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LA BISTABILITÀ DEWEYANA FRA IMMAGINAZIONE E MATERIA
Recensioni / Settembre 2026Nel 1925 viene pubblicato Esperienza e natura di John Dewey (1859-1952). Dopo cento anni, ne esce per la casa editrice Einaudi, nella collana Piccola Biblioteca, una nuova traduzione italiana a cura di Giovanni Matteucci. Questa riedizione è segnata soprattutto dalla trasversalità che la filosofia del pragmatista americano ha guadagnato negli ultimi anni, scardinandolo dagli studi di pedagogia, nei quali, soprattutto in Italia era stato confinato. In particolare, di grande attualità sono i dialoghi virtuali con le scienze cognitive, soprattutto con l’enattivismo [1]. bistabilità
La presente edizione nel complesso si presenta come fu riveduta dallo stesso Dewey per una seconda ripubblicazione ufficiale avvenuta nel 1929. Rispetto a quella del 1925, viene ritoccato solamente il primo capitolo. Compaiono ad arricchire questo volume due elementi: un testo introduttivo di Matteucci Aspetti, strutture e ritmi del naturalismo deweyano, il quale, oltre a presentare minuziosamente il volume, offre in maniera approfondita le dovute contestualizzazioni storiche e filosofiche, e una parte più tecnica sulla specificità della traduzione. E, posta a mo’ di appendice, la bozza di introduzione alla quale Dewey stava lavorando, tra il 1949 e il 1951 (dopo la Seconda Guerra Mondiale), per una plausibile terza edizione.
La commistione con la scienza non dovrebbe sorprenderci affatto, poiché è lo stesso Dewey che nel 1925 avverte la necessità di mettersi in dialogo con le scienze. È chiaro che a meno di dieci anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale si sentiva il bisogno di ritrovare un assesto culturale e sociale che sembrava perduto. In quale modo se non attingere alla stabilità delle scienze? Esse già a partire dalla seconda metà del XIX secolo si erano dimostrate in grado di fare i conti con crisi e nuovi paradigmi senza per questo perdere la propria credibilità. Dunque, Dewey è pienamente calato nel contesto della sua epoca, come dimostrano affinità con movimenti filosofici d’oltre oceano, dalla fenomenologia al positivismo (cfr. Matteucci 2025, p. XII). Inoltre, è evidente la matrice statunitense del pensiero deweyano, riscontrabile nello sviluppo delle posizioni pragmatiste, per le quali Dewey viene solitamente ricordato. Ma come fa notare il curatore, la parola «pragmatismo» compare solamente tre volte nel presente volume (cfr. Ivi, p. XIII) e sempre accompagnata da aggettivi non sempre lodevoli: «pragmatismo naturale» (p. 101), «pragmatismo capriccioso» (p. 207) e «pragmatismo semplicistico» (p. 321). Questo riscontro ci presenta pienamente l’originalità e la trasversalità di Dewey come anche dimostrano i numerosi riferimenti che intercorrono per tutto il testo a storici, psicologi antropologi e persino scienziati dell’epoca. bistabilità
Da subito Dewey rileva come da un lato vi è un’estrema meccanizzazione dell’esperienza, dall’altro, forse, un estremo discredito di essa (cfr. p. 11). Perciò è necessario mutuare dall’indagine scientifica la rilevanza che l’esperienza gioca nel procedere della scienza; infatti, già nelle battute iniziali del primo capitolo di Esperienza e natura, Dewey definisce il suo metodo «naturalismo empirico o empirismo naturalistico» (p. 11). Il primo passo teoretico è perciò risemantizzare il rapporto fra esperienza e natura: non più una dicotomia, ma una messa in atto modale del potenziale naturale attraverso l’esperienza (cfr. Matteucci 2025, pp. XVII-XVIII).
