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Filosofia E fascismo: Una sfida da risolvere
Recensioni / Febbraio 2026Pur a ottant’anni dalla fine del fascismo storico, il mondo culturale italiano, e talora generalmente europeo, sembra ricadere in un curioso fenomeno culturale nei confronti dell’esperienza fascista. Quest’ultima, infatti, oltre a essere stata oggetto di attenzione da parte della cultura novecentesca sin dalla sua comparsa nel primo dopoguerra, ha finito per suscitare riflessioni fino alla fine del secolo, venendo dissezionata e analizzata nelle sue molteplici componenti in un’enorme varietà di ambiti. Tale fattore rivela l’esistenza di un nesso che, pur se nel complesso votato all’avversione da parte degli intellettuali, ha comunque mantenuto una forte fecondità, indicando la quasi incapacità del pensiero contemporaneo di superare pienamente il baratro politico che travolse l’Europa e il mondo negli anni dei regimi nazi-fascisti. Di contro, questi ultimi, pur rigettando determinati sviluppi culturali, tra cui elementi fondativi della cultura occidentale risalenti all’Illuminismo o i vari contributi offerti da intellettuali di origine ebraica, videro collocarsi tra le proprie schiere anche figure di primo piano come Martin Heidegger e Carl Schmitt, per il caso tedesco, o Giovanni Gentile, per quello italiano. L’evidenziare questa irrisolta interazione tra cultura europea complessiva e fascismo costituisce il dualismo a cui rimanda il titolo dell’ultima opera di Roberto Esposito Il fascismo e noi – Un’interpretazione filosofica (Einaudi, 2025).
Sin dalle prima pagine, infatti, risulta chiaro che tale dicotomia si costituisca come unione-contrapposizione: da un lato, il fascismo è caratterizzabile come fenomeno distruttivo, immorale e privo di un elemento culturale realmente recuperabile da un punto di vista valoriale; dall’altro, tuttavia, Esposito ritiene di dover travalicare il piano della memoria storica o del discorso politico, poiché questi, con la loro prospettiva votata al conflitto con l’eredità, i provvedimenti o i presupposti del fascismo, ostacolano un’attività di carattere più prettamente analitico, per la quale occorre, di fatto, una maggiore penetrazione interna alle categorie fasciste, pur rigettandone l’adozione o qualsiasi intento velatamente giustificatorio. Da qui il giudizio sulla nozione di «antifascismo», rivendicata e ritenuta imprescindibile politicamente, ma considerata «inservibile per la filosofia» (p. 8), in quanto mero rifiuto privo delle opportune caratteristiche per dedicarsi a una necessaria analisi completa del discorso fascista.
Per Esposito, dunque, piuttosto che vedere i regimi nazifascisti come opposizioni o parentesi al resto della cultura europea, privandoli quindi di una propria intrinseca stabilità filosofico-concettuale, pur se votata all’immoralità, occorre evidenziare che «è da una prospettiva metafisica che il nazifascismo ha sfidato l’intera tradizione filosofica occidentale» (p. 12). Ne è dunque criticata la riduzione a fenomeno di mera opposizione ad avversari culturali o politici, in quanto un simile giudizio non considera la complessità del fascismo come fenomeno inserito nel grande panorama della cultura europea. Fascismo e riflessione filosofico-culturale, come evidenziato dalla nozione di «filosofia dell’hitlerismo» di Emmanuel Levinas o dalla più recente constatazione dell’esistenza di una «visione del mondo nazista» da parte di Johann Chapoutot (Chapoutot 2019, p. XI), non risultano, per Esposito, perfettamente antitetici e, dunque, non basta affidarsi all’una per arginare gli effetti nefasti dell’altro.
Tuttavia, al fine di rivelare l’essenza del fascismo, agli occhi dell’autore è richiesto un affidamento, a cui rimanda il sottotitolo dell’opera, alla riflessione filosofica come strumento per un’ analisi autonoma. Dopo aver di fatto separato il discorso politico-valoriale da quello più prettamente analitico-riflessivo, Esposito rivendica la necessità di distinguere tra più piani di riflessione, interagenti e fondati sull’analisi di un medesimo fenomeno ma con premesse e mezzi talora incompatibili tra loro.
