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Stando al ritratto di Richard Rorty, il profilo di John Dewey è scolpito fra i Padri Fondatori della filosofia americana, tutelare della laica speranza democratica di cui il pensiero rortyano si propone come erede[1]. In effetti, è risaputo che questi abbia ripreso Dewey dal suo “lato (pragmatista) migliore”, ritagliandone il pensiero a uso e consumo delle proprie battaglie – sorvolando, solo per fare un esempio, proprio sulla dimensione metafisica dell'esperienza che è invece altrettanto deweyana. Eppure, nel radicare volontariamente il proprio maestro d'elezione nella dimensione sociale, Rorty propone involontariamente un buon metodo di lettura dell’opera deweyana, ovvero ricomprendere ciascuno dei suoi testi, da quelli psicologici a quelli estetici, come pratica situata e artigianale, risonante anzitutto il suo fermento politico e culturale. Tale è il tratto originale di Dewey che in John Dewey fra natura umana e democrazia. Una biografia intellettuale (Carocci, 2026) Roberta Dreon e Matteo Santarelli colgono forse più consapevolmente, scrivendone una biografia intellettuale che, fin dal titolo, lega in un solo percorso filosofico due elementi spesso analizzati parallelamente, ovvero la sua teoria della “natura umana” e l’idea di “democrazia” che la precede e la consegue.

I due autori si alternano nei capitoli secondo le rispettive competenze: Dreon, che lavora su pragmatismo, sensibilità e abiti, firma i capitoli dedicati a formazione, esperienza ed estetica in Dewey; Santarelli, ricercatore di filosofia morale e autore della letteratura su interessi e valori, scrive quelli su educazione, politica e logica.

Come esplicitato nell'introduzione, la comune proposta interpretativa degli autori si mantiene coerente su quattro posizioni fondamentali. In primo luogo, la lettura continuista ma non lineare della filosofia deweyana, affidata alle formule del “continuismo moderato” o della “maturazione” di Calcaterra (2011, p. 36; cfr. p. 46). In secondo luogo, come corollario al primo punto, l'enfasi sul naturalismo culturale come elemento pervasivo della sua riflessione. In terzo luogo, il rifiuto dei compartimenti stagni fra discipline filosofiche nella ricchezza della riflessione deweyana; non da ultimo, la continuità prima menzionata, da leggere anche sul piano etico-politico.

Grazie al suddetto “tetrafarmaco”, antidoto alla tentazione determinista da biografa e biografo, il primo capitolo del volume coglie gli eventi rilevanti del giovane Dewey sullo sfondo di una tesi fondamentale di Natura umana e condotta (1922): gli abiti e gli impulsi instabili e opposti vengono a patti e assumono coerenza solo «per mezzo di una distribuzione di incoerenze» (p. 22). Riconosciuta quindi la forzatura di ogni sguardo retrospettivo uniformante, Dreon sceglie di riportare l'attenzione su tre fattori: la morale calvinista materna, che pone il problema dell'isolamento «del sé dal mondo, dell'anima dal corpo, della natura da Dio» (p. 35); la fisiologia di Huxley, studiata accanto all'evoluzionismo di Darwin e Spencer, che a quel problema offre una prima risposta unificante; infine, un forte spirito sociale alimentato, almeno inizialmente, dalla filantropia religiosa della madre. Alla Johns Hopkins, negli anni del dottorato, la cornice si arricchisce con due elementi di complessità: la psicologia sperimentale di Stanley Hall e l'hegelismo immanentista di George Sylvester Morris, dove Dewey ritrova la stessa domanda di unificazione da cui poi emergerà il continuismo circolare. In questo quadro, Dreon spiega di non soffermarsi troppo proprio sulla lettura dei Principi di psicologia di James (1890), che pure Dewey stesso indicherà, nella sua autobiografia, come un incontro fondamentale del suo percorso. Secondo gli autori, il tempismo della psicologia jamesiana non fece che corroborare ciò che il filosofo già andava elaborando, ovvero la plasticità degli abiti e il primato dell'attività motoria nella selezione interessata degli stimoli (pp. 48-49).

