamando il ricordo di un’apertura diversa, forse un fantasma per l’epoca attuale; una libertà puramente espansiva ma incapace in ciò di avvocare un potenziamento egoico, con gli occhi strabuzzati innanzi all’infinita distanza – nei termini di Lévinas – rispetto all’Altro, che è il vestibolo, in verità mai oltrepassato, di quello che una soggettività può essere tra disattivazioni e trasformazioni, smontaggi e segmentazioni.
Andrea Lucchini
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La colpa del romanzo: letteratura e morale
Recensioni / Giugno 2024È ormai noto che, da almeno trent’anni, la teoria letteraria si è ribellata contro il demone che la constringeva ad opporsi al senso comune, per indagare sul rapporto che lega la letteratura al “mondo della vita [1]”. Anziché considerare l’opera letteraria un oggetto autonomo e privo di legami con il mondo esterno, la teoria letteraria riconosce ormai il suo statuto di opera aperta al dialogo con il lettore. Tale presa di coscienza ha favorito il diffondersi, in seno alle università statunitensi ed europee, delle cosiddette letture “morali” della letteratura, ovvero di interpretazioni volte a mettere in evidenza la capacità delle opere letterarie di suscitare una riflessione, da parte del lettore, su temi etici. Il rilevo, e il prestigio, che tali letture critiche hanno assunto nel corso degli anni ha spinto diversi autori a parlare di una “svolta etica” negli studi letterari. In un periodo storico come il nostro, caratterizzato da una forte polarizzazione delle opinioni, la fase etica della ricerca in letteratura è esposta al rischio di radicalizzazioni capaci di modificarne profondamente gli orientamenti orginari. Di fatto, dalle letture morali si è passati progressivamente alle letture moralizzatrici, le quali riprendono l’anatema platonico diretto contro la letteratura, quest’ultima ritenuta corrutrice morale della società. Il che ha un carattere paradossale: proprio nei luoghi in cui, più di ogni altro, si dovrebbe stimolare il gusto per la lettura e l’analisi dei testi, si promuove al contrario la censura e la riscrittura delle opere letterarie del passato.
Cosciente della gravità della situazione, Paolo Tortonese, in La Faute au roman. Littérature et morale, intende scagliarsi contro le censure contemporanee, fare un bilancio della svolta etica negli studi umanistici, e suggerire qualche via d’uscita per delle future ricerche. La critica delle letture moralizzatrici contemporanee non deve tuttavia far pensare a un atteggiamento nostalgico dei cosiddetti approcci “estetizzanti” della letteratura, secondo cui l’esperienza letteraria differisce totalmente da altri tipi di esperienza, specialmente dall’esperienza quotidiana del lettore. Al contrario, l’approccio di P. Tortonese si iscrive nel filone delle letture morali della letteratura, che pur ammettendo il carattere singolare dell’esperienza letteraria, ne riconosce la capacità di proporre al lettore una “complessa pluralità di prospettive morali” (p. 25). La presa di distanza dalle tendenze attuali costituisce dunque, in realtà, una presa di posizione contro gli eccessi delle letture morali, a favore di un approccio equilibrato, che possa articolare le prospettive estetica ed etica.