Secondo Esposito, la ricerca storica, ossia l’insieme di indagini atte a ottenere informazioni puntuali sull’esperienza del fascismo, non riesce, nonostante l’accumulo di conoscenze, a cogliere un elemento fondamentale del proprio oggetto di ricerca. Quest’ultimo consiste nel «carattere essenziale» (p. 6) del fenomeno fascista, la cui analisi come fatto storico-oggettivo costituisce solo una parte rispetto a «una macchia opaca» (p. 6) che ne racchiude una natura insondabile dall’accumulo di dati. È rispetto a questo nucleo che trova, invece, posto la riflessione filosofica, descritta da Esposito come votata a immergersi nelle tenebre «alla ricerca di chiavi interpretative più duttili e penetranti» (p. 7).
Servendosi quindi della filosofia novecentesca, Esposito delinea il vero oggetto di interesse dell’opera, ossia quella che definisce la «macchina metafisica» (p. 12) del fascismo. Viene così identificato il funzionamento di una macro-struttura ideologica che permette di recuperare elementi sia dal pensiero canonicamente di destra sia da quello di sinistra. Questi vengono poi inglobati in una prospettiva unitaria dettata da un insieme di premesse metafisiche, riguardanti ambiti come vita, morte, corpo o tempo, e dai vari scopi politici articolati di volta in volta.
Tale strategia, che recupera prospettive inevitabilmente contraddittorie, come la contrapposizione tra posizioni contemporaneamente capitaliste e socialiste o il culto di arcaismi mitologici mischiato all’elogio del rinnovamento tecnologico caratteristico della modernizzazione, risponderebbe allo scopo di «non concedere spazio ideologico agli avversari» (p. 13). Il risultato è un’attività di carattere non solo distruttivo, bensì anche fortemente produttivo, in quanto capace di intervenire sull’immaginario e sulla psiche dei propri bersagli, in particolare sulla freudiana pulsione di morte associata a un desiderio di fatto indirizzato alla repressione politica come desiderio inconscio del soggetto. Il tutto è poi articolato in una prospettiva che, in « un incantesimo malsano», come lo definì Thomas Mann (Mann 2025, p. 20), attribuisca al fascismo carattere di novità e rigenerazione dell’uomo, del tempo e delle istituzioni.
Il modo in cui il libro si occupa di trattare il tema è quindi il seguente: i vari capitoli, ad eccezione del primo e di alcune riflessioni di carattere sparso a fine opera, portano il titolo di città associate a blocchi tematici incarnati da alcuni intellettuali di riferimento: il capitolo Parigi è primariamente dedicato alla riflessione di Georges Bataille, Emmanuel Lévinas e Simone Weil, autori il cui taglio penetrante le categorie fasciste e la cui impostazione sembrano esemplificare l’idea di Esposito di un approccio pienamente filosofico al tema; Francoforte tratta invece di intellettuali afferenti all’Istituto di Ricerca Sociale o marxisti più o meno eterodossi come Ernst Bloch, il cui elemento comune è individuabile nella descrizione sociologico-politica del funzionamento del regime nazista; Vienna è dedicato alla tematizzazione del fascismo da parte della psicanalisi, in particolar modo di Sigmund Freud, Wilhelm Reich ed Erich Fromm; infine Salò, attraverso la riflessione di Michel Foucault, Giles Deleuze, Félix Guattari, Pier Paolo Pasolini e Jonathan Littell, rintraccia le possibili modalità in cui il fascismo, nonostante la sua sconfitta diretta sul piano storico, sia sopravvissuto insediandosi nelle istituzioni o sfruttando certe caratteristiche della psicologia umana. Inoltre, al fine di esprimere la riuscita penetrazione all’interno della metafisica fascista, Esposito sceglie di inserire per ogni capitolo un Contrappunto, ossia un paragrafo che dia voce ad autori, come Giovanni Gentile, Martin Heidegger, Carl Schmitt, Alfred Rosenberg e Ernst Jünger, politicamente coinvolti dalla parte dei regimi. Il risultato è un ampio panorama culturale, tipico della produzione di Esposito, che, passando da analisi storiche, teoretiche, sociologiche e psicologiche, tenta una diagnosi delle premesse che permettono al fascismo di avvicinare prospettive contraddittorie non solo senza venirne travolto ma anche costruendo e ampliando il proprio margine di consenso.
