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Philosophy Kitchen

Nel 1925 viene pubblicato Esperienza e natura di John Dewey (1859-1952). Dopo cento anni, ne esce per la casa editrice Einaudi, nella collana Piccola Biblioteca, una nuova traduzione italiana a cura di Giovanni Matteucci. Questa riedizione è segnata soprattutto dalla trasversalità che la filosofia del pragmatista americano ha guadagnato negli ultimi anni, scardinandolo dagli studi di pedagogia, nei quali, soprattutto in Italia era stato confinato. In particolare, di grande attualità sono i dialoghi virtuali con le scienze cognitive, soprattutto con l’enattivismo [1]. bistabilità

La presente edizione nel complesso si presenta come fu riveduta dallo stesso Dewey per una seconda ripubblicazione ufficiale avvenuta nel 1929. Rispetto a quella del 1925, viene ritoccato solamente il primo capitolo. Compaiono ad arricchire questo volume due elementi: un testo introduttivo di Matteucci Aspetti, strutture e ritmi del naturalismo deweyano, il quale, oltre a presentare minuziosamente il volume, offre in maniera approfondita le dovute contestualizzazioni storiche e filosofiche, e una parte più tecnica sulla specificità della traduzione. E, posta a mo’ di appendice, la bozza di introduzione alla quale Dewey stava lavorando, tra il 1949 e il 1951 (dopo la Seconda Guerra Mondiale), per una plausibile terza edizione.

La commistione con la scienza non dovrebbe sorprenderci affatto, poiché è lo stesso Dewey che nel 1925 avverte la necessità di mettersi in dialogo con le scienze. È chiaro che a meno di dieci anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale si sentiva il bisogno di ritrovare un assesto culturale e sociale che sembrava perduto. In quale modo se non attingere alla stabilità delle scienze? Esse già a partire dalla seconda metà del XIX secolo si erano dimostrate in grado di fare i conti con crisi e nuovi paradigmi senza per questo perdere la propria credibilità. Dunque, Dewey è pienamente calato nel contesto della sua epoca, come dimostrano affinità con movimenti filosofici d’oltre oceano, dalla fenomenologia al positivismo (cfr. Matteucci 2025, p. XII). Inoltre, è evidente la matrice statunitense del pensiero deweyano, riscontrabile nello sviluppo delle posizioni pragmatiste, per le quali Dewey viene solitamente ricordato. Ma come fa notare il curatore, la parola «pragmatismo» compare solamente tre volte nel presente volume (cfr. Ivi, p. XIII) e sempre accompagnata da aggettivi non sempre lodevoli: «pragmatismo naturale» (p. 101), «pragmatismo capriccioso» (p. 207) e «pragmatismo semplicistico» (p. 321). Questo riscontro ci presenta pienamente l’originalità e la trasversalità di Dewey come anche dimostrano i numerosi riferimenti che intercorrono per tutto il testo a storici, psicologi antropologi e persino scienziati dell’epoca. bistabilità

Da subito Dewey rileva come da un lato vi è un’estrema meccanizzazione dell’esperienza, dall’altro, forse, un estremo discredito di essa (cfr. p. 11). Perciò è necessario mutuare dall’indagine scientifica la rilevanza che l’esperienza gioca nel procedere della scienza; infatti, già nelle battute iniziali del primo capitolo di Esperienza e natura, Dewey definisce il suo metodo «naturalismo empirico o empirismo naturalistico» (p. 11). Il primo passo teoretico è perciò risemantizzare il rapporto fra esperienza e natura: non più una dicotomia, ma una messa in atto modale del potenziale naturale attraverso l’esperienza (cfr. Matteucci 2025, pp. XVII-XVIII).

Dewey però non si dimostra attento esclusivamente alla sua contemporaneità, anzi l’attenzione alla contemporaneità acquista maggiormente valore poiché essa emerge da una tensione che percorre tutto il volume: quella fra filosofia classica (i Greci) e filosofia moderna. Dewey, al netto di ricostruzioni narrative o filologiche, presenta una storia della filosofia “strumentale”, in certa misura genealogica, poiché atta a far emergere precipuamente i nuclei operativi sui quali si innestano le tematizzazioni distintive di ciascuna epoca. Argomento chiave è certamente la differenza fra il carattere di immediatezza dell’esperienza greca, il quale senza fatica Dewey definisce «estetico», di converso all’ipostatizzazione e alla meccanizzazione dell’esperienza attuata dalla filosofia moderna (cfr. pp. 90-91). Ovviamente l’intento di Dewey non è quello di riportare in auge una matrice filosofica superata; infatti, sono anche molti i necessari rimproveri fatti all’impostazione greca, talvolta definita anche «ingenua». Piuttosto, Dewey, attraverso i Greci, vuole ricordarci che l’esperienza nella «sua primigenia integrità non contempla la divisione tra atto e materiale, soggetto e oggetto, ma li contiene entrambi in una totalità non-analizzata» (p. 20).

