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Performing Embodiment. Choreographies of affect, language, and social norms è una raccolta di saggi – se non una vera e propria coreografia, nel senso proposto dalle autrici e su cui ci soffermeremo più avanti – che intreccia la questione della performatività con la teoria dell’incarnazione. A cura di Alberica Bazzoni e Federica Buongiorno, la raccolta è inserita nella collana Cultural Inquiry della ICI Berlin Press, casa editrice dell’istituto di ricerca berlinese che nel 2022 ha ospitato il simposio da cui nasce il volume. L’ICI di Berlino rappresenta molto più che lo spazio in cui questi saggi hanno avuto la loro prima “pubblicazione” in forma orale, costituendo un luogo significativo nel percorso accademico di entrambe le curatrici, come si evince dalle note biografiche contenute in appendice al volume. Tale dettaglio non è qui inserito a titolo puramente informativo, ma permette di sottolineare l’importanza che l’elemento biografico ha per questo volume, quale dato troppo spesso invisibilizzato nella letteratura scientifica, a favore del raggiungimento di quella presunta oggettività che sarebbe garantita solo da un discorso in terza persona o da uno “sguardo di sorvolo”, nella definizione che ne dà Merleau-Ponty [1], tra i riferimenti principali del volume.

corpo

In controtendenza rispetto a questo atteggiamento e per mezzo di un preciso posizionamento ereditato dalla tradizione fenomenologica e da quella femminista, le autrici fanno del loro punto di vista situato un punto di forza del loro discorso e, più radicalmente, la stessa condizione della scientificità di ogni contributo. In una sorta di messa in pratica dei principi cardine di Manifesto cyborg, il volume rinnova l’insegnamento haraweyano secondo cui «solo una prospettiva parziale permette visione oggettiva», promuovendo una diversa concezione di oggettività che risiederebbe esattamente in quei «saperi situati e radicati nel corpo» (Haraway 2018). Il corpo è, a tutti gli effetti, il protagonista indiscusso dei singoli saggi, un corpo che però non si riduce a oggetto teoretico, una res extensa da riconciliare con la res cogitans, nell’ormai vecchia crociata contro il dualismo cartesiano, la quale raramente scuote la materialità dei discorsi, per dirla con Foucault (2004).

Il corpo che emerge dalle pagine del libro è un corpo tutt’altro che astratto: è un corpo che soffre, che danza, un corpo femminile, un corpo sportivo, un corpo materno, un corpo logorato dalle dinamiche accademiche. In una parola, un corpo situato. Tale espressione, di matrice merleau-pontyana, appare quasi tautologica se pensiamo al fatto che un corpo per definizione abita un determinato spazio e, per questo, non può che dirsi sempre collocato in una situazione. Ma, forse, tale tautologia mantiene ancora oggi una sua fecondità, soprattutto rispetto alla (quasi) totale mancanza nel dibattito teoretico di un’attenzione verso quelle situazioni particolari che lo accompagnano nell’esperienza vissuta. Questa appare la sfida del volume: passare dalla concezione filosofica del “corpo in generale”, alla trattazione di quei contesti specifici in cui il corpo emerge in prima persona, cessando di essere sia sfondo invisibile dell’esperienza, sia mero dato della riflessione, per diventare soggetto delle nostre azioni e, soprattutto, dei nostri pensieri. Questo perché, sottolineano bene le autrici, non basta parlare di corpo per promuovere un pensiero dell’embodiment, che vada oltre l’idea di una separazione mente-corpo riconoscendo la prima come mente incarnata. Molto più di questo, Performing Embodiment costituisce un vero e proprio laboratorio sul corpo: non si limita a tematizzarlo come oggetto di indagine, ma mostra in modo concreto che cosa significhi riconoscere la corporeità del pensiero, aggiungendo all’incarnazione quell’elemento performativo senza il quale il corpo rischia di restare un concetto astratto anche nei discorsi che lo interrogano.