Dewey però non si dimostra attento esclusivamente alla sua contemporaneità, anzi l’attenzione alla contemporaneità acquista maggiormente valore poiché essa emerge da una tensione che percorre tutto il volume: quella fra filosofia classica (i Greci) e filosofia moderna. Dewey, al netto di ricostruzioni narrative o filologiche, presenta una storia della filosofia “strumentale”, in certa misura genealogica, poiché atta a far emergere precipuamente i nuclei operativi sui quali si innestano le tematizzazioni distintive di ciascuna epoca. Argomento chiave è certamente la differenza fra il carattere di immediatezza dell’esperienza greca, il quale senza fatica Dewey definisce «estetico», di converso all’ipostatizzazione e alla meccanizzazione dell’esperienza attuata dalla filosofia moderna (cfr. pp. 90-91). Ovviamente l’intento di Dewey non è quello di riportare in auge una matrice filosofica superata; infatti, sono anche molti i necessari rimproveri fatti all’impostazione greca, talvolta definita anche «ingenua». Piuttosto, Dewey, attraverso i Greci, vuole ricordarci che l’esperienza nella «sua primigenia integrità non contempla la divisione tra atto e materiale, soggetto e oggetto, ma li contiene entrambi in una totalità non-analizzata» (p. 20).
Questo volume è forse l’opera più sistematica di Dewey nella misura in cui ci offre la griglia concettuale per la comprensione della vasta produzione deweyana che si estende per l’arco di quasi un secolo e lo ha tenuto attivo fino ai suoi ultimi anni di vita; e soprattutto, il libro condensa in dieci capitoli tutta la peculiarità del pensiero di Dewey.
Come ben dimostra il curatore del testo è possibile scandire l’opera in triadi, le quali, oltre ad affinità contenutistiche, presentano una strutturazione architettonica e vettoriale che mette in rilievo gli snodi teoretici sui quali si innesta il discorso deweyano. Se si considera il primo capitolo come un capitolo a sé stante—non indipendente ma che introduce il lettore al metodo deweyano (cfr. Matteucci, p. XXXVII), è possibile suddividere il testo in tre triadi [2] composte dai restanti nove capitoli, i cui titoli, a loro volta, sono composti da tre parole fondamentali [3].
Al di là della concettualizzazione triadica, già a partire dal titolo, il volume ci orienta verso un’organizzazione tensiva e bistabile [4], una mediazione fra due poli ai quali non è possibile attribuire un carattere ontologico indipendente dallo svolgersi della loro relazione. Esempio ancora più palese di questa tensione è il secondo capitolo, che si intitola proprio L’esistenza in quanto precaria e in quanto stabile, nel quale viene marcata la poliedricità dell’esistenza a partire dall’oscillazione mai statica delle due qualificazioni (cfr. Matteucci 2025, p. XVII). Forse ancora più proficuamente è possibile comprendere questa polarità costitutiva nel rapporto fine-mezzi, il quale compone—talvolta in maniera esplicita, talvolta in maniera implicita—l’arco concettuale in cui si distende l’argomentazione deweyana, tant’è che può essere considerato «una sorta di a priori materiale della sensatezza del binomio esperienza-natura» (Matteucci 2025, p. XX).
Inoltre, riscontro emblematico di un andamento bistabile si trova nella definizione di esperienza che Dewey riprende esplicitamente da William James (del quale seguì le lezioni) come parola «a doppia canna» (James 2009, p. 38) poiché «essa [l’esperienza] include che cosa gli esseri umani fanno e patiscono, che cosa cercano di ottenere, amano, credono e sopportano, e anche come essi agiscono e subiscono, desiderano e godono, vedono, credono immaginano» (p. 20). Dunque, l’esperienza non si risolve mai in uno dei due poli (che cosa o come), ma si svolge continuamente nella mediazione di questi due aspetti. Anzi, forse uno degli scacchi fondamentali della filosofia è stato quello di sbilanciare la propria indagine sul che cosa, ipostatizzandolo e spogliandolo della sua compagine modale [5].