L’introduzione espone con chiarezza i termini della questione e insiste sulla gravità della situazione. Senza mezzi termini, P. Tortonese sostiene che la critica e la teoria letterarie contemporanee attraversano una fase oscurantista. L’autore sembra particolarmente preoccupato per i risvolti istituzionali che tale tendenza potrebbe provocare: “bisogna trovare qualcosa di nuovo, altrimenti il clima di censura avanzerà, e dei veri e propri divieti istituzionali si moltiplicheranno, dietro il pretesto di trigger warning o sotto altri pretesti” (p. 12). Peccato che in maniera alquanto sorprendente, la critica contro l’“ondata oscurantista” (p. 11) non sia stata ripresa e approfondita in altre sezioni del saggio. Per capire a chi P. Tortonese si riferisce, bisogna andare a leggere la critica rivolta a Tiphaine Samoyault, in un articolo pubblicato sul portale fabula.org [2], in seguito a un intervento di quest’ultima alla radio francese, a proposito di una nuova edizione delle opere di Roald Dahl. Secondo T. Samoyault, la pratica di riscrittura di testi letterari del passato costituisce da sempre una tendenza piuttosto comune, quindi non ci si deve stupire della volontà di certi editori di proporre delle nuove traduzioni. P. Tortonese ritiene aberrante voler difendere tali pratiche, poiché, innanzitutto, esse storicamente non costituiscono affatto la norma. Al contrario, da più di due secoli si difendono i diritti degli autori e si stabiliscono delle edizioni critiche dei testi letterari. Le pratiche di censura e di riscrittura contemporanee sarebbero l’espressione di un relativismo culturale per il quale tutte le interpretazioni si equivalgono e sono ammesse. In questo articolo, P. Tortonese insorge contro le tendenze contemporanee, ed espone vari argomenti a favore dello sviluppo dello spirito critico e dell’uso ponderato della contestualizzazione. Di tutto ciò non vi è traccia in La faute au roman. Littérature et morale. Il lettore che conosce la verve dell’autore riguardo certi temi non può che rimanere deluso della scelta di non aver quantomeno incluso l’articolo sopracitato all’interno del volume. Ci si interroga sulle ragioni di tale esclusione e della mancanza di una critica articolata delle pratiche di riscrittura e di censura attuali.
Una di queste, può essere la volontà dell’autore di rispondere agli attacchi della censura volendo proporre, anziché una critica articolata, un primo bilancio dell’“ethical turn”, attraverso una ricostruzione della storia concettuale di tale tradizione, a cui è dedicato il primo capitolo, e alcune considerazioni sul rapporto tra letteratura e morale, partendo da due capisaldi della ricerca di P. Tortonese: l’analisi delle opere di Aristotele, a cui è dedicata la seconda sezione, e qualche “lettura morale” di alcuni capolavori dell’Ottocento, a cui è dedicata la terza e ultima sezione del volume. Tale scelta di temi fa pensare che l’autore desidera sopperire all’assenza di una critica approfondita volendo presentare, da un lato, una genealogia del problema, e, dall’altro, mostrando il buon esempio attraverso l’esercizio critico del metodo ermeneutico.
Nella prima sezione del saggio, P. Tortonese ripercorre la storia concettuale dell’ethical turn, ponendo come punto di partenza la pubblicazione, nel 1987, del saggio di Wayne Booth The Company We Keep. W. Booth e Martha Nussbaum, entrambi colleghi all’Università di Chicago, si interrogano sul rapporto tra morale e letteratura prendendo spunto dall’opera di Aristotele. I due ricercatori arrivano però, secondo Tortonese, a delle conclusioni diverse: se W. Booth ritiene il giudizio morale del lettore costitutivo del rapporto di quest’ultimo con l’opera, M. Nussbaum, dal canto suo, mette in risalto il valore educativo della letteratura. P. Tortonese menziona anche l’etica paradossale dei post-strutturalisti, per i quali il fatto di contestare ogni morale precostituita costituisce il valore etico dell'approccio del lettore ai testi letterari, e le teorie di qualche precursore della svolta etica: Alasdair MacIntyre, Barbara Hardy, Hilary Putnam, Elizabeth Anscombe, Iris Murdoch, i quali esplorano il rapporto tra narrazione letteraria e il mondo dei valori, degli affetti e della conoscenza. La ricostruzione storica si conclude con l’analisi delle teorie di alcuni filosofi francesi, Vincent Descombes, Jacques Bouveresse e Pascal Engel, i quali sviluppano la loro riflessione a partire dalla distinzione aristotelica tra conoscenza pratica e conoscenza proposizionale. Questa panoramica possiede il merito di far dialogare pensatori francesi e statunitensi, mostrando la maniera in cui il pensiero degli uni arrichisce e completa la riflessione degli altri. Purtroppo P. Tortonese non mette in relazione la sua lettura della svolta etica con gli sviluppi attuali. Inoltre, l’autore sembra non prendere sufficientemente in considerazione il fatto che, ad eccezione degli autori post-strutturalisti, gli autori citati prendono tutti spunto dal pensiero aristotelico. Sono due omissioni importanti poiché il lettore si domanda in che modo si sia arrivati alla situazione attuale partendo da tali presupposti. Il neo-aristotelismo contiene in sé i germi dell’oscurantismo o le tendenze attuali possono essere considerate anti-aristoteliche ? O di tipo neo-platonico, come l’afferma, ad esempio, Guillaume Navaud [3] ?
