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Nel 1971 l’allora cancelliere socialdemocratico della Repubblica Federale Tedesca Willy Brandt, tra i protagonisti della politica europea del tempo, fu insignito del Premio Nobel per la pace a causa della politica dell’Ostpolitik, atta a tessere rapporti di buon vicinato con la controparte incarnata dalla Repubblica Democratica Tedesca, nonché con i paesi del blocco orientale e l’Unione Sovietica. Il calcolo di Brandt riguardava la possibilità di evitare degenerazioni militari rispetto alla situazione geopolitica bipolare che contraddistinse la Guerra Fredda, contribuendo alla fase di distensione dei rapporti tra USA e URSS fino alla fine degli anni ‘70. Da allora la propensione per soluzioni di mediazione politica, talora anche controversi, tra la Germania, l’est Europa e la Russia ha costituito un importante tassello dei cancellierati successivi a quello di Brandt, passando per Helmut Kohl, Gerhard Schröder e Angela Merkel.

La situazione attuale è, invece, molto diversa, in particolar modo dopo l’inizio della guerra in Ucraina del 2022. Laddove le forze filo-governative tedesche si trovano a gestire una politica estera ostile, le opinioni più inclini a un’intesa con la Federazione Russa sono riscontrabili nei partiti dell’opposizione. Nel commentare le differenze tra il Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei rispetto a quello di Identità e Democrazia, Maximilian Krah, capolista dell’AfD per le elezioni europee del 2024 ha dichiarato, a proposito dei Conservatori: «Inoltre sono antirussi  […] Noi siamo pacifisti e non vogliamo l’invio di armi in Ucraina perché vogliamo ripristinare i rapporti con la Russia» (Mastrobuoni, 2025, p. 157). Nella medesima campagna elettorale, Björn Höcke, capo del partito in Turingia, ha dichiarato che la sua prima visita ufficiale, se mai diventasse cancelliere, sarebbe a Mosca (Mastrobuoni, 2025, p. 158). Dall’altra parte dello spettro politico, l’ex leader del partito di sinistra radicale Die Linke, Sarha Wagenknecht, in seguito uscita dal partito per creare la formazione Bündnis Sahra Wagenknecht, ha rievocato, nel suo manifesto Contro la sinistra neoliberale, «la vecchia idea di un sistema di sicurezza condiviso, che accanto ai paesi della NATO includa anche la Russia» (Wagenknecht, 2022, p. 226).

In tale clima di dibattito si evolve la riflessione dell’ultimo testo del filosofo e giornalista tedesco Hauke Ritz, Perché l’Occidente odia la Russia (Fazi Editore, 2026). L’autore, infatti, benché proponga un’analisi riferita all’Occidente complessivo, è chiaro subisca l’influenza dell’attuale contesto politico tedesco, in cui occupa un ruolo controverso a causa delle sue posizioni vicine a quelle della stessa Wagenknecht, il cui partito, nato con lo scopo di recuperare a sinistra il voto dei Länder dell’ex Germania dell’Est, nutre posizioni divergenti da quelle del centro-sinistra su ambiti come l’ambiente, le tematiche LGBT, l’immigrazione (Wagenknecht, 2022, p. 6) o, tema che più interessa Ritz, la posizione del paese sul piano internazionale e le prospettive che si pone in termini di politica estera.

La Germania, infatti, secondo l’autore, nella sua storia recente ha presentato un ruolo caratterizzato da «due identità, considerandosi sia un paese europeo sia occidentale» (p. 153). Questa polarità, apparentemente priva di contraddizione, per Ritz costituisce il problema fondamentale dell’attuale ordine internazionale: da un lato, la Germania appartiene geograficamente all’Europa, coltivando quindi, insieme con gli altri paesi europei, un proprio interesse politico ed economico nonché una storia culturale a cui è associato un importante bagaglio valoriale; dall’altro, è parte di un alleanza geopolitica, costituita a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, comunemente trattata come «Occidente» ma che, fondamentalmente, si identifica nel blocco dei paesi della NATO, nonché con l’insieme di alleati degli Stati Uniti (p. 20).