Da questo punto di vista l’opera, pur presentando uno scopo interpretativo del fenomeno fascista, è dotata una componente compilativa riguardo alla complessiva riflessione novecentesca sul tema del fascismo, ma ciò costituisce solo una parte della riflessione di Esposito nel senso più ampio. Risulta chiaro, infatti, che l’elemento parallelo al fascismo su cui l’autore vuole rivolgere l’attenzione è costituito dalla natura del «noi» a cui rimanda il titolo. In questo «noi», infatti, ricade un vasto insieme di prospettive: «noi» che sentiamo l’esigenza di problematizzare la natura del fascismo e delle possibili forme di opposizione a esso; ma anche, e forse soprattutto, «noi» che con difficoltà abbiamo contrastato quanto ha reso efficiente l’azione produttiva della macchina generativa fascista e che, di conseguenza, ne abbiamo subito, volenti o nolenti, gli effetti. È proprio rispetto a questa riflessione sul «noi» che finisce per essere riscontrabile il ruolo dell’opera nel panorama contemporaneo, in continuità col retroterra biopolitico incarnato da Foucault, Deleuze e Guattari, di cui è recuperato il tentativo di individuazione di un retaggio nazifascista al di fuori dell’esperienza storica dei regimi e dei loro sostenitori più espliciti, seguendo il proposito, enunciato nella prefazione a L’anti-Edipo a opera di Foucault, di «rimuovere il fascismo che si è incrostato nel nostro comportamento» (Foucault 2025, p. 22).
La scelta degli autori, in particolar modo nei capitoli Parigi e Salò, esprime quindi le ispirazioni a cui l’operazione complessiva di Esposito si richiama nel tentativo di uscire da un dibattito sul fascismo ritenuto altrimenti stagnante, poiché limitato alla mera condanna politica. Sotto questo aspetto, Esposito sembra quasi richiamarsi alla figura di Renzo De Felice, ossia al tentativo di superare la vulgata della mera opposizione politica e morale, cogliendone le ambiguità e, soprattutto, l’improduttività di fondo. La ragione di questo non riguarda tanto un culto definalizzato dell’avalutatività, bensì la consapevolezza di dover rendere pienamente la complessità del fascismo come oggetto di analisi.
La riflessione sul fascismo nel contesto dell’opinione pubblica italiana ha storicamente presentato, invece, un perenne problema di confusione e risemantizzazione dei termini, per cui vale la massima di George Orwell riportata nell’acuto pamphlet di Alberto De Bernardi secondo cui «la parola fascismo ormai ha perso ogni significato e designa semplicemente qualcosa di indesiderabile» (De Bernardi 2018, p. 10). A denunciare lo stesso fenomeno è stato anche lo storico allievo di De Felice Emilio Gentile, il quale ha provveduto a rivelare la complessità del processo di identificazione di caratteri fascisti e a negare la natura «eterna» del fascismo, teorizzata dalla nota conferenza di Umberto Eco nel 1995. Gentile, infatti, non solo ritiene incompatibili eternità e ragionamento storico, ma mette in guardia dalla mitologizzazione politica di cui sarebbe ricoperto il fascismo se gli si attribuisse la possibilità di sopravvivere sempre ai propri avversari.
In tal senso è interessante esplorare il legame tra gli elementi paradigmatici ricostruiti da Esposito e il dibattito contemporaneo in merito alla possibilità di applicare chiavi di lettura che coinvolgono il fascismo per interpretare l’attuale situazione storico-politica. Tuttavia, nonostante la tematizzazione di un’essenza del fascismo ben si sposi con la possibilità di individuare riproposizioni più o meno marcate di fenomeni contemporanei di carattere, il parere di Esposito si muove in una direzione più sofisticata.
Opponendosi anch’egli al «fascismo eterno», il collegamento con la macchina fascista che Esposito vede nelle turbolenze autoritarie di oggi è più vicino al tipo di genealogia, rintracciata da Simone Weil, del retaggio imperialistico romano nella politica estera nazista. Parlando poi delle tesi del volume di Alberto Toscano Tardo fascismo - Le radici razziste delle destre al potere, Esposito rivela una simpatia nei confronti della possibilità di identificare un’«omologia» (p. 206), definibile come «ripetizione differenziale che, in circostanze ampiamente mutate, tende a produrre risposte omologhe» (p. 206), tra il fascismo e fenomeni storici diversi, che nel caso in questione riguardano la violenza coloniale. In questo senso, il fascismo risulterebbe, quindi, separato dalla sua storicità e vincolato a un processo più lungo, nel quale i regimi nazifascisti avrebbero sostanziato, in una forma peculiare legata a un insieme di contingenze storiche, un esempio di un più vasto paradigma di violenza e sopraffazione. Ciò renderebbe il fascismo non tanto un passato che rischia di riproporsi, ma un orizzonte concettuale generale da cui guardarsi. Esposito finirebbe quindi per staccarsi dal rigorismo storiografico di Gentile, avvicinandosi, invece, al parere di storici come Claudio Vercelli, sostenitore, in accordo con la riflessione di Furio Jesi sulla dimensione simbolico-mitologica della cultura di destra, della maggiore importanza di determinate caratteristiche sociopolitiche e di immaginario sociale rispetto alla «maggiore o minore aderenza all’idealtipo storiografico» (Vercelli 2021, p. X).