La prima sezione si conclude con qualche riflessione interessante sulla relazione tra l’azione dei personaggi letterari e la legge morale. P. Tortonese dimostra, in modo convincente, traendo spunto dalle considerazioni di alcuni autori come Balzac, che il mondo narrativo proiettato dalla finzione letteraria non necessariamente costituisce un mondo ideale dal punto di vista morale. Di rimando, il mondo della narrativa anti-idealista non può essere considerato un mondo sprovvisto di ogni principio etico. Queste due considerazioni si uniscono ad altre riguardo l’azione dei personaggi, che, come l’autore l’aveva già dimostrato in L’homme en action. La représentation littéraire d’Aristote à Zola (2013), rappresenta il fulcro narrativo di ogni romanzo. Tra l’azione dei personaggi e le motivazioni che li spingono ad agire, esiste spesso un divario che l’interpretazione del lettore tende a colmare tramite lo svilupparsi di una riflessione di stampo morale.
La seconda sezione del saggio è dedicata alla deduzione, dal confronto tra diverse opere di Aristotele, di alcune piste interpretative a proposito del rapporto tra morale e letteratura. Secondo P. Tortonese, dietro la rigidità apparente del modello aristotelico della Poetica, per il quale ogni personaggio compie necessariamente delle azioni coerenti col proprio carattere (ethos), si cela un modello flessibile e articolato, che è possibile dedurre da un’analisi di altre opere del filosofo, specialmente dalle due Etiche. Aristotele mostra che non sempre il desiderio e la spontanea volontà coincidono: le due cose possono trovarsi in contrasto in diverse situazioni. Tale opposizione rivela un dilemma interiore, che P. Tortonese definisce “un conflitto tra parti dell’anima” (p. 133). Seguendo la stessa logica, Aristotele dimostra inoltre che il rimpianto che Edipo prova in seguito alla rivelazione del suo parricidio, manifesta la presenza di intenzioni contrastanti che ne hanno condizionato l’agire. Trattando diversi temi tra cui il rapporto tra virtù e felicità, desideri e conoscenza, disposizioni innate e abitudine, nell’opera di Aristotele, P. Tortonese dimostra come il pensiero dello Stagirita racchiuda una complessità capace di rinnovare la riflessione in critica letteraria.
Il saggio si conclude con alcune “letture morali” di diverse opere letterarie dell’Ottocento. Attraverso l’interpretazione di alcuni passaggi tratti dalle opere di alcuni romanzieri, tra i quali Mary Shelley, Honoré de Balzac e Eugène Sue, P. Tortonese dimostra come all’interno di un romanzo si scontrino delle visioni del mondo spesso molto diverse tra loro. Di particolare interesse è la parte dedicata all’analisi di un passaggio tratto da Eugenie Grandet di Balzac: l’opinione secondo cui l’interesse e l’amor proprio siano due manifestazioni differenti dell’egoismo, difesa dallo stesso Balzac, serve da spunto a P. Tortonese per raccontare la trasformazione ideologica che è avvenuta nel corso del XVIIe secolo, durante il quale l’interesse individuale comincia ad essere considerato non tanto un vizio privato, quanto piuttosto una virtù pubblica. In questo modo P. Tortonese mette in luce la volontà di Balzac di andare in controtendenza rispetto alla morale dell’epoca, e di riprendere la visione moralista del Seicento. Queste riflessioni, insieme ad altre rivolte a evidenziare la molteplicità di prospettive presenti nelle opere letterarie dell’Ottocento, spingono il lettore a domandarsi come si possa voler censurare tali opere. Spiace che in questo capitolo, come in altre sezioni del saggio, P. Tortonese non faccia alcun riferimento agli argomenti difesi dagli “accusatori” del romanzo, tanto che la loro esistenza appaia al lettore quasi fantomatica: l’autore menziona solo tre persone nelle prime due pagine del saggio, una sua “simpatica” studentessa, un hater anonimo che lo ha criticato e il regista teatrale Leo Muscato a proposito della Carmen di Bizet. Inoltre, sarebbe stato interessante conoscere l’opinione di P. Tortonese a proposito di altri approcci critici, come quello adottato dalle autrici di Pour en finir avec la passion [4], Sarah Delale, Élodie Pinel e Marie-Pierre Tachet, pubblicato anch’esso nel 2023, che analizzano dei testi del passato, tra cui proprio le opere di alcuni romanzieri dell’Ottocento come Stendhal, partendo da una prospettiva lontana dalla sua e vicina al movimento femminista.