Il paradigma della tensione fra che cosa e come poi è il fil rouge, talvolta esplicito talvolta sotterraneo di tutto il volume, che si condensa nella tensione fra l’empiria (concreta esperienza materiale) e le «possibilità presenti nell’immaginazione» (p. 29). Queste ultime non rappresentano delle potenzialità astratte e in contrasto con gli elementi materiali; piuttosto esse sono le modalità di risonanza e di senso che un determinato materiale acquista, come nel caso della lancia: essa «suggerisce la festa non direttamente, ma per il tramite di altre cose esterne, come la selvaggina e la caccia, verso cui la vista dell’arma trasporta l’immaginazione» (p. 112). Questo aspetto si concentra con vigore nel quinto capitolo Natura, comunicazione, significato, dedicato al linguaggio. Rievocando il rapporto fine-mezzi, il linguaggio è «strumentale nel suo liberarci dalla pressione altrimenti soverchiante degli eventi, mettendoci in grado di vivere in un mondo di cose che hanno significato» e anche «finale come condivisione di oggetti e arti di valore inestimabile per una comunità, una condivisione in cui i significati sono intensificati, resi profondi e saldi in questo senso di comunione» (pp. 177-178). Proprio questo aspetto «finale» è reso cruciale dall’«identificazione immaginativa» (p. 161), la quale permette la risonanza dei significati, non limitando il linguaggio a mero strumento di designazione, ma appunto, “idealizzandolo” come dispositivo «consumatorio» e comunitario.
Il rapporto materia-immaginazione esplicitato dal linguaggio diviene fondamentale e ancora più chiaro nelle considerazioni sull’arte. Il nono capitolo Esperienza, natura e arte in maniera proficua mette in luce l’intero percorso del libro e l’intera traiettoria deweyana; tant’è che vi si afferma: «L’esperienza nella forma d’arte […] dà soluzioni a più problemi che hanno tormentato i filosofi, e risolve più dualismi rigidi, di quanto faccia qualsiasi altro tema di riflessione» (p. 328). Oltre alle varie considerazioni di carattere artistico, che anticipano in maniera più sintetica ma non per questo meno efficace le riflessioni che nove anni dopo costruiranno il cuore di Arte come esperienza [6], Dewey risemantizza la nozione di arte: essa non è quella sfera umana dedicata al piacere sensibile e disinteressato, ma è «la fusione unitaria della fase generale, ricorrente, ordinata, stabile della natura con quella fase di essa che è incompleta, in corso e dunque ancora incerta, contingente, inedita, particolare» (p. 301). Dunque, è arte ogni tentativo di perfezionamento e costituzione di senso messo in atto nell’esperienza umana: dall’arte utile, all’educazione fino alla scienza e infatti «la storia dell’esperienza umana è la storia dello sviluppo delle arti» (p. 324).
Alla luce di ciò è possibile comprendere l’appendice, nella quale, Dewey, ormai già novantenne, avverte la necessità di voler sostituire il lemma “esperienza” con “cultura” (cfr. p. 366). Questa modifica è necessaria per sbarazzarsi delle ambiguità che la parola “esperienza” si trascina a causa del suo uso inflazionato; di converso “cultura” di per sé sembra che «includa il materiale e l’ideale nelle loro interrelazioni reciproche» (p. 367), racchiudendo dunque tutte le sfumature che appartengono alla produzione umana e alla luce delle quali comprendiamo perché il metodo deweyano è anche «umanismo naturalistico» (p. 11).
Victor Mattia Coschignano
Note
[1] Per una panoramica generale su Dewey e le scienze cognitive si veda almeno Johnson, Schulkin (2023) e per un approccio specificatamente enattivista si veda Dreon (2019).
[2] Per una presentazione più esaustiva del contenuto delle tre triadi si rimanda al testo introduttivo di Matteucci (2025, pp. XVII-XXXVII).
