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Rilevando come il fenomeno del vivente abbia sempre opposto resistenza al tentativo meccanicista di interpretarlo secondo rapporti causa-effetto propri della fisica moderna, il volume Fini senza scopi. Percorsi di neofinalismo tra Raymond Ruyer e Maurice Merlau-Ponty [1] prende sul serio la necessità di una riconsiderazione teorica del tema della finalità. La prefazione a cura di De Fazio e Cavedagna apre il percorso a più voci del volume, mettendo in discussione l’idea che il finalismo sia l’opposto speculare del meccanicismo, e mostrando come tale concezione presupponga una determinazione già “meccanicistica” del fine inteso come causa finale. Tale constatazione permette di distinguere programmaticamente il concetto di fine da quello di scopo: mentre lo scopo è esterno all’azione e funge da criterio di valutazione del suo compimento; il fine è immanente al processo e inseparabile dal suo svolgersi, costituendo la regola interna e sempre ristrutturantesi del suo auto-orientamento (Ivi, pp.18,19). fini

Svincolato in tal modo dalle due briglie opposte della teleologia e del meccanicismo, il concetto di “finalità” genera una duplice tensione, con la quale il volume tenta di confrontarsi, e dalla quale è animato. Da un lato, gli scritti di Pugliaro e Cavedagna rintracciano nella filosofia di Ruyer il pensiero di una finalità naturale immanente alle forme e inseparabile dal loro sviluppo. Nella morfogenesi naturale, il “tema” ideale è indissolubilmente intrecciato al processo attuale di cui orienta lo svolgimento, vincolato ad esso da un rapporto di reciproca determinazione. Tale inseparabilità di fatto tra l’azione e il suo fine non esclude però una loro distinzione di diritto, in virtù della quale la forma conserva una negatività che ne alimenta le trasformazioni (Ivi, p. 117). Il processo si orienta perché esposto al rischio, all’errore, al fallimento, cioè in virtù dello scarto che lo separa dal proprio stato di equilibrio ideale, rispetto al quale esso conserva sempre un’imperfezione che ne garantisce il proseguimento (Ivi, pp.104 e 116). Crollano così i confini usuali che definiscono la gerarchia della natura: i vari tipi di forme - organiche, inorganiche, coscienti – sono tutte accomunate dalla capacità di perseguire la propria unità come fine interno della propria azione. Esse non si contrappongono più tra di loro, ma si oppongono a “fenomeni di folla” che, dotati di un’unità solo esteriore, non sono altro che forme apparenti, epifenomeni prodotti dall’interazione tra forze microscopiche (Ivi, p. 76).

In questi scritti si esprime la tensione ad evitare che l’indipendenza di diritto della finalità rispetto alle proprie attuazioni imperfette finisca per reintrodurre in natura dei “modelli” che, separati dai processi, assegnano loro un “telos” esterno. All’interno dell’andamento del volume, il pensiero di Merleau-Ponty sembra intervenire a moderare questo “idealismo” dei fini, incarnando una tensione opposta ed esplorando un concetto di Natura che, gravida di senso, sembra a prima vista rivelarsi povera di fini(Ivi, p. 171). In Merleau-Ponty, ogni fine possibile dell’azione finisce infatti per dipendere, sia di fatto che di diritto, dall’azione stessa, nella gratuità del suo accadere. I contributi di Amoroso, Di Maio e De Fazio rilanciano il percorso del volume verso l’esplorazione di un possibile finalismo merleau-pontyano, liberando la “gratuità del comportamento naturale” dall’idea di una assenza assoluta di orientamento o di finalità.

Come sottolinea Amoroso, per Merleau-Ponty accadere e avere senso sono la stessa e identica cosa: lungi dallo sfociare nell’irrazionalismo, una simile identificazione mette in evidenza che “aver luogo” significa, per un evento, inaugurare il mondo in cui esso avrà senso. La gratuità non è altro che il segno di un passaggio al limite, il sintomo della trasformazione di una forma in un’altra, di una fuga di segni che si riterritorializzano in un'altra sintassi e in una nuova semantica, producendo sempre nuove finalità e inedite assiologie. In tal senso, è proprio la gratuità a dare origine a condotte che nessuno di noi esiterebbe a definire “sensate”, come la danza (Ivi, pp. 123-126) o, seguendo un altro esempio di Merleau-Ponty, l’espressione verbale: non è perché vuole parlare, che il corpo organizza le strutture atte alla verbalizzazione, ma è perché il prodursi di quelle strutture rende possibile la parola, che il mondo si organizza come “da dire”, generando l’orientamento che regolerà tale bisogno di espressione. Un simile “accadere della finalità”non è riducibile né allo sviluppo autonomo di una potenzialità interna all’organismo, né a una pura casualità accaduta ad esso dall’esterno, ma è figlio di una relazione sistemica tra il corpo e l’ambiente, di una co-generazione delle loro strutture e dei loro comportamenti, in cui la contingenza della forma si risemantizza come sua propria finalità immanente. La finalità non sembra più caratterizzarsi come “forza che lotta contro una certa contingenza delle cose”, bensì come una contingenza che lotta per perpetrarsi, per rendersi necessaria, attraverso una “iniziativa endogena del vivente” che «assume su di sé le circostanze, anziché subirle» (Ivi, p. 186).