In conclusione, l’opera risulta riuscita nel suo compito di spostare la discussione sul tema del fascismo dalla stagnazione politica ai livelli più alti del ragionamento filosofico, contribuendo quindi a rivendicare nuovamente la funzione della filosofia come fondamentale mezzo per un’opportuna diagnosi del momento presente.
Alessandro Jesi
Bibliografia
Chapoutot, J. (2019). La rivoluzione culturale nazista. Bari-Roma: Laterza.
De Bernardi, A. (2018). Fascismo e antifascismo – Storia, memoria e culture politiche. Roma: Donzelli Editore.
De Felice, R. (1995). Rosso e Nero. Milano: Baldini & Castoldi.
Esposito, R. (2025). Il fascismo e noi – Un’interpretazione filosofica. Torino: Einaudi Editore.
Foucault, M. (2025). Introduzione alla vita non fascista. Milano: Feltrinelli Editore.
Gentile, E. (2019). Chi è fascista. Bari-Roma: Laterza.
Mann, T. (2025). Letteratura e democrazia. Macerata: Edizioni Università di Macerata.
Vercelli, C. (2021). Neofascismo in grigio – La destra radicale tra l’Italia e l’Europa. Torino: Einaudi Editore.
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Solo la malinconia ci può salvare?
Recensioni / Dicembre 2025Tra gli elementi maggiormente presenti nella cultura umanistica europea degli ultimi due secoli, un ruolo di rilievo è offerto dai temi della tristezza, della decadenza e della morte. L’età contemporanea, in particolar modo nel corso del Novecento, è stata indubbiamente contrassegnata da eventi fortemente tragici, la cui ricaduta sul piano culturale ha portato a una generalizzazione del sentimento della melanconia. Da questo presupposto si delinea lo scopo principale dell’ultimo saggio di Paolo Godani Melanconia e fine del mondo (Feltrinelli, 2025),intento a cogliere pienamente l’elemento sociale e metafisico della melanconia, ritenendone incompleta la mera trattazione come fenomeno psichico di natura personale o individuale.
Tale obiettivo è esplicitato già all’inizio del testo nella dichiarazione secondo cui lo studioso debba porsi come «clinico della civiltà» (p. 6) ossia come colui che riesce a rintracciare i presupposti fondamentali di un dato fenomeno sociale a partire dalla molteplicità dei materiali culturali. Il testo, infatti, presenta una prospettiva fortemente interdisciplinare, collegando figure e riflessioni appartenenti a un vasto numero di ambiti, dalla letteratura alla filosofia, alla psicoanalisi, all’antropologia e all’indagine artistica.
A ciò si aggiunge la peculiare situazione storica della melanconia, la cui diffusione attuale porta quasi a contraddistinguere il mondo contemporaneo come votato a essa, nonostante una certa vaghezza semantica ed esistenziale nella definizione di massa del fenomeno melanconico. La vocazione del testo alla chiarezza semantica è invece data dalla scelta del termine “melanconia” rispetto alla semplice “malinconia”, la cui motivazione consiste nell’evidenziare non uno stato diffuso e ordinario di tristezza, bensì un elemento maggiormente problematico da un punto di vista psicopatologico.