Il decennio di Chicago, ricostruito da Santarelli, porta attenzione sugli interessi pedagogici deweyani, nati attorno alla Laboratory School, la scuola elementare sperimentale che Dewey fonda presso l'Università e che gli offre l'occasione di verificare sul campo le proprie ipotesi pedagogiche e psicologiche. In effetti, se il dibattito dell'epoca sul percorso scolastico era polarizzato fra chi assegnava il primato al programma e alla disciplina e chi metteva al centro il bambino e i suoi interessi spontanei, la proposta deweyana non sta semplicemente a metà fra le due, ma si propone come il loro superamento: gli interessi infantili non vanno né repressi né assecondati, bensì riorganizzati (pp. 64-65). In altri termini, l'aula scolastica non deve essere semplicemente luogo di disciplina né spazio di libera espressione, perché ciascuna autonomia, che resta il fine del processo educativo, si persegue in un ambiente e non da soli, grazie alle occupazioni che restituiscono al lavoro un significato sociale anziché individuale (p. 75). Nel quadro del pensiero educativo gli autori inscrivono poi una vicenda privata spesso lasciata in secondo piano: l'incontro, durante un viaggio dei Dewey in Italia, con Sabino, un bambino affetto da tubercolosi osteoarticolare che tornerà a New York con loro, senza che l'adozione venga mai formalizzata. In ragione della sua disabilità, occorreranno tutta la determinazione e tutto il prestigio di John e della moglie Alice per sottrarlo ai ripetuti tentativi delle istituzioni di collocarlo in classi speciali. La vicenda, cui è dedicato un paragrafo dal titolo «disabilità senza studies» (pp. 84-85), è fra le pagine più originali del volume, e non perché ne emerga un Dewey teorico della disabilità ante litteram, ma perché rafforza la diffidenza deweyana verso l'idea della misurazione quantitativa dell'intelligenza.

Quando nel 1904 si trasferisce alla Columbia, Dewey ha ormai raggiunto una certa maturazione filosofica. Rilevante e originale, in questo periodo, è l'Etica del 1908, scritta con James Tufts, che porta l'attenzione su una questione, per così dire, “statutologica”: che cosa distingue una situazione morale da tutte le altre? La risposta deweyana, come riporta Santarelli, è la volontarietà, atto che manifesta il carattere di ciascuna e di ciascuno ed è esso stesso elemento di valore; il fatto singolare è che essa emerge solo quando mezzi e fini delle azioni, caratterizzate di per sé da valori differenti, si rivelano fra loro incompatibili, sicché non resta che chiedersi se lo scopo principale che si sta perseguendo «dopo tutto, è così importante e desiderabile?» (p. 91). È però Democrazia e educazione (1916), un testo spesso classificato fra le opere pedagogiche, al centro del capitolo etico del volume: come mantenere «la varietà degli interessi, senza pagare il prezzo dell'isolamento?» (p. 101). La risposta sta nell'idea di crescita (growth), cioè nella capacità di sviluppare abiti attivi e plastici, sicché «l'interesse ad apprendere da tutti i contatti della vita è l'interesse morale supremo» (p. 102).

Resta tuttavia da capire come una simile convivenza di pluralità e integrazione possa reggere nella vita politica; non a caso gli autori tengono nello stesso capitolo gli anni successivi, dove la postura filosofica sopra indicata si scontra con la realtà. Negli anni della Prima guerra mondiale Dewey si trova a sostenere l'intervento americano, posizione che lo mette sotto le accuse di Randolph Bourne: l'etica pragmatica deweyana sarebbe una filosofia della cooperazione, buona a riorganizzare l'esistente ma priva di «visione poetica», cieca davanti al conflitto e incapace di creare valori nuovi (pp. 105-106). Da qui il tentativo, evidente in buona parte della produzione deweyana successiva, di mostrare il contrario; e una prima contro-risposta prende forma già nelle Lezioni in Cina del 1919-20. Il conflitto, vi si legge, non oppone l'individuo alla società, bensì gruppi sociali stretti in rapporti di dominazione anche ideologica, sicché chi ottiene riconoscimento tende a sua volta a farsi egemone: «una prosaica visione tragica» (p. 108) che spetta alla democrazia interrompere. Del resto, se nessuna gerarchia è data a priori, solo una partecipazione diffusa alla formazione dei valori comuni può far riconoscere come sociali i bisogni dei dominati, anziché liquidarli come capricci privati. Che ciò sia possibile lo argomenta Natura umana e condotta (1922), con cui il capitolo si chiude: gli abiti vi sono «mezzi attivi» e non inerzie (p. 110), si danno sempre dentro un ambiente già abitato e, soprattutto, si aprono al mutamento quando entrano in conflitto fra loro.