Questi ultimi sono considerati da Ritz i promotori di un tentativo culturale e geopolitico di costituire un mondo unipolare, secondo l’espressione del politologo conservatore Charles Krauthammer, considerabile come uno dei principali teorici di quello che già nel 1990, ossia prima della dissoluzione dell’Urss, chiamava «the new post-Soviet strategic environment» (Krauthammer, 2016, p. 330). Infatti, analizzando la trattatistica dei politologi americani dalla Guerra Fredda alla presidenza di George W. Bush, che include figure come il teorico della fine della storiaFrancis Fukuyama, lo stratega del Pentagono, nonché ispiratore di figure come Henry Kissinger e Donald Rumsfeld, Fritz Kraemer, o l’ex-consigliere per la sicurezza nazionale della presidenza Carter, Zbigniew Brzeziński, Ritz esplora e critica l’insieme di strategie esplicitamente atte a innescare prospettive di conflitto nei confronti degli avversari politici degli Stati Uniti, in particolar modo l’Unione Sovietica. La stessa disciplina geopolitica, per l’autore, sarebbe oggetto di un’intrinseca possibilità di strumentalizzazione per giustificare posizioni di antagonismo internazionale, poiché «se la Russia è davvero l’avversario degli USA a causa della sua geografia, allora ogni possibilità di una pace futura è esclusa a priori» (p. 110).

Tuttavia, l’aspetto geopolitico, in connessione agli ovvi elementi di prospettiva economica, costituisce per Ritz solo una parte del problema. L’autore, infatti, rivendica l’esistenza di un’ingerenza statunitense di tipo marcatamente culturale che, nelle parole della storica e giornalista Frances Stonor Saunders, tra le principali a cui si ispira Ritz, investì, durante la Guerra Fredda, «gli scrittori, i poeti, gli artisti, gli storici, gli scienziati e i critici dell’Europa del dopoguerra»  (Saunders, 2013, p. 26). Tale influenza ha determinato la costruzione non semplicemente di una generica narrazione filo-americana, bensì di una generale «cultura occidentale» che ha amalgamato Europa e Stati Uniti senza tenere conto delle differenze interne ai due e, di fatto, conferendo alla prima uno stato di vassallaggio nei confronti della seconda (p. 29).

Il risultato di questa duplice imposizione americana, geopolitica e culturale, per Ritz costituisce un insieme di blocchi che hanno ostacolato l’insieme di prospettive delle società europee, impedendo la costruzione di una reale intesa pacifica, dopo il 1945 e dopo il 1991, che andasse «da Vancouver a Vladivostock (p. 29). Per l’autore, infatti, all’Europa è stato storicamente negato il ruolo di terzo partner, assieme a Stati Uniti e Russia, di un ipotetico «mondo occidentale che comprendesse l’intero emisfero settentrionale del nostro pianeta» (p. 131), che avrebbe trovato nel «compromesso socialdemocratico» (p. 25) la possibilità di abbandonare gli imperialismi del passato a favore di un modello economico accomunante e in grado di competere con le potenze economiche emergenti di Cina e India.

La Russia, invece, per il suo ruolo antagonistico nei confronti degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda, nonostante abbia subito anch’essa gli effetti della propaganda americana, portando la dirigenza sovietica a una «segreta ammirazione per l’Occidente» (p. 152) che ha contribuito alla caduta dell’Urss e alla riduzione del proprio ruolo di potenza durante l’era Elc’in, è riuscita a mantenere una propria autonomia strategica e culturale. Secondo l’autore, tale processo, affiancato dal costituirsi del polo internazionale BRICS, ha permesso la creazione di un gruppo di potenze che ha demolito l’illusione di Krauthammer impostando le basi di un «ordine mondiale multipolare» (Krauthammer, 2013, p. 330).