L’analisi di Godani si sofferma, infatti, sul tipo di melanconia proprio della contemporaneità, contraddistinto dall’osservazione della perdita di senso del mondo che ha caratterizzato una forte componente della cultura umanistica novecentesca. In questa forma, secondo Godani, il sentimento della melanconia è imprescindibile senza una data percezione del proprio corpo, concepito come effimero e votato alla decadenza, e una cognizione più generale, propria del melanconico in forma soverchiante, dell’intrinseca finitudine di ogni cosa. Il risultato è la convinzione che l’esistenza di sé e della totalità del mondo sia fondamentalmente insensata, motivando quindi la scelta di allontanarsi dal mondo stesso e da ogni falsa soluzione consolatoria. Allo stesso tempo, il soggetto melanconico è vittima di un paradossale senso di colpa per la propria inettitudine esistenziale, in quanto egli stesso si ritrova trascinato dalla perdita di senso del mondo, che non riesce a seguire ma neanche a respingere.
Questo sentimento è innanzitutto rintracciato dall’autore nella vasta fenomenologia socio-culturale dell’insieme di credenze implicite ed esplicite che costituiscono l’esperienza melanconica, partendo dal livello adolescenziale per arrivare a quello socio-culturale più avanzato passando per il ragionamento psicoanalitico. Di Freud, ad esempio, è recuperata la distinzione tra lutto e melanconia, consistenti rispettivamente nell’esperienza di una perdita di un oggetto riconoscibile e specifico e nel senso di colpa generale per non aver saputo evitare la complessiva perdita di significato della totalità dell’esistenza.
Con il procedere della lettura, è possibile notare quanto l’intento di diagnosi della civiltà annunciato nelle prime pagine si applichi alla globalità della cultura umanistica europea contemporanea, la quale troverebbe nella melanconia una sua profonda radice sostanzialmente nichilistica. Servendosi delle analisi filosofiche di Jean-Paul Sarte e antropologiche di Ernesto De Martino, Godani rivela come il mondo moderno colga non solo la caducità di ogni cosa, ma anche la complessiva perdita di senso che determina la caducità stessa. Se ogni cosa finisce quindi nell’essere effimera e slegata dalle altre, data la generale insensatezza dell’esistenza, il pensiero novecentesco ha spesso postulato l’esigenza da parte del soggetto umano di trovare, o meglio, di costruire un senso per il mondo. Tale atto si articola nella dialettica instaurata tra l’imperativo al trascendimento esistenziale e la convinzione, che funge da implicito presupposto a tale sforzo, che il mondo stesso e l’esistenza siano privi di senso. Il melanconico, tuttavia, non è di base in grado di compiere questo atto, che in una certa ottica assume perfino la forma di un superamento della componente più legata al mero insieme di processi vitalidell’essere umano. Il risultato di questo incagliamento esistenziale all’origine della melanconia rivela, dunque, che il tentativo di dare un senso al mondo al tempo stesso ne presuppone l’insensatezza. Il compito di giustificare l’esistenza diventerebbe allora un’operazione fondamentalmente illusoria, consistente, di fatto, nel voler costruire un altro mondo a scapito di quello esistente.
L’analisi di quest’ultimo processo consiste nell’indagine su come il pensiero novecentesco che ha tematizzato la melanconia abbia riflettuto sul corpo e la sua intrinseca precarietà. In questa riflessione è possibile rintracciare la prima componente più marcatamente politica del testo, ossia quella dedicata al legame che storicamente ha unito la prospettiva nichilista con il progetto politico incarnato dal fascismo. Quest’ultimo è identificato con il tentativo sociale, estetico e metafisico di porre rimedio alla decadenza corporea attraverso l’elogio della disciplina e della forza di mettere ordine laddove la natura prevede invece il caos, la cui esistenza è ammessa e accettata. Dall’altra parte, anche la riflessione marxista, pur nella sua differenza specificamente politica, risulta essere espressione della medesima esigenza metafisica, ossia trascendere la natura per conferirle un dato ordine favorevole all’umanità.
La proposta di Godani riguarda, invece, la possibilità di abbandonare l’escatologia rivoluzionaria classica e sostituirla con un «lavoro politico» (p. 89) focalizzato sulle forme di vita già in atto nel mondo. Il lavoro stesso, infatti, se in passato è risultato identificativo rispetto all’analisi di classe e perfino fondatore di una socializzazione che detta gli interessi della lotta politica, per Godani oggi risulta, invece, residuale rispetto alla globalità della vita del soggetto, che lo vive come mera condizione di sottomissione, e della produzione di valore, ormai nelle mani del capitalismo finanziario. La soluzione consiste, quindi, nella scelta, non compiuta dalla prospettiva comunista, di sottrarsi alla realtà produttiva propria della società capitalistica, abbandonando «la stessa partecipazione allo sviluppo delle forze produttive» (p. 89) in favore di «un’altra idea di umanità» (p. 89) e della formazione di una «comunità reale» (p. 89).