Tutto converge allora nel quinto capitolo del volume, dedicato a Esperienza e natura (1925), che Dewey elabora al rientro da tre anni in Estremo Oriente, quando l'esigenza di dare una versione compiuta della propria filosofia si fa urgente. Ne esce una metafisica laica della contingenza, fondata non sul confronto fra intelletto finito e intelletto divino, ma sulla precarietà di una vita che deve conquistarsi un equilibrio sempre instabile con l'ambiente da cui dipende (pp. 127-128).

Il sesto capitolo riprende questioni di teoria politica e copre gli anni fra il 1927 e il 1939, ruotando attorno a Problemi del pubblico (1927), incomprensibile se non nel confronto con Walter Lippmann, che nell'Opinione pubblica (1922) aveva ridotto il pubblico a uno stato fantasmatico (p. 143). Di contro a quanto è stato spesso proposto, Dreon e Santarelli concordano sul fatto che Dewey concede all'avversario la diagnosi – l'eclissi del pubblico è reale, le sue cause sono oggettive – ma cerca tutt'altra terapia: ai mali della democrazia non si risponde riducendo la partecipazione, ma potenziandola (p. 147). Di qui la genealogia del pubblico come insieme di coloro che sono toccati dalle conseguenze indirette di una transazione, e il problema, tutto pratico, di come un simile insieme possa riconoscersi e organizzarsi.

Il settimo capitolo torna poi indietro di qualche anno per dedicarsi all'estetica di Arte come esperienza (1934). Dreon la riconduce non a un'aggiunta tardiva, bensì a uno sviluppo della teoria dell'esperienza già abbozzato in Esperienza e natura: se l'arte è una delle esperienze umane, e non un regno separato con criteri di valutazione propri, allora la critica della concezione museale e il richiamo alla «fame estetica» della maggioranza acquistano un senso apertamente politico (p. 183). Non è un caso che il capitolo si chiuda sulle conseguenze democratiche del testo, ovvero il Federal Art Project, il braccio culturale del Piano Roosevelt che dal 1935 aprì il sistema museale americano a una fruizione più inclusiva (p. 202).

Infine, l'ottavo capitolo del volume è dedicato all'ultima grande opera di Dewey: quella Logica. Teoria dell'indagine del 1938 che egli stesso aveva definito il proprio «primo e ultimo amore» (p. 205). Nonostante un titolo che parrebbe lontano da tutto ciò che si è detto finora, è qui che, seguendo gli autori, il naturalismo culturale deweyano si fa più radicale. Di fatto, per Dewey, le forme logiche non sono mai premesse a priori, ma abiti di inferenza emersi dall'indagine stessa, quindi da una situazione costitutivamente indeterminata. Ne derivano, secondo Dreon e Santarelli, due conseguenze: la prima è che nessuna frattura separa il senso comune dalla scienza, sicché il compito di una democrazia compiuta diventa che quello si lasci raffinare da questa (pp. 222-227); la seconda è che anche i valori entrano nel campo dell'indagine, mai in senso assoluto ma sempre come fini-in-vista da vagliare nelle loro condizioni e conseguenze (pp. 228-235).

Per le lettrici e i lettori è quindi evidente, al termine del volume, che persino l'opera più specialistica di Dewey si rivela il punto d'arrivo di ciò che Dreon, presentando il libro, ha felicemente definito una continuità nella radicalizzazione. D'altra parte, la formula ha un profumo indubbiamente deweyano.

Martina Panzavolta

Bibliografia

Calcaterra R. M., Idee concrete. Percorsi nella filosofia di John Dewey, Marietti, Genova 2011.

Rorty R., Achieving Our Country. Leftist Thought in Twentieth-Century America, Harvard University Press, Cambridge (MA) 1998; trad. it. Una sinistra per il prossimo secolo. L'eredità dei movimenti progressisti americani del Novecento, Garzanti, Milano 1999.


Note

[1] R. Rorty, Achieving Our Country. Leftist Thought in Twentieth-Century America, Harvard University Press, Cambridge (MA) 1998 (trad. it. Una sinistra per il prossimo secolo. L’eredità dei movimenti progressisti americani del Novecento, Garzanti, Milano 1999).

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