[3] Questa costruzione tripartita come ben fa notare Matteucci è sicuramente un rinvio alla struttura della dialettica hegeliana che influenzò positivamente il pensiero di Dewey (cfr. Matteucci, pp. XV-XVI). Ma non sarebbe azzardato nemmeno indicarlo come un richiamo alla composizione triadica della speculazione del pragmatista e semiologo Charles Sander Peirce (anch’egli maestro, in questo caso diretto, di Dewey). È assolutamente probabile che lo stesso Peirce fu influenzato da Hegel, poiché la diffusione del pensiero di quest’ultimo ebbe grande diffusione nelle università Americane tra XIX e XX secolo (cfr. Ivi, p. VIII).
Pierce potrebbe venirci in aiuto per la comprensione dei titoli dei nove capitoli, poiché il suo sistema semiotico si compone nell’articolazione di tre elementi fondamentali: soggetto, oggetto e interpretante. e si veda al riguardo anche The Stanford Encyclopedia of Philosophy, Charles Sanders Peirce, https://plato.stanford.edu/archives/sum2024/entries/peirce/ (consultato il 24/03/2026). Ad esempio, si potrebbe riscontrare questa struttura al titolo del secondo capitolo del volume, Natura, fini, storie: la natura (soggetto) in quanto ha dei fini (interpretante) è storia (oggetto).
[4] Questa bistabilità si può riscontrare persino negli aspetti grafici della produzione deweyana: esempio proficuo è quello di subject-matter (in italiano «materia inerente»), in cui il trattino adoperato da Dewey accentua il legame costitutivo dei due vocaboli. Questo lemma riveste un ruolo fondamentale non solo in Esperienza e natura ma in tutta la produzione deweyana. Per un resoconto più attento ed esteso si veda Iannilli (2024).
[5] Per un’analisi tematica dettagliata di questo aspetto si veda la differenza fra «esperienza-di» ed «esperienza-con» in Matteucci (2019).
[6] A titolo esemplificativo si noti come la bistabilità tra forma (come) e sostanza (che cosa), venga affrontata nel sesto capitolo di Arte come Esperienza: «Ecco cos’è l’aver forma. Contraddistingue un modo di considerare, di sentire e di presentare una materia esperita in maniera da farla diventare più velocemente ed efficacemente materiale […]. Quindi non si può tracciare una distinzione tra forma e sostanza se non per riflessione. L’opera stessa è materia che ha preso forma in una sostanza estetica» (Dewey 2020, p. 124).
Bibliografia
Dewey, J. (2020), Arte come esperienza, Sesto San Giovanni: Aesthetica.
Id. (2025), Esperienza e natura, Torino: Einaudi.
Dreon, R. (2019), Framing Cognition. Dewey’s Potential Contributions to Some Enactivist Issues, in “Synthese”, vol. Radical Views on Cognition, pp. 1-22.
Iannilli, G.L. (2024), “Subject-Matter”: the Graphic Evidence of an Operative Field, in “Eu ropean Journal of Pragmatism and American Philosophy”, vol. XVI-2.
James, W. (2009), Saggi sull’empirismo radicale, Milano-Udine: Mimesis.
Johnson, M., Schulkin, J. (2023) Mind in Nature: John Dewey, Cognitive Science, and a Naturalistic Philosophy for Living, Cambridge (Mass.): MIT Press.
Matteucci, G. (2019), Estetica e natura umana. La mente estesa tra percezione, emozione ed espressione, Roma: Carocci.
Id. (2025), Aspetti, strutture e ritmi del naturalismo deweyano, in John Dewey, Esperienza e natura, Torino: Einaudi.