Ogni contributo, in forma più o meno esplicita, mette in pratica questa metodologia che, come anticipato riprendendo Haraway, ha una connotazione fortemente femminista [2], ma anche fenomenologica. La riduzione trascendentale come pratica riflessiva risulta infatti un altro punto di convergenza tra i singoli contributi del volume. Come esplicitano le curatrici nell’introduzione, l’esercizio fenomenologico della riduzione trascendentale è performing embodiment nella misura in cui costituisce «un modo per riconciliare vita e riflessione», essendo al tempo stesso sia «uno sforzo di fermarsi e concentrarsi non sul modo presuntamente oggettivo in cui le cose sono, ma sul modo in cui si manifestano e vengono apprese soggettivamente», sia «una riflessione, un’astrazione dalla realtà del senso comune» (p. 6, trad. mia). In tal senso la fenomenologia, insieme al femminismo, rappresenta il principale riferimento teoretico e metodologico per le riflessioni raccolte nel volume, che nell’intreccio tra i concetti di performativity ed embodiment mettono in luce un corpo non come mero oggetto teorico, statico e fuori dal tempo, ma un «corpo impegnato in un movimento di co-costituzione col mondo», collocandolo nel «regno dei processi, del movimento e della poiesi» (p. 4). In questo tentativo Merleau-Ponty risulta sicuramente tra i riferimenti più utili della tradizione fenomenologica, ed infatti lo troviamo citato in più saggi del volume, affiancato da altre figure ricorrenti, come Butler, Sartre, Wittgenstein, per citarne soltanto alcuni.

Accanto al corpo, c'è un altro concetto di rilievo e tra i più interessanti della raccolta: quello di coreografia, intesa non solo come categoria artistica ma come chiave per pensare qualsiasi schema di movimento, ripetizione e variazione, dalla pratica linguistica a ogni forma di organizzazione collettiva. La coreografia funge da «strumento importante per cogliere la dinamica tra progettazione e improvvisazione» (p. 19), quindi tra mantenimento di schemi ereditati e sedimentati e loro modificazione nella messa in pratica. Come mostra L. Guidi nel saggio che apre la prima sezione sul linguaggio – a cui segue quella sulla danza e la terza e ultima parte dedicata al rapporto tra corpi e spazi sociali – è questo il senso profondo del concetto di performatività, soprattutto nella “doppia” accezione che ne dà Butler (2005): effetto di norme sociali preesistenti e causa che, nell'atto stesso di mettere in scena quelle norme, le ripete e così facendo le altera. In questo quadro, un ulteriore elemento chiave è l’idea di un’opacità intrinseca al processo di istituzione delle pratiche di soggettivazione. A plasmare l’io è un tessuto di relazioni corporee e affettive primarie con l’ambiente che, pur potendo essere tematizzate, restano essenzialmente irrecuperabili per un pensiero oggettivante. Si tratta di tracce a un tempo enigmatiche e trasformative, impossibili da narrare e interpretare ma ri-messe in atto, ri-incarnate nella vita di ogni soggetto. Opacità e impersonalità rappresentano quindi ulteriori pilastri concettuali che tengono insieme la raccolta di saggi, concorrendo a creare una nuova idea di soggettività essenzialmente corporea. Oltre, quindi, l’idea di un “io sovrano”, trasparente a sé stesso e in grado di direzionare la propria riflessione, e verso un tipo di pensiero guidato dal corpo. Tale idea può essere chiarita ulteriormente facendo riferimento a ciò che si sperimenta in gran parte delle pratiche meditative, in cui i pensieri sono dettati dall’ascolto del proprio respiro corporeo, e non il contrario. Si tratta di un’apertura o ricettività attiva, per la quale i confini tra passività e attività sfumano, rendendo insensata la dicotomia soggetto costituente e oggetto costituito, e riconfigurando tale rapporto come scambio reciproco tra io e mondo, solo a partire dal quale è possibile ogni atto creativo.

I temi della creazione, della nascita e della maternità costituiscono le ultime ricorrenze che merita qui richiamare. In particolare nel saggio di U. Fanning, in cui vengono analizzate le scritture autobiografiche di Ginzburg, Maraini, Ravera e Aleramo, il corpo materno diventa ciò che permette di concepire «corpo e libro in un gioco di reciproca illuminazione» (p. 93), mostrando come l'autorialità femminile italiana del Novecento integri performativamente intelletto ed esperienza corporea, proprio attraverso metafore di gestazione e parto. Sfidando il riduzionismo biologico che minaccia tali metafore, secondo Fanning ciò consente alle autrici di risignificare il binomio donna-madre non come qualcosa di svilente, ma come possibilità di divergere dallo standard normativo, scegliendo autonomamente il modo di definirsi corpo.