Questo volume è forse l’opera più sistematica di Dewey nella misura in cui ci offre la griglia concettuale per la comprensione della vasta produzione deweyana che si estende per l’arco di quasi un secolo e lo ha tenuto attivo fino ai suoi ultimi anni di vita; e soprattutto, il libro condensa in dieci capitoli tutta la peculiarità del pensiero di Dewey.

Come ben dimostra il curatore del testo è possibile scandire l’opera in triadi, le quali, oltre ad affinità contenutistiche, presentano una strutturazione architettonica e vettoriale che mette in rilievo gli snodi teoretici sui quali si innesta il discorso deweyano. Se si considera il primo capitolo come un capitolo a sé stante—non indipendente ma che introduce il lettore al metodo deweyano (cfr. Matteucci, p. XXXVII), è possibile suddividere il testo in tre triadi [2] composte dai restanti nove capitoli, i cui titoli, a loro volta, sono composti da tre parole fondamentali [3].

Al di là della concettualizzazione triadica, già a partire dal titolo, il volume ci orienta verso un’organizzazione tensiva e bistabile [4], una mediazione fra due poli ai quali non è possibile attribuire un carattere ontologico indipendente dallo svolgersi della loro relazione. Esempio ancora più palese di questa tensione è il secondo capitolo, che si intitola proprio L’esistenza in quanto precaria e in quanto stabile, nel quale viene marcata la poliedricità dell’esistenza a partire dall’oscillazione mai statica delle due qualificazioni (cfr. Matteucci 2025, p. XVII). Forse ancora più proficuamente è possibile comprendere questa polarità costitutiva nel rapporto fine-mezzi, il quale compone—talvolta in maniera esplicita, talvolta in maniera implicita—l’arco concettuale in cui si distende l’argomentazione deweyana, tant’è che può essere considerato «una sorta di a priori materiale della sensatezza del binomio esperienza-natura» (Matteucci 2025, p. XX).

Inoltre, riscontro emblematico di un andamento bistabile si trova nella definizione di esperienza che Dewey riprende esplicitamente da William James (del quale seguì le lezioni) come parola «a doppia canna» (James 2009, p. 38) poiché «essa [l’esperienza] include che cosa gli esseri umani fanno e patiscono, che cosa cercano di ottenere, amano, credono e sopportano, e anche come essi agiscono e subiscono, desiderano e godono, vedono, credono immaginano» (p. 20). Dunque, l’esperienza non si risolve mai in uno dei due poli (che cosa o come), ma si svolge continuamente nella mediazione di questi due aspetti. Anzi, forse uno degli scacchi fondamentali della filosofia è stato quello di sbilanciare la propria indagine sul che cosa, ipostatizzandolo e spogliandolo della sua compagine modale [5].

Il paradigma della tensione fra che cosa e come poi è il fil rouge, talvolta esplicito talvolta sotterraneo di tutto il volume, che si condensa nella tensione fra l’empiria (concreta esperienza materiale) e le «possibilità presenti nell’immaginazione» (p. 29). Queste ultime non rappresentano delle potenzialità astratte e in contrasto con gli elementi materiali; piuttosto esse sono le modalità di risonanza e di senso che un determinato materiale acquista, come nel caso della lancia: essa «suggerisce la festa non direttamente, ma per il tramite di altre cose esterne, come la selvaggina e la caccia, verso cui la vista dell’arma trasporta l’immaginazione» (p. 112). Questo aspetto si concentra con vigore nel quinto capitolo Natura, comunicazione, significato, dedicato al linguaggio. Rievocando il rapporto fine-mezzi, il linguaggio è «strumentale nel suo liberarci dalla pressione altrimenti soverchiante degli eventi, mettendoci in grado di vivere in un mondo di cose che hanno significato» e anche «finale come condivisione di oggetti e arti di valore inestimabile per una comunità, una condivisione in cui i significati sono intensificati, resi profondi e saldi in questo senso di comunione» (pp. 177-178). Proprio questo aspetto «finale» è reso cruciale dall’«identificazione immaginativa» (p. 161), la quale permette la risonanza dei significati, non limitando il linguaggio a mero strumento di designazione, ma appunto, “idealizzandolo” come dispositivo «consumatorio» e comunitario.

Il rapporto materia-immaginazione esplicitato dal linguaggio diviene fondamentale e ancora più chiaro nelle considerazioni sull’arte. Il nono capitolo Esperienza, natura e arte in maniera proficua mette in luce l’intero percorso del libro e l’intera traiettoria deweyana; tant’è che vi si afferma: «L’esperienza nella forma d’arte […] dà soluzioni a più problemi che hanno tormentato i filosofi, e risolve più dualismi rigidi, di quanto faccia qualsiasi altro tema di riflessione» (p. 328). Oltre alle varie considerazioni di carattere artistico, che anticipano in maniera più sintetica ma non per questo meno efficace le riflessioni che nove anni dopo costruiranno il cuore di Arte come esperienza [6], Dewey risemantizza la nozione di arte: essa non è quella sfera umana dedicata al piacere sensibile e disinteressato, ma è «la fusione unitaria della fase generale, ricorrente, ordinata, stabile della natura con quella fase di essa che è incompleta, in corso e dunque ancora incerta, contingente, inedita, particolare» (p. 301). Dunque, è arte ogni tentativo di perfezionamento e costituzione di senso messo in atto nell’esperienza umana: dall’arte utile, all’educazione fino alla scienza e infatti «la storia dell’esperienza umana è la storia dello sviluppo delle arti» (p. 324).