Sitografia
https://plato.stanford.edu/archives/sum2024/entries/peirce
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Questo libro tenta di convincere non del fatto che il lavoro è la questione filosofica più importante bensì, più modestamente, che Dewey ha concepito il lavoro come una questione decisiva, e lo ha fatto per via degli orientamenti fondamentali del suo pensiero
(E. Renault, p. 16)
Non si è fatto in tempo a recensire Le travail et ses problèmes. Biologie, sociologie et politique chez John Dewey (Librairie Philosophique J. Vrin, pp. 214), uscito nell’autunno del 2022, che Emmanuel Renault ha già pubblicato un nuovo volume: Abolir l’exploitation (La Découverte, 2023). L’interesse che ha suscitato quest’ultimo, persino al di là della sfera accademica, non oscuri i meriti di Le travail et ses problèmes, che è ben più di una originale monografia su John Dewey.
Emmanuel Renault, professore di filosofia all’Université Paris Nanterre e membro dell’Institut Universitaire de France, è autore di saggi come Souffrances sociales (2008) e L’expérience de l’injustice (2017). È tra i principali esponenti della corrente francese della teoria critica di stampo francofortese e ha condotto il progetto «Approches philosophiques de la centralité du travail».
Le travail et ses problèmes rientra nel programma di ricerca che Renault conduce da qualche anno («Dewey avec Hegel. Perspectives historiques et contemporaines») e oltre ad alcune traduzioni (Dewey 2016) segue una corposa serie di articoli incentrati sul pragmatista americano. Ci si sarebbe potuti attendere, quindi, una banale raccolta di tali articoli; invece, questi ultimi sono usati soltanto come sfondo a cui Renault rimanda puntualmente, per invitare lettrici e lettori ad approfondire certi aspetti della sua interpretazione che altrimenti amplierebbero eccessivamente il volume.
Si tratta della prima monografia che Renault dedica a John Dewey, dopo quelle su Hegel (2001; 2002; 2015) e Marx (1995; 2014; 2018). La linea d’indagine prescelta è dettata dal tema del lavoro: l’ipotesi è che «i testi di Dewey elaborino una filosofia del lavoro» (p. 12). Egli intende farla emergere e valutare gli effetti euristici che essa ha sugli altri aspetti del pensiero del pragmatista americano. Tuttavia, sarebbe riduttivo considerare Le travail et ses problèmes soltanto come una monografia su Dewey: tanto il suo contenuto quanto l’intento esplicito di Renault fanno sì che il volume offra non solo una specifica chiave di lettura dell’opera di Dewey ma anche un modello teorico che «a partire da Dewey» permette di «riflettere alle differenti maniere di pensare l’importanza del lavoro» (p. 17). In altre parole, Le travail et ses problèmes è orientato su due obiettivi di ordine diverso, uno che si attiene al campo di studi deweyani, l’altro che si inscrive in un più ampio progetto di una rivalutazione filosofica del lavoro.
Per quanto riguarda il primo obiettivo, Renault vuole aprire una nuova via d’accesso all’opera di Dewey. Si tratta di mettere in risalto quella che lui considera essere tanto «la specificità di Dewey rispetto ad altri pragmatisti» (p. 16) quanto «la singolarità della posizione che questi occupa nella storia della filosofia» (p. 17): la sua concezione del lavoro.
Questa è ingiustamente sottovalutata da chi si occupa di Dewey e di pragmatismo. Renault, quindi, vuole «colmare una lacuna» (p. 16) nei commenti a Dewey, sottolineando le ragioni per le quali gli studi deweyani trascurano il tema del lavoro. Per legittimare la sua interpretazione, la strategia di Renault non prevede tanto la costruzione di argomenti che invalidano le interpretazioni maggioritarie, quanto lo studio diretto dei testi di Dewey, poiché questi sono «sono sufficientemente ricchi e complessi perché differenti interpretazioni siano possibili e compatibili» (p. 16). Renault vuole «leggere Dewey alla lettera» (p. 12), dedicandovisi con «il rigore filologico che meritano i grandi autori» (p. 12). Perciò, Le travail et ses problèmes è caratterizzato da un’ampia e fitta rete di citazioni dai Collected Works e dalle Lectures (se ne potrebbe ricavare una guida per una lettura antologica di Dewey), da cui emerge chiaramente il «peso» del tema del lavoro nella produzione deweyana.