In conclusione, La Faute au roman. Littérature et morale contiene diverse considerazioni interessanti sul rapporto tra letteratura e morale, e possiede il merito di prendere posizione, con chiarezza, contro la censura delle opere letterarie del passato. Peccato che la critica a coloro che P. Tortonese definisce “sinistri precettori vittoriani” (p. 11-12) rimanga essenzialmente sullo sfondo, tanto da far riflettere sulla pertinenza del titolo: alla fine della lettura, non si capisce quale sia la colpa del romanzo secondo i suoi detrattori. All’interno di un settore disciplinare che tende all’uniformità, come quello della teoria e della critica letteraria, ogni opinione diversa dalle altre è ben accetta: si spera che l’autore possa sviluppare più a lungo la sua critica in altre occasioni.
Antonino Sorci
Note
[1] Die Lebenswelt, secondo la definizione di Edmund Husserl.
[2] Paolo Tortonese, “Réécriture, lecture, censure”, Fabula, pubblicato il 19 marzo 2023, URL: https://www.fabula.org/actualites/113245/reecriture-lecture-censure-par-paolo-tortonese.html (consultato il 10 maggio 2024).
[3] Guillaume Navaud, “Corriger / annuler / purger le mal dans la fiction : résurgence d’un platonisme anti-aristotélicien ? ”, intervento al seminario “Comment lire ?” di William Marx, 6 febbraio 2024, URL: https://www.college-de-france.fr/fr/agenda/seminaire/comment-lire/corriger-annuler-purger-le-mal-dans-la-fiction-resurgence-un-platonisme-anti-aristotelicien (consultato il 20 maggio 2024).
[4] Elodie Pinel, Marie-Pierre Tachet, Sarah Delale, Pour en finir avec la passion. L’abus en littérature, Parigi, Éditions Amsterdam, 2023.
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Alexandre Gefen: l’idea di letteratura in Francia
Recensioni / Aprile 2022L'Idée de littérature. De l'art pour l'art aux écritures d'intervention (éditions Corti, 2021) propone un’analisi dei tratti costitutivi dell’idea di letteratura attualmente diffusa in Francia, cogliendone l’evoluzione dal punto di vista storico, geografico, tematico e generico. Particolare attenzione è riservata al panorama critico francese e alle influenze dal mondo anglosassone (studi postcoloniali, studi culturali, studi areali), nonché all’apporto di aree come le neuroscienze, l’antropologia e la sociologia. Vengono infine esaminate le attuali pratiche di scrittura, anche non professionale, nel quadro della diffusione delle nuove tecnologie.
Partendo dall’osservazione dei più recenti fenomeni del mondo letterario, come il dibattito suscitato dal conferimento del premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan nel 2016, la scelta di Svetlana Aleksievič per il precedente o le reazioni del movimento #Metoo, l’autore riflette sulla crisi teorica attualmente in corso, che si realizza con il passaggio da una concezione di letteratura come sfera autonoma a una littérature-monde (p. 37), inclusiva e democratica, consapevole del proprio ruolo nella formazione delle coscienze, incline a dar voce alle minoranze e rivolta a un pubblico ampio, libera dai formalismi e dai generi tradizionali e aperta alle contaminazioni con altre arti e discipline. Per Gefen, tale concezione si realizza grazie al superamento di una visione idealista, estetica ed estetizzante della letteratura, nata con il Romanticismo e basata sull’ordine soggettivo, qualificata dalla forma e comprensibile unicamente attraverso una disciplina endogena (la stilistica) o connessa al proprio campo (linguistica, semiologia o narratologia).