Alla luce di ciò è possibile comprendere l’appendice, nella quale, Dewey, ormai già novantenne, avverte la necessità di voler sostituire il lemma “esperienza” con “cultura” (cfr. p. 366). Questa modifica è necessaria per sbarazzarsi delle ambiguità che la parola “esperienza” si trascina a causa del suo uso inflazionato; di converso “cultura” di per sé sembra che «includa il materiale e l’ideale nelle loro interrelazioni reciproche» (p. 367), racchiudendo dunque tutte le sfumature che appartengono alla produzione umana e alla luce delle quali comprendiamo perché il metodo deweyano è anche «umanismo naturalistico» (p. 11).

Victor Mattia Coschignano

Note

[1] Per una panoramica generale su Dewey e le scienze cognitive si veda almeno Johnson, Schulkin (2023) e per un approccio specificatamente enattivista si veda Dreon (2019).

[2] Per una presentazione più esaustiva del contenuto delle tre triadi si rimanda al testo introduttivo di Matteucci (2025, pp. XVII-XXXVII).

[3] Questa costruzione tripartita come ben fa notare Matteucci è sicuramente un rinvio alla struttura della dialettica hegeliana che influenzò positivamente il pensiero di Dewey (cfr. Matteucci, pp. XV-XVI). Ma non sarebbe azzardato nemmeno indicarlo come un richiamo alla composizione triadica della speculazione del pragmatista e semiologo Charles Sander Peirce (anch’egli maestro, in questo caso diretto, di Dewey). È assolutamente probabile che lo stesso Peirce fu influenzato da Hegel, poiché la diffusione del pensiero di quest’ultimo ebbe grande diffusione nelle università Americane tra XIX e XX secolo (cfr. Ivi, p. VIII).

Pierce potrebbe venirci in aiuto per la comprensione dei titoli dei nove capitoli, poiché il suo sistema semiotico si compone nell’articolazione di tre elementi fondamentali: soggetto, oggetto e interpretante. e si veda al riguardo anche The Stanford Encyclopedia of Philosophy, Charles Sanders Peirce, https://plato.stanford.edu/archives/sum2024/entries/peirce/ (consultato il 24/03/2026).  Ad esempio, si potrebbe riscontrare questa struttura al titolo del secondo capitolo del volume, Natura, fini, storie: la natura (soggetto) in quanto ha dei fini (interpretante) è storia (oggetto).

[4] Questa bistabilità si può riscontrare persino negli aspetti grafici della produzione deweyana: esempio proficuo è quello di subject-matter (in italiano «materia inerente»), in cui il trattino adoperato da Dewey accentua il legame costitutivo dei due vocaboli. Questo lemma riveste un ruolo fondamentale non solo in Esperienza e natura ma in tutta la produzione deweyana. Per un resoconto più attento ed esteso si veda Iannilli (2024).

[5] Per un’analisi tematica dettagliata di questo aspetto si veda la differenza fra «esperienza-di» ed «esperienza-con» in Matteucci (2019).

[6] A titolo esemplificativo si noti come la bistabilità tra forma (come) e sostanza (che cosa), venga affrontata nel sesto capitolo di Arte come Esperienza: «Ecco cos’è l’aver forma. Contraddistingue un modo di considerare, di sentire e di presentare una materia esperita in maniera da farla diventare più velocemente ed efficacemente materiale […]. Quindi non si può tracciare una distinzione tra forma e sostanza se non per riflessione. L’opera stessa è materia che ha preso forma in una sostanza estetica» (Dewey 2020, p. 124).

Bibliografia

Dewey, J. (2020), Arte come esperienza, Sesto San Giovanni: Aesthetica.

Id. (2025), Esperienza e natura, Torino: Einaudi.

Dreon, R. (2019), Framing Cognition. Dewey’s Potential Contributions to Some Enactivist Issues, in “Synthese”, vol. Radical Views on Cognition, pp. 1-22.

Iannilli, G.L. (2024), “Subject-Matter”: the Graphic Evidence of an Operative Field, in “Eu ropean Journal of Pragmatism and American Philosophy”, vol. XVI-2.

James, W. (2009), Saggi sull’empirismo radicale, Milano-Udine: Mimesis.

Johnson, M., Schulkin, J. (2023) Mind in Nature: John Dewey, Cognitive Science, and a Naturalistic Philosophy for Living, Cambridge (Mass.): MIT Press.

Matteucci, G. (2019), Estetica e natura umana. La mente estesa tra percezione, emozione ed espressione, Roma: Carocci.

Id. (2025), Aspetti, strutture e ritmi del naturalismo deweyano, in John Dewey, Esperienza e natura, Torino: Einaudi.

Sitografia

https://plato.stanford.edu/archives/sum2024/entries/peirce

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