Ciascuno dei quattro capitoli di cui consta il volume (a cui si aggiungono un’introduzione e una conclusione) mette in questione i pregiudizi che, al contrario, portano a sottostimare tale peso: la teoria generale dell’azione elaborata da Dewey che renderebbe superflua una più specifica teoria del lavoro; la scarsa rilevanza del suo strumentalismo nelle interpretazioni neopragmatiste e il sospetto nei confronti del suo naturalismo di stampo darwinista; la riduzione della filosofia sociale e politica di Dewey a una teoria della democrazia deliberativa e a una filosofia dell’educazione. Al contempo, i quattro capitoli sono organizzati in maniera tale da restituire la complessità dell’approccio deweyano al lavoro. Essi seguono, infatti, le tre dimensioni secondo cui - stando alla ricostruzione proposta da Renault – Dewey esamina tale tema: sotto il profilo di una teoria dell’azione (capitolo 1), sotto quello della valenza biologica e sociale del lavoro (capitoli 2 e 3), sotto quello della sua portata politica (capitolo 4).
Uno dei meriti che Renault attribuisce a Dewey rispetto alla tradizione filosofica occidentale è proprio l’aver sostenuto l’importanza del lavoro sulla base di un’articolazione coerente di suddette dimensioni e non averla affermata unilateralmente, privilegiandone una sola. Dewey, quindi, non appiattisce il lavoro sull’aspetto tecnico ma ne mette in luce anche quelli biologici, psicologici e sociali. Renault gli riconosce altresì il merito di aver affrontato in maniera specifica la vaghezza costitutiva della definizione di «lavoro» in maniera originale: Dewey non vi ha posto argini ristretti, seguendo l’esempio di Aristotele, bensì «ha mobilitato congiuntamente diverse definizioni di lavoro che illuminano dimensioni complementari dell’esperienza del lavoro» (p. 17) (ad esempio, il lavoro come attività strumentale, il lavoro in quanto occupation). Per permettere di saggiare la peculiarità dell’approccio deweyano si può menzionare l’importanza che Dewey attribuisce ai mestieri (cfr. pp. 116-125): essi sono «la forma principale dell’equilibrio tra interessi particolari e l’interesse collettivo» (p. 118) ed una «teoria del lavoro» deve considerarli e descriverli in tutta la loro varietà e molteplicità perché sia «convincente» e critica (p. 123).
Tramite la lente del tema del lavoro, Renault esamina anche il rapporto di Dewey con Hegel, Darwin e Marx. A proposito del primo, Renault sostiene che «il complesso dei problemi legati al lavoro conduce a mettere in luce aspetti che generalmente non vengono rilevati» (p. 104) del «residuo hegeliano» ammesso da Dewey stesso nei suoi testi; in particolare, ciò permette a Renault di scartarsi dall’interpretazione di Richard Rorty per quanto riguarda il rapporto del pragmatista con Hegel e Darwin (cfr. pp. 105-109). Del biologo inglese, poi, Renault evidenzia tanto l’influenza su Dewey (ad esempio, nella definizione dell’essere umano come homo faber) quanto infedeltà di quest’ultimo nei suoi confronti (gli argomenti contro il darwinismo sociale divergono da quelli sviluppati da Darwin). Infine, i termini secondo cui Renault imposta la discussione circa il rapporto tra Dewey e Marx non sono né quelli dell’eredità né quelli dell’influenza, bensì quelli della compatibilità delle loro posizioni. Dewey avec Marx? è uno dei paragrafi di Le travail et ses problèmes: la risposta pare affermativa, dato che sia le critiche di Dewey a Marx sia quelle marxiste a Dewey non toccano i punti essenziali (resta intatto il ruolo che entrambi attribuiscono al lavoro, ad esempio) o non reggono a un’attenta lettura dei testi.