Per comprendere questa “rivoluzione silenziosa” (p. 37), l’autore ripercorre l’evoluzione dell’idea di letteratura nella sua accezione moderna a partire dal XIX secolo e dal Romanticismo, periodo del quale la concezione contemporanea è ancora ampiamente tributaria. A partire da questo momento, come noto, la letteratura acquisisce la propria autonomia inserendosi nello spazio dell’estetica, andando incontro alla disgiunzione del concetto di bello dall’oggetto rappresentato e alla liberazione dai canoni classici. La concezione dell’Art pour l’art, con il rifiuto dell’idea di utilità o utilitarismo, costituisce una tappa fondamentale di tale evoluzione. Nel corso del Novecento fino a oggi, l’idea estetica della letteratura ha configurato il campo letterario, determinandone la storia e la geografia, tracciandone la sociologia e influenzando la teoria dei generi e l’analisi delle pratiche di scrittura. Secondo l’autore, la riformulazione di tale paradigma, a cui tendono le opere, le pratiche e le teorie contemporanee, dovrebbe indurre a riconsiderare il progetto di autonomia estetica, riconducendolo a una semplice parentesi nella storia. Dal processo in corso, emerge una concezione dell’opera d’arte come oggetto culturale, nonché un maggiore interesse per le istituzioni e le relazioni di potere. In questo quadro, la critica postcoloniale mette in discussione l’universalità del giudizio estetico, chiedendo la sostituzione di categorie astratte con criteri locali e relativi e contestualizzando le produzioni.
Il secondo capitolo, dedicato all’estensione geografica della letteratura, ripercorre le principali tappe della formazione di un modello storicamente teleologico, elaborato a partire dal XIX secolo e legato alla formazione di nazionalismi letterari, estetici e linguistici. La nascita degli studi di comparatistica e la fabbricazione di un’idea occidentale dell’oriente conducono a un’apertura che resta però tendenzialmente eurocentrica, con metodi difficilmente applicabili in aree culturali lontane e variegate dal punto di vista antropologico. Da questo punto di vista, Gefen sottolinea la necessità odierna di ripensare la letteratura, privandola di modelli unidimensionali, con una temporalità policronologica e multidirezionale, relativizzando la struttura moderna del soggetto e il quadro occidentale in cui esso si esprime.
Sul piano tematico, l’autore individua nella letteratura contemporanea la realizzazione di un nuovo stadio del Realismo delle rappresentazioni, come già Auerbach aveva descritto nel fondamentale saggio Mimesis, qui rievocato (p. 109). Se il XIX e il XX secolo erano incentrati sull’esplorazione dell’esperienza umana nelle sue diverse sfaccettature, il XXI secolo si espande alla sfera dell’agentività non umana. A partire dagli anni 2000, con la globalizzazione e la presa di coscienza ecologica su scala mondiale, il potere di rappresentazione della letteratura viene riattivato per descrivere le forze socio-economiche. Inoltre, la funzione di critica sociopolitica si estende alla questione ambientale e i nuovi temi della letteratura relativizzano l’antropocentrismo precedentemente dominante. Con il rimescolamento ontologico causato dalla rivoluzione digitale, l’estensione del campo mimetico oltre la sfera dell’umano e l’attenzione al mondo della natura e agli oggetti, il campo della letteratura contemporanea si trova ormai di fronte a un “multirealismo”, concetto di Bruno Latour qui ripreso (p. 143). Il fenomeno porta all’indebolimento delle frontiere che separano i diversi generi letterari che, come categorie della percezione estetica, entrano in crisi. A caratterizzare le opere sono le finalità dei dispositivi, la maniera di produrre senso o la specificità cognitiva, i nuovi supporti digitali e l’esplorazione di regimi semiotici originali. Un tale movimento di decomposizione dei generi ha effetto anche sulle frontiere esterne della letteratura, sfumando la linea di demarcazione tra letterario e non letterario. Come sottolinea l’autore, le recenti etichette di neoletteratura (Nachtergael 2017), non-letteratura (Théval 2018) o di mondo postletterario (Colard 2018), testimoniano questo cambiamento.