Ad approfondire questa duplice tensione contribuiscono gli scritti del volume dedicati alla cibernetica, tra cui compare, oltre a un articolo dello stesso Ruyer e al contributo di Giustiniano che aprono il volume, la postfazione di Leghissa che lo chiude, ricapitolandone il senso complessivo. La macchina cibernetica fornisce un esempio concreto di espansione del regime della finalità naturale al di fuori dei confini del vivente: con essa, «la finalità compare anche laddove il pensiero moderno credeva di aver trovato il trionfo teorico delle cause efficienti» (Ivi, p.14). Restituendo in ingresso, cioè come nuovi “input”, i risultati delle proprie azioni, la macchina cibernetica si mostra in grado di regolare le proprie risposte in base al rilevamento di un “errore” nell’azione precedente, esprimendosi in comportamenti “analiticamente imprevedibili” (Ivi, p.196), e manifestando la capacità di autoregolazione e auto-orientamento tipica delle condotte finalizzate.

Il testo di Ruyer mostra come la cibernetica analizzi la forma nel processo stesso del suo formarsi alla luce della forma formata e dei suoi circuiti macroscopici rilevabili (Ruyer 2024, p.38), correndo il rischio di sovrimporre sul dominio microscopico degli organismi le strutture macroscopiche dei fenomeni macchinici. In questa prospettiva, Il testo di Giustiniano e la post-fazione di Leghissa, soffermandosi sulla “cibernetica di secondo ordine”, ci permettono di non arrestarsi a queste critiche: rinnovandosi, la cibernetica sostituisce al fragile concetto di “scopo” la nozione di “equilibrio stabile” di una forma, appropriandosi di alcuni concetti fondamentali della teoria dell’informazione e della meccanica statistica (Ivi, pp. 58-63). Il baricentro dell’analisi si sposta dalla macchina considerata come sistema isolato al processo informativo stesso, inteso non come semplice trasmissione di dati tra entità predefinite, bensì come produzione e trasformazione delle forme coinvolte nel sistema. L’auto-organizzazione non è più attribuita a una struttura già data che si limita a regolare le proprie risposte, ma ai “complessi di sistemi e ambienti” (Ivi, p. 197). In questo quadro, l’osservatore non occupa una posizione esterna rispetto al sistema osservato, ma partecipa al circuito che descrive, determinandone l’evoluzione e l’autoregolazione interna (Ivi, pp. 63-67) e lasciando intravedere «un darwinismo che non ha più come unico campo di applicazione i viventi» (Ivi, p. 197).

 È in questa stessa direzione che il volume trova in Kant il suo terzo “personaggio concettuale” implicito, un personaggio che si presenta come un “entdeckende und verdeckende Genie”: con la dialettica del giudizio teleologico, Kant riscopre la finalità naturale come terzo regno tra la necessità fisica e la libertà dello spirito, ma misconosce la portata della sua scoperta, concependola come una sorta di compromesso o di mediazione tra le attività determinanti della ragion pratica e della ragione conoscitiva. Analizzando rispettivamente le influenze della filosofia di Schelling e del pensiero di Bergson sulla riflessione di Merleau-Ponty, gli interessanti lavori di Di Maio e De Fazio rintracciano in essa una trasfigurazione di questo tema kantiano. Facendo tutt’uno con una rinaturalizzazione dello spirito o del soggetto(Ivi, p. 154), nella filosofia di Merleau-Pontyla demeccanizzazione della natura trova nei corpi organici non più solamente il termine medio tra volontà e determinismo, ma il fulcro e la patria di un telos oragnico e carnale. Il corpo è animato da una finalità senza scopo alla quale Kant stesso ci ha introdotto, ma che deve essere ripensata nel segno di una reciproca interiorità tra physis e antiphysis (Ivi, p.151, 152). Un simile rinnovamento permette di andare oltre un pensiero dell’uomo come il solo Endzweck – scopo ultimo e oggettivo – della natura stessa (Ivi, p.177).