L’ultima parte del saggio è quindi dedicata a una simile prospettiva, riportata però all’ambito della riflessione metafisica ed esistenziale. La figura del melanconico, infatti, è connotata come in grado, grazie alla propria svalutazione complessiva della totalità del reale, di profilarsi ogni cosa senza subire gli effetti di un’antecedente riflessione riguardo la preventiva selezione di oggetti o valori. Un simile soggetto, definito «melanconico risanato» (p. 113) risulta quindi in grado di far rientrare il tutto in un medesimo piano di realtà, riuscendo quindi a modificare radicalmente la visione complessiva dell’esistenza ma senza la necessità di denigrare il mondo esterno o prefigurarne un altro.
Il risultato, che trae linfa dalla riflessione di figure come Walter Benjamin, è che ogni cosa finisca quindi per essere valutata secondo il proprio valore intrinseco, libera dall’insieme impattante di progetti, mitologie e influenze dovute all’intervento tramite parola o azione compiuto dal soggetto. L’elemento politico torna a essere ravvivato dalla convinzione che «giusta, dunque non è la società che dà a ciascuno il suo, né quella che, al limite, garantisce la perfetta uguaglianza di tutti con tutti, in fatto di possesso, bensì quella che consente a ognuno di fruire del sommo bene, cioè del mondo in quanto tale» (p. 131). Sotto questo aspetto le cose finiscono persino per raggiungere, spinozianamente, uno stato che prescinde dal tempo, che invece corrisponde a un immagine del mondo in cui le varie entità sono viste nella loro separazione le une dalle altre e tutte oggetto di caducità.
Il richiamo di Godani consiste, quindi, nel tematizzare la melanconia in generale non limitandosi a considerarla nella sua componente di mera malattia sociale, ma espandendo la riflessione complessiva su di essa e sviluppandone il potenziale critico. La convinzione dell’autore è, infatti, che, pur mantenendo un atteggiamento verso il mondo potenzialmente analogo a quello della melanconia comunemente diffusa, la rivalutazione proposta permetta di trasformare la mera tragica indifferenza in un nuovo stato contemplativo puro nei confronti di un’unica realtà naturale particolarmente complessa e che, allo stesso tempo, si riveli nella sua mondanità. Il risultato è l’inserimento dell’entità umana nella globalità delle cose, in cui finirebbe per perdere il primato metafisico alla base dell’umanesimo.
In Melanconia e fine del mondo Godani richiama quindi alla funzione più radicale della filosofia come pensiero critico del proprio tempo, sfruttando una cultura enciclopedica nell’ambito del panorama culturale otto-novecentesco per evidenziare come l’insieme di presupposti su cui sono fondate le nostre principali credenze sia in realtà frutto di un esito storico potenzialmente reindirizzabile. La potenziale accusa di scarsa progettualità specificamente politica o di eccessiva astrazione, di cui spesso è vittima l’attuale riflessione filosofica, si rivela fondamentalmente ingiusta se applicata all’opera in questione. Quest’ultima, infatti, non solo dichiaratamente esprime la natura fondamentalmente embrionale per quanto riguarda il richiamo al rinnovamento politico-sociale su vasta scala, ma coglie anche un elemento chiave del mondo contemporaneo sia nelle sue ramificazioni culturali più elevate sia nelle premesse, di fatto implicite, di atteggiamenti e riflessioni comunemente diffusi. Godani, infatti, osserva il passaggio cruciale che vede la cosiddetta “religione della morte”, ossia quell’insieme di mitologie elogiative del conflitto e del sacrificio per una causa più grande, studiate da Furio Jesi, spostarsi dalla sola estrema destra novecentesca al generale piano culturale della contemporaneità. Il punto del discorso diventa di conseguenza il rintracciare l’esistenza di un nuovo impianto categorico-riflessivo, volto alla valorizzazione del reale non come giustificazione di rapporti di potere ma, al contrario, come elemento di emancipazione intellettuale rispetto all’esito nichilistico generalizzato. In conclusione l’opera non solo si caratterizza per una vasta portata culturale, ma anche e soprattutto per questo richiamo alla funzione diagnostica e critica che permette alla riflessione filosofica di trovare la propria collocazione nel panorama culturale contemporaneo.
Alessandro Jesi