Il capitolo dedicato all’estensione politica sottolinea come la concezione della letteratura come campo autonomo registri attualmente una perdita di rigidità a favore della nozione di relazione e dell’esigenza di intervento nel mondo. La fecondità morale e l’utilità cognitiva che contraddistinguevano le Belles Lettres in epoca classica rinascono in maniera eclatante nel mondo contemporaneo. Nella genealogia dell’Art pour l’art, le nozioni di désengagement e il principio di inutilità erano centrali per il principio moderno di autonomia della creazione. L’inutilità costituiva una qualità essenziale del campo estetico e lo scrittore era visto come una personalità in rottura con il mondo. Come sottolinea l’autore, la nostra epoca rinnova il legame con un’arte più politica e invita a relativizzare retrospettivamente la portata delle teorie insulari dell’arte. Dietro alla semplice nozione di utilità sociale, rinasce l’idea di una funzione cognitiva, antropologica e politica. Si parla nuovamente di poteri, di virtù, di ruoli, del posto della letteratura nelle questioni del mondo. Gli approcci cognitivisti, che sottolineano la funzione sociale della letteratura, permettono di reintrodurre la psicologia dei personaggi e dell’autore e propongono una descrizione cognitivista degli stili e delle forme. Altro segno dell’evoluzione, secondo Gefen, è l’impegno ritrovato degli scrittori contemporanei, in particolare sul piano dell’analisi del discorso, con lavori d’inventario sociale a favore della democrazia e della difesa delle minoranze. Gli scrittori percepiscono il loro lavoro come un dispositivo performativo che influenza la costruzione della realtà sociale e come un gioco ermeneutico, centrato sul testo e sulla sua enigmaticità. La descrizione a distanza della realtà si riappropria così dell’esigenza di dévoilement assegnatale da Sartre. Gli autori contemporanei si interessano alla questione dei migranti, all’evocazione dei crimini coloniali e delle tensioni sociali contemporanee e mirano ad allontanare i pericoli di un’identità percepita come essenza eterna. Al romanzo viene riconosciuto non solo il potere di riflettere, ma anche quello di informare e di costruire realtà sociali. La nuova fase di democratizzazione della letteratura, che subentra con la fine dell’elitismo, rivede inoltre la questione della responsabilità dell’autore, mentre le figure del dandy e dello scrittore invisibile tendono simultaneamente a scomparire, con la dissoluzione dell’opposizione proustiana tra l’“io sociale” e l’“io profondo” (p. 241).
Per quanto riguarda i più recenti mutamenti che investono le pratiche di scrittura, su cui l’autore si sofferma, si assiste a un processo di democratizzazione, caratterizzato dalla pubblicazione di testi online e dall’emergenza di autori non professionisti, fenomeni che la critica francese tarda a cogliere. L’estensione del campo si scontra con un riflesso culturale di protezione di una letteratura vista come ristretta e fondata sulla padronanza della forma, nella quale qualità e quantità si oppongono strutturalmente. Secondo questa visione, l’arte è concepibile unicamente secondo un regime maltusiano, con un canone di opere selezionate che si distingue da una produzione di consumo e da forme di espressione ordinarie (p. 255).
Il volume si chiude con considerazioni legate alle conseguenze che i fenomeni descritti esercitano sulla critica letteraria. L’autore sottolinea la necessità di adottare approcci idonei ai nuovi oggetti di analisi, con una presa di consapevolezza dei limiti del vocabolario della retorica e della linguistica e l’adozione di una terminologia descrittiva nuova, ad esempio attingendo dall’antropologia come nel caso di “densità” per definire la bellezza. Per rispondere all’estensione del concetto di letteratura e all’interdisciplinarietà che lega gli studi contemporanei e i diversi settori accademici, viene sottolineata la necessità di mobilitare conoscenze e metodi nuovi, come avviene nel passaggio dall’intertestualità di Julia Kristeva all’intermedialità di Jürgen Ernst Müller (p. 283). L’autore promuove una maggiore apertura degli studi letterari, con l’avvicinamento alle scienze sociali, alla teoria dei media, alla filosofia, agli studi culturali, alle scienze cognitive e alla teoria dell’informazione.