In definitiva, Performing Embodiment è un testo radicalmente femminista, al punto da non dover eleggere il femminismo a oggetto tematico, bensì integrandolo da ogni prospettiva come orizzonte comune, che emerge di volta in volta attraverso il posizionamento di ciascuna autrice. Diventando all’occorrenza simile a un manuale di istruzioni – in particolare nella trascrizione della conversazione tra la coreografa M. Guðjónsdóttir e la filosofa S. Kozel, che descrive pratiche di ascolto del proprio corpo e di abbandono a vissuti che sfuggono a un controllo cosciente – l’intero volume offre concrete modalità alternative per interrogarci sul modo di performare incarnando i nostri corpi.

In merito alle scelte metodologiche che guidano questa lettura, si è preferito non procedere a una sintesi analitica dei singoli contributi. Tale opzione, pur sacrificando l’indubbia ricchezza di contenuti dei saggi — che meriterebbe uno spazio ben più ampio di quello concesso da una recensione d’insieme —, risponde a una duplice esigenza: da un lato, l’impossibilità di rendere giustizia alla complessità dei singoli e numerosi contributi attraverso un resoconto necessariamente parziale; dall'altro, la volontà di preservare intatta la scoperta autonoma che attende il lettore. Questa, in ultima istanza, costituisce per chi scrive il maggior punto di forza della raccolta. Non si tratta solo di un contributo altamente aggiornato per il dibattito contemporaneo sull’embodiment e sulla performativity, grazie al lavoro di studiose e ricercatrici che da anni si formano su questi temi e che rappresentano oggi una bibliografia imprescindibile. In aggiunta a questo, il volume è in sé un’esperienza performativa. Lo è nello stesso modo in cui può esserlo un romanzo – e questo lo mostra bene Bazzoni commentando Água Viva di Lispector –, o la danza del tango, in cui si sperimenta una particolare modo di vedere e essere visti, come suggerisce nel suo saggio D. Olkowski. O ancora, come lo è l’esperienza di essere corpi femminili e non-conformi in ambienti maschili e normativi, come gli sport da combattimento, nell’interessante analisi che ne dà E. Virgili, o l’accademia, a cui è dedicato l’ultimo e prezioso contributo di C. Montalti.

Infine, volendo concludere da dove si era cominciato con Manifesto cyborg, si ritiene che il volume risponda con lucidità ed efficacia a ciò che Haraway si augurava quando scriveva che «abbiamo bisogno del potere delle moderne teorie critiche su come significati e corpi vengono costruiti, non a scopo di negare significati e corpi, ma per costruire significati e corpi che abbiano un futuro» (Haraway 2018).


di Marta Gailli

Bibliografia

Butler, J. (2005). Giving an account of oneself. Fordham University Press.

Foucault, M. (2004). L’ordine del discorso e altri interventi. trad. it. di A. Fontana, M. Bertani & V. Zini. Torino: Einaudi.

Haraway, D. J. (2018). Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo. trad. it. di L. Borghi. Milano: Feltrinelli.

Merleau-Ponty, M. (2003). Fenomenologia della percezione. Trad. it. di A. Bonomi. Milano: Bompiani.


Note

[1] Con "sguardo di sorvolo" Merleau-Ponty indica la pretesa epistemologica di porsi al di sopra del mondo e di osservarlo dall’esterno. È una posizione che il filosofo smonta nella costatazione che «tanto nel mio rapporto con me stesso quanto nel mio rapporto con altri, non c'è sorvolo né idealità pura. C'è ricoprimento di una passività da parte di un’attività. [...] Ogni produzione dello spirito è risposta e appello, coproduzione». Per un approfondimento, si rimanda a M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, tr. it. di A. Bonomi, Bompiani, Milano 2003.

[2] L’esplicitare il proprio posizionamento — biografico, corporeo, politico — come condizione di possibilità della ricerca e non come limite da nascondere è una pratica consolidata nella tradizione femminista. È Sandra Harding a teorizzarla in modo sistematico attraverso il concetto di standpoint epistemology: contro la pretesa di oggettività del sapere scientifico tradizionale, Harding argomenta che la conoscenza è sempre situata. Per un’introduzione al dibattito e alle sue evoluzioni — che coinvolgono, tra le altre, Dorothy Smith, Patricia Hill Collins e Nancy Hartsock — si rimanda a S. Harding (a cura di), The Feminist Standpoint Theory Reader: Intellectual and Political Controversies, Routledge, New York-London 2004.

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