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Philosophy Kitchen

Già in La deshumanización del arte (1976), José Ortega y Gasset si interrogava su un’arte nuova, non compresa, e sulla possibilità di rifiutarla oppure di compiere uno sforzo per comprendere come essa appartenesse al divenire del proprio tempo. Un’arte per artisti o un’arte in sé, senza ulteriori qualificazioni? Questa sarebbe la domanda destinata a trascendere.

Il lavoro che Giacomo Fronzi realizza in Performance: un itinerario filosofico e storico-artistico non è lontano da questa intenzione: comprendere, a partire dal proprio tempo, un fenomeno di grande importanza per l’estetica quale è la Performance. Si tratta di un problema estetico che richiede di ripensare l’estetica e la sua relazione con il mondo in cui si realizza. In questo senso, il suo ultimo libro affronta la performance come problema estetico, là dove “gli schemi estetici espandono il tessuto dell’esperienza e la rete relazionale con il mondo, dandole mobilità e flessibilità, ma anche funzionando da strumento essenziale per lo sviluppo cognitivo, per la strutturazione di futuri atteggiamenti etici, per l’attribuzione di senso a ciò che circonda il soggetto e per il passaggio all’azione” (p. 36).

L’impresa non è affatto semplice e, come egli stesso riconosce, è sfuggente. Donde la performance, per la sua stessa natura ambigua e per la sua tendenza a sottrarsi mentre accade, è “così: difficile da definire, difficile da afferrare, difficile da comprendere e difficile da riconoscere” (p. 17).

Un itinerario di questo tipo implica riprendere la performance come un campo specifico di studio, all’interno del quale è necessario rielaborare la riflessione già sviluppata sia nella Performance Philosophy sia nei Performance Studies, con le rispettive limitazioni pratiche e teoriche. Di conseguenza, “l’idea di performance che già sta emergendo non corrisponde a quella di un’azione più semplice, di un’azione qualunque, di un gesto, di un movimento generico e privo di intenzionalità” (p. 75). Si tratta piuttosto di qualcosa che “la PP (Performance Philosophy), con una postura performativa, si impegna a individuare (in) alcune possibili risposte a queste domande nel concetto di performance e nelle pratiche performative e nel loro tessuto filosofico” (p. 97).

Questo fa sì che la performance, l’estetica e l’arte, in questa direzione, si presentino non semplicemente come un’azione da problematizzare in sé, ma come una questione insieme filosofica e sociale, ovvero come un intreccio tra filosofia e vita, in cui le due dimensioni risultano sempre meno distinguibili e, se vogliamo, sempre più prossime.

In altre parole, Fronzi cerca di dare ordine al problema teorico rappresentato da un’arte che, per i nostri giorni, non è nuova, ma che raramente è stata studiata con l’attenzione e la profondità richieste, anche a causa dell’insufficienza delle categorie elaborate per altre arti e pratiche. Ciò implica un problema che, per la sua natura, richiede categorie proprie e un universo relazionale che rimanda direttamente alla vita, e, di conseguenza, una nozione specifica di esperienza estetica capace di cogliere un fenomeno sfuggente. In altri termini, si tratta di elaborare un linguaggio adeguato a un paradigma estetico che riapre l’estetica a partire dalla sua realtà contemporanea.

Una sfida che richiama quella affrontata da Sartre in Che cos’è la letteratura?, nel tentativo di attribuire alla letteratura — e in particolare alla prosa — una relazione con l’essere intesa come responsabilità e impegno nel proprio tempo, pur riconoscendo i limiti di tale impegno rispetto ad altre arti e ad altri mezzi espressivi, come la poesia, la cui natura ambigua e sfuggente la sottrae a un simile vincolo.

Questo lavoro si inserisce dunque nella linea di altre riflessioni già intraprese da Fronzi, come La filosofia di John Cage, Theodor W. Adorno: pensiero critico e musica ed Etica ed estetica della relazione. Non a caso, le stesse parole di Cage con cui si apre La filosofia di John Cage (2014) possono fungere da introduzione anche a questo volume, pubblicato dieci anni dopo: “Il nostro atteggiamento nei confronti dell’arte e l’uso che ne facciamo ci sono stati tramandati. Adesso c’è stato un arricchimento della nostra esperienza, ma non a spese del vecchio, poiché il nuovo non prende mai il posto del vecchio. Stiamo scoprendo un altro uso dell’arte e delle cose che precedentemente non consideravamo arte” (Fronzi, 2014, p. 7).

Il libro si concentra su uno dei problemi fondamentali dell’estetica contemporanea: un’estetica che non può più essere pensata in termini assoluti, ma deve essere intesa come aesthesis, ovvero come dimensione del sensibile e della vita, che attraversa l’intero lavoro di Fronzi. Da qui il riconoscimento del suo ruolo nel contemporaneo, in costante relazione con la politica e l’etica, ma anche con espressioni profonde della modernità, come le lotte per i diritti umani, la questione decoloniale e l’interculturalità.