L’idée de littérature si presenta come un lavoro originale per la quantità e la qualità delle fonti citate nonché per le riflessioni di natura globale sull’idea di letteratura. L’apertura ad altre discipline, che l’autore condivide, si riflette nell’estensione della ricerca ad aree meno comuni, rievocando, come già sottolineato, metodi e approcci di aree quali la sociologia, la psicologia cognitiva e l’antropologia. Il vasto panorama critico considerato include lavori di ricerca europei e americani, proponendo un fruttuoso canale comunicativo. Attraverso il confronto con gli studi culturali e postcoloniali, lo scritto partecipa al difficile percorso di integrazione di queste correnti in una Francia ancora largamente incentrata sul concetto di francofonia, categoria secondo alcuni da superare in quanto espressione di una visione colonialista (p. 100; Forsdick e Murphy 2003 p.7-8; Moura 2008, pp. 55-61; Genin 2006, pp. 43-55). Con il riferimento alla letteratura mondiale, l’autore si inserisce in un dibattito che da più di due secoli (Goethe, Moretti, Casanova, Spivak, Damrosch) ruota attorno a questo concetto, come descritto da Pradeau, Samoyault (2005) e da David (2011). Gefen rievoca le critiche rivolte all’idea di letteratura universale proposta da Goethe, accusata di eurocentrismo o dominocentrismo ad esempio da Jérôme David (p. 92), e ripropone il dibattito che ha preso forma attorno alla pubblicazione del manifesto “Pour une littérature-monde en français” nel 2007, documento per la liberazione della letteratura dal patto esclusivo con la nazione che rischiava secondo alcuni di promuovere un paradigma unico e una prospettiva americana ed egemonica (p. 100). L’autore si esprime a favore del concetto letteratura mondiale, in grado, come afferma, di liberare la storia letteraria dal suo percorso teleologico (p. 102).
Le riflessioni sul ruolo dello scrittore nella società, sulla transitività e sulla funzione dell’opera letteraria, nonché sulla responsabilità dello scrittore si inseriscono nella ricerca che indaga il rapporto tra il testo narrativo e le idee politiche, le diverse concezioni di engagement e le modalità con le quali esso si esprime nel testo letterario (Suleiman 1983; Denis 2000; Sapiro 2011). Gefen aveva precedentemente esaminato la complessità delle strategie moderne di impegno e individuato alcune tendenze che contraddistinguono l’engagement contemporaneo (2005 p. 75-84). L’idée de littérature affronta il discorso della responsabilità e del ruolo dello scrittore nella società, mostrando come la concezione contemporanea della letteratura inauguri una nuova fase in cui mondo letterario e mondo civile, istituzioni letterarie e vita della comunità politica, economia letteraria ed economia comune cessano di opporsi (p. 241).
Il capitolo sull’estensione sociologica e istituzionale della letteratura si inserisce negli studi sul rapporto con le nuove tecnologie, dalla narratologia transmediale (Ryan 2002, 2018) alle recenti pratiche di scrittura in ambiente digitale, anche ad opera di scrittori non professionisti (Goldsmith 2018; Price e Siemens 2013). Il lavoro si basa su un’osservazione diretta di tali ambienti e pratiche, con particolare attenzione alla piattaforma Wattpad, alla quale l’autore si è ulteriormente interessato («Wattpad et la démocratisation de la littérature par Internet », in corso di pubblicazione). Per gli studi sui temi e sui generi e i contributi sull’apporto di discipline come la sociologia, la psicologia cognitiva e l’antropologia, rimandiamo alla bibliografia a fine volume, che mostra il ricco lavoro di documentazione e costituisce un valido punto di partenza per ricerche aperte al panorama critico internazionale.
di Virginia Melotto
BIBLIOGRAFIA
Colard, J.-M. (2018), «Bienvenue dans un monde post-littéraire», AOC, 6 septembre 2018, disponibile online: https://aoc.media/critique/2018/09/06/bienvenue-monde-post-litteraire/
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