Oltre all’obiettivo attinente agli studi deweyani, l’obiettivo di ordine diverso a cui Renault mira è servirsi di Dewey per proseguire la ricerca di una proposta filosofica che rivaluti il lavoro quale problema filosofico. Questo intento innervava già l’Histoire philosophique du travail (Fischbach et alii 2022) da lui curata così come in The Return of Work (Dejours et alii 2018). A tale scopo, John Dewey si rivela un autore persino più utile del trittico «Hegel, Marx, Arendt» poiché – questo si legge nella prima pagina di Le travail et ses problèmes – Dewey li «soppianta, per la varietà dei suoi approcci al lavoro così come per la lotta sistematica contro i pregiudizi sociali e filosofici che lo hanno devalorizzato» (p. 9). In questa monografia, dunque, pur nel rigoroso e costante confronto con i testi, l’interesse dell’interprete non è mai tenuto nascosto.
Si guardi alla metafora della «centralità del lavoro» che ricorre lungo tutto l’arco di Le travail et ses problèmes e che Renault riferisce più volte alle tesi di Dewey. Nell’Introduzione, Renault spiega che tale tropo è d’uso nell’ambito delle scienze umane del lavoro per indicare l’importanza cruciale di quest’ultimo (il riferimento è a Castel 1998 e Dejours e Deranty 2010). Di questa metafora, Renault rinviene almeno due occorrenze anche in Dewey, il quale si riferisce al lavoro come un’«asse»: un’altra metafora secondo cui esso organizza e ordina vita (cfr. p. 19). Ciò lo rende «uno dei rari filosofi» (p. 19) che ritengono il lavoro così decisivo e, in effetti, Renault dimostra che «gli si può attribuire la tesi di una doppia centralità, psicologica e sociale, del lavoro» (p. 22). Stando all’interpretazione proposta in Le travail et ses problèmes, Dewey si attesta su posizioni vicine a quelle delle più recenti scienze umane del lavoro, ma non solo: l’approccio deweyano sarebbe una valida trasposizione di queste ultime in ambito filosofico. Ne è un esempio l’argomentazione deweyana a proposito della «centralità psicologica del lavoro», che presenta alcune affinità con il modello psicodinamico sviluppato da Christophe Dejours (cfr. Dejours 2008) e di cui Renault si è servito in altri saggi (cfr. Renault 2008; Renault 2017b).
Invece, non si può attribuire a Dewey la tesi della «centralità politica» del lavoro. Renault insiste su questo: sarebbe riduttivo rispetto agli obiettivi del programma e della strategia politica di Dewey, Sebbene il lavoro occupi una casella importante anche sullo scacchiere dei processi politici, al massimo gli viene attribuito un «privilegio strategico» (p. 163), motivato, tra le altre ragioni, dal fatto che l’«esperienza del lavoro» può servire a federare gruppi sociali diversi. Sottolineando che per Dewey non valga la tesi della centralità politica del lavoro, Renault vuole stabilire che per il pragmatista americano, dal punto di vista politico, la trasformazione della struttura economica della società è più importante di quella del lavoro. In altri termini, sebbene la democratizzazione della società non possa prescindere dalla democratizzazione dell’industria in quanto «una delle sfere sociali in cui l’arbitrarietà del potere personale è […] istituzionalizzato» (p. 177), nondimeno «la democratizzazione del lavoro è subordinata alla democratizzazione dell’economia» (p. 169), e Renault mostra (cfr. pp.169-176) che il progetto deweyano di quest’ultima è «meno indeterminato di quel che si dice di solito» (p. 173).
Per quanto non si possa parlare di «centralità politica» del lavoro, la posta in palio politica è comunque elevata: dalla democratizzazione del lavoro dipende l’autonomia dei lavoratori e il loro «riappropriarsi» l’attività che svolgono, così come la formazione di abitudini democratiche. A tal proposito, Renault osserva (p. 115) che si tratta di un controsenso ritenere che Dewey abbia considerato le istituzioni educative formali il solo vettore di democrazia: il concetto di educazione da lui mobilitato è estensivo e, quindi, anche l’educazione informale, come quella che avviene in ambito lavorativo, è determinante dal punto di vista della pratica democratica.