Il volume è articolato in due parti chiaramente comunicanti tra loro, nelle quali teoria e riflessione concreta stabiliscono un filo conduttore che attraversa le diverse manifestazioni della performance, non per definire cosa essa sia, ma per indagare come essa possa essere. Il primo capitolo, in cui si distingue tra performativo, performatività e performance, si sviluppa sistematicamente oltre la domanda “che cos’è?”, per aprirsi a quella “che cosa non è”, o, più precisamente, al “non è solo questo”. Così, la performance appare come qualcosa di più di un’azione artistica, di un’interpretazione o di una prestazione: si estende a un essere-in-relazione tra soggetto e oggetto, con il mondo e con il biologico; è presenza in un campo, è intenzionalità, relazione e creazione.

Da qui nasce la necessità di elaborare la performance come categoria estetica, costruirne una tassonomia e ripensare il problema dell’esperienza estetica in relazione ad essa. In tal modo si stabilisce non solo una distinzione concettuale fondamentale per comprendere la dimensione relazionale, ma anche il nucleo centrale del lavoro: un’estetica che si alimenta del per-formare-nella-vita.

Si può riconoscere che le due sezioni affrontano problemi differenti: la prima sviluppa il problema filosofico della performance, mentre la seconda si concentra sui principali esponenti della pratica performativa nel mondo dell’arte. Questo consente di comprendere come, attraverso pratiche quali teatro, performance art, musica e danza, la performance non resti un concetto vuoto, ma si riempia di mondo e di intenzionalità.

La seconda parte si presenta come un mosaico di figure incarnate, attraverso le quali la performance manifesta la propria varietà e complessità teorica, pratica e discorsiva, nonché il modo in cui spazio, atmosfera ed esperienza estetica si danno. In questo senso, “le performatività speciali […] sono dei campi specifici, nei quali la dimensione performativa e le conseguenti performance acquisiscono delle connotazioni molto peculiari” (p. 41).

La riflessione di Giacomo Fronzi può essere collocata su più fronti, come questo libro dimostra: non si tratta di una riflessione nata dal nulla o di una mera elaborazione teorica, ma di un percorso che si inserisce nel divenire della filosofia, all’interno della tradizione italiana, accanto a pensatori come Desideri, Ferraris o Matteucci, e in dialogo con la performance theory (Fischer-Lichte, Austin, Carlson). Si tratta dunque di una solida sistematizzazione che si radica nel contatto con la vita reale.

Al tempo stesso, questo lavoro amplia l’estetica, estendendone gli orizzonti, mostrando come il performativo sia estetico in quanto relazionale: “l’esperienza che si fa durante una performance è un’esperienza estetica alla quale partecipano sia la dimensione precognitiva sia quella cognitiva: siamo passivi e attivi al contempo. Nelle pratiche della vita quotidiana, nel rapporto con gli oggetti, nell’abitare e attraversare i luoghi.” (p.95)

Estetica, etica e  la dimensione sociale, ciascuna valida in sé ma intrecciandosi con le altre, mostrano nel per-formare una pratica che può essere intesa come un fare-in-relazione, o come un far emergere la verità dell’essere nella relazione, analogamente alla poiesis heideggeriana (2002) nell’opera d’arte, rivelando l’aesthesis come rapporto con il sensibile. Si tratta di un per-formare relazionale che riconosce come non tutto debba essere compreso, ma debba essere vissuto (Fischer-Lichte).

In questo senso, l’estetica ritorna al suo significato originario come percezione del sensibile condiviso, e, nelle parole di Merleau-Ponty: “la filosofia si mantiene viva contro il pensiero operazionale, s’immerge in quella dimensione del composto di anima e corpo, del mondo esistente, dell’Essere abissale, che Cartesio ha dischiuso e immediatamente richiuso” (Merleau-Ponty, 1989, p. 41).

In sintesi, più che un semplice impianto filosofico-storico, l’opera di Fronzi presenta la performance come una sfida per la filosofia: non solo interpretativa del reale, ma come una ricerca dil senso profondo che affonda le sue radici in Adorno, Heidegger e, prima ancora, in Marx (XI Tesi su Feuerbach). Trattandosi di una filosofia che si configura come pratica di trasformazione dell’essere e della società contemporanea, segnata dal capitalismo, dalla pandemia e dalle tensioni politiche del nostro tempo. Per questo, più che ridursi a disciplina isolata, l’estetica viene coinvolta nella filosofia nel suo insieme, riemergendo ogni volta che se ne avverte la necessità.

Jesús Fidel Vega Arce

Bibliografia

Heidegger, Martin, Lorigine dellopera darte, Milano, Adelphi, 2002.

Ortega y Gasset, José, La deshumanización del arte, el arquero, España, 1976

Fronzi, Giacomo, Performance un itinerario filosofico e storico artistico, Castelvecchi, Roma 2025.

Fronzi, Giacomo, La filosofia de John Cage: per una politica dell’ascolto, Mimesis, Milano 2014.

Thuillier, Jacques, Teoría General de la historia del arte

Marx, Karl. Tesi su Feuerbach. In Opere filosofiche giovanili. Roma: Editori Riuniti, 2008.

Sartre, Jean-Paul, Che cos’è la letteratura?, Milano, Il Saggiatore, 1960.

Thuillier, Jacques, Teoria generale della storia dellarte, Torino, Einaudi, 2003.

Merleau-Ponty, Maurice, L’occhio e lo spirito, Se, Milano, 1989.

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