Ricompresa alla luce di queste considerazioni, la distinzione tra finalità e teleologia indica la via di una riunificazione tra fine e scopo, proposta fin dall’inizio dai curatori come intento programmatico del lavoro.Declinata come differenza tra «il logos che fa del bìos un oggetto e il bìos come soggetto (anche del logos)» (Ivi, p. 18), questa distinzione mostra come la teleologia, presupponendo la possibilità di un distacco intellettuale dalla natura, pretenda per il proprio giudizio un valore determinante che le permetta di comprendere, après-coup, gli scopi oggettivi che motivavano fin dall’inizio il procedere dei processi. Al contrario, il finalismo si limita a rilevare l’orientamento dei processi naturali, riconoscendo che ogni presunta oggettività dello “scopo” trova posto non nel mondo stesso, ma solo nel discorso sul mondo. Consapevole della propria dimensione “immersiva”, il pensiero finalista sa di essere preso esso stesso in un processo la cui forza riflettente impedisce di rintracciare nella natura i modelli univoci della varietà del reale, le unità di misura universali per la valutazione delle sue infinite forme.

In questa constatazione salta in primo piano il valore politico, oltre che teoretico, del percorso delineato da Fini senza scopi. La teleologia e il finalismo non si distinguono in ultima analisi che per la direzione alternativa dei loro giudizi: la prima è caratterizzata da un movimento centripeto di potatura delle divergenze e di riduzione delle variazioni, che produce l’identificazione di un modello unico e univoco del vivente in generale e per ogni categoria di vivente in particolare; il secondo è caratterizzato invece da un movimento centrifugo di riattivazione delle linee divergenti, di esplosione delle differenze, di decostruzione dell’essenza invariante e di riattivazione della varietà, mostrandosi sensibile alla proliferazione infinita delle finalità e capace di valorizzare la singolarità della vita.  Al limite, ogni vita ha il proprio fine, che il giudizio non può riconoscere se non in modo riflettente, cioè adeguandosi ai particolari (Ivi, p.150), rintracciando il fine non fuori dalla natura, in un gioco delle facoltà, ma nell’accadere stesso degli eventi naturali, in un gioco spontaneo delle sue forme organiche. La differenza tra teleologiaefinalismo si riconduce a quella tra il discorso come dispositivo di potere e di controllo e la parola come strumento di liberazione e di risemantizzazione del cosmo.

È a questo livello che la filosofia dell’eventodi Merleau-Ponty si intreccia con il neofinalismo di Ruyer: ridefinendosi in ogni forma, i valori determinano una demarcazione tra perfezione e imperfezione, successo e fallimento, ostacolo e occasione, che è sempre relativa alla singola forma da cui è nata. La natura è animata da una paradossale “finalità cieca” (Ivi, p.186), in cui ogni fine è valido solo per l’azione dalla quale nasce, e sempre fino a prova contraria: poiché ogni deviazione è l’istituzione di un nuovo senso, ogni fallimento è la vittoria di una nuova forma. Il giudizio determinante, nel suo senso gnoseologico e pratico - cioè come distinzione vero-falso e bene-male -  è sempre figlio di un particolare giudizio riflettente, di un singolare sguardo della natura su sé stessa, teso a identificare in essa i fini e gli ostacoli, le informazioni rilevanti e quelle trascurabili. In tal modo, il giudizio finalistico è un errore solo se concepisce il trascendentale che ne è il fondamento come un sistema chiuso e autonomo, senza punti ciechi e senza linee di fuga (Ivi, p.178); come una antiphysis che, libera dalla naturalità dei corpi, può a buon diritto sussumerli sotto le proprie categorie. Laddove invece il trascendentale venga concepito come sempre aperto, esposto a trasformazioni perché corporeo, incluso in quella stessa natura che comprende, allora il giudizio è e rimane, come ogni produzione di finalità, un modo della condotta orientata, assiologicamente organizzata, semanticamente produttiva.

L’elemento vincente del volume è il fatto che i due autori presi in esame, al netto della ovvia arbitrarietà della loro selezione, incarnano in esso le vibrazioni interne del concetto stesso di “finalità”. Merleau-Ponty e Ruyer si profilano in tal modo attraverso questi “percorsi di neofinalismo” come “personaggi concettuali” di una filosofia a venire, ancora da pensare, il cui piano di attuazione si sviluppa in questo gioco di tensioni capace di generare nuove forme concettuali, nuovi piani di pensiero. Da questo punto di vista, nonostante l’innegabile valore delle ricerche che hanno trovato luogo in questo testo, non è in ognuna di esse presa singolarmente che risiede l’autentico apporto di questo volume alle contemporanee riflessioni sul tema della natura: è piuttosto nel percorso che conduce dall’una all’altra, nel procedere a zig-zag tra due autori e due linguaggi  che sono radicalmente diversi ma che non cessano di risuonare l’uno nell’altro, che siamo infine sospinti verso il tema della natura con sguardo nuovo, attraverso nuove parole, con nuovi problemi di fronte agli occhi.

Pietro Pasquinucci

Note

[1] Cavedagna, V.; De Fazio, G. (a cura di) (2024), Fini senza scopi. Percorsi di neofinalismo tra Raimond Ruyer e Maurice Merleau-Ponty, Napoli-Salerno: Orthotes.

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