Questa è un’ulteriore ragione dell’attualità di Dewey secondo Renault. Stando alla sua ricostruzione, infatti, la «democratizzazione del lavoro» trova in Dewey due giustificazioni: quella politica, in quanto, per l’appunto, «un lavoro democratizzato condiziona lo sviluppo di abitudini democratiche al di fuori dell’ambito lavorativo» (p. 183) e perciò permetterebbe di realizzare l’ideale di una società democratica; e quella etica, in quanto miglioramento della «esperienza del lavoro» (p. 182), derivante da una maggiore autonomia e possibilità di appropriarsi del lavoro. La coordinazione di queste due giustificazioni è un elemento di originalità rispetto ai dibattiti attuali sulla cosiddetta workplace democracy, nei quali esse sono contrapposte (il riferimento di Renault qui è Frega et alii 2019).
Renault, dunque, propone una monografia su Dewey che può interessare ed essere utile anche a chi non si occupi strettamente di pragmatismo. Titolo e sottotitolo del volume lo indicano chiaramente: chi cerchi uno studio sulla biologia, la sociologia e la politica di Dewey vi troverà un approccio originale e minoritario, incentrato sul lavoro. Ma questa monografia su Dewey merita l’attenzione anche di chi si interroghi sul lavoro, la sua definizione e il suo ruolo, di cui troverà un modello di analisi filosofica basato sul pragmatismo deweyano.
Armando Arata
Bibliografia
Castel R. (1998), «Centralité du travail et cohésion sociale» in Le monde du travail, a cura di Kergoat J. et alii, La Découverte, Paris, pp. 50-65.
Dejours C. (2008), Travail vivant, 2 vol., Payot, Paris.
Dejours C., Deranty J.P. (2010), «Centrality of Work» in Critical Horizons, vol. 11, n°2, pp. 167-180.
Dewey J. (2016), L’influence de Darwin sur la philosophie et autres essais, a cura di Chataigné-Pouteyo L., Gautier C., Madelrieux S., Renault E., Gallimard, Paris.
Fischbach F., Merker A., Morel P.-M., Renault E. (a cura di) (2022), Histoire philosophique du travail, Librairie Philosophique J. Vrin, Paris.
Frega R., Herzog L., Neuhäuser C. (2019), “Workplace Democracy – the Recent Debate” in Philosophy Compass: https://doi.org/10.1111/phc3.12574).
Renault E. (1995), Marx et l’idée de critique, PUF, Paris (tr. it., Marx e l’idea di critica, Manifesto Libri, Genova, 1999).
Renault E. (2001), Hegel. La naturalisation de la dialectique, Librairie Philosophique J. Vrin, Paris.
Renault E. (2002), Philosophique chimique. Hegel et la science dynamiste de son temps, PUB, Bordeaux.
Renault E. (2008), Souffrances sociales. Sociologie, psychologie et politique, La Découverte, Paris.
Renault E. (2014), Marx et la philosophie, Presses Universitaires de France, Paris.
Renault E. (2015), Connaître ce qui est. Enquête sur le présentisme hégelien, Librairie Philosophique J. Vrin, Paris.
Renault E. (2017a), L’expérience de l’injustice. Reconnaissance et clinique de l’injustice, La Découverte, Paris (trad. ing.: The Experience of Injustice. A Theory of Recognition, Columbia University Press, New York, 2019).
Renault E. (2017b), Reconnaissance, conflit, domination, CNRS Éditions, Paris.
Renault E. (2018), Marx and Critical Theory, Brill, Leiden. Renault E. (2023), Abolir l’exploitation. Expériences, théories, stratégies, La Découverte, Paris.