Da questa conclusione emerge il fatto che l’interesse di Ritz, come notato da Luciano Canfora nella prefazione al libro (p. 9), non riguardi direttamente né la natura storica del «pregiudizio russofobo in Occidente» (Mettan, 2016, p. 31) né «la contrapposizione tra coloro che vedono l’avvicinamento all’Occidente come l’unica strada percorribile per la Russia e i sostenitori della “via russa”» (Jangentfield, 2022, p. 7) all’interno del processo di costruzione dell’autocoscienza della cultura russa. L’autore, infatti, dando per scontata quella che lo stesso Michail Gorbačëv chiamava la «comune storia europea» (Gorbačëv, 1987, p. 255), ossia l’impossibilità di escludere l’identità russa dall’Europa, vuole primariamente curarsi della collocazione dell’Europa nel nascente assetto multipolare, in affinità con la traduzione letterale del titolo originale, Vom Niedergang des Westens zur Neuerfindung Europas, la cui possibile resa in Italiano è «dal declino dell’Occidente alla reinvenzione dell’Europa». In affinità con la prospettiva del giornalista russo Fëdor Luk'janov, riportata dallo storico Roberto Valle, di «affermare la propria autonomia strategica, allontanandosi dall’Occidente globale al fine di consolidare una identità specificamente europea» (Valle, 2021, p. 49), Ritz indaga, con una chiara ispirazione francofortese, le matrici culturali dell’Europa in cerca di un possibile elemento definitorio, nella lunga durata, di una cultura specificatamente europea, identificato nell’inclinazione all’umanesimo e all’universalismo. Sostenendo l’esistenza di un retaggio amalgamato della cultura dello Stato e del diritto dei Romani, della filosofia, della mitologia e della democrazia dei Greci e della teologia e della salvezza degli Ebrei (p. 212), Ritz ritiene che l’Europa moderna, nella sua vocazione universalistica, abbia potuto «sentirsi designata da Dio e mettere a punto ideali politici perseguiti con uno zelo addirittura messianico in uno stato di aspettativa imminente» (p. 214). A tale processo si accompagna la nascita dell’umanesimo «che mise l’uomo al centro e che collegò la questione sull’umanità a quella sulla sua storia, diventando perciò filosofia della storia» (p. 215), rintracciando quanto espresso dallo storico Paolo Prodi nel sostenere che «l’Europa è la prima civiltà che ha concepito se stessa in modo dinamico e la storia come “rivoluzione” permanente» (Prodi, 2015, p. 15). Tuttavia, per spiegare la degenerazione imperialistica, Ritz rivela che  «i valori universali sono stati messi al servizio di interessi particolari» (p. 217), determinando la comparsa di elementi antagonistici come il movimento dei lavoratori. Quest’ultimo, nella sua inclinazione socialista e comunista, ha manifestato, in forma secolarizzata, una vocazione escatologica e una filosofia della storia che costituiscono, secondo l’autore, un sostanziale recupero della matrice cristiana. Tale retaggio arriva, per Ritz, a condizionare la contrapposizione tra poli nella stessa Guerra Fredda, nella quale « si verificò una disputa su quale dei due sistemi avrebbe potuto rappresentare in modo credibile l’universalismo europeo nel mondo moderno» (p. 218).

La ricostruzione della matrice culturale europea permette poi all’autore di confrontarsi in maniera pesantemente critica con la figura di Friedrich Nietzsche, da Ritz considerato come il principale riferimento dell’operazione di sovvertimento della cultura europea, nonché delle possibilità di progresso storico coltivate dalla tradizione hegelo-marxista. La trasvalutazione di tutti i valori proposta da Nietzsche è riletta, dunque, nell’ottica della Guerra Fredda, come riferimento strumentalizzato «per classificare come erronea e negativa la storia del pensiero precedente» (p. 174), negando la possibilità della rivoluzione politica, bollata come ideologia del progresso da screditare, ma permettendo, grazie alla sua retorica rivoluzionaria, di prendere piede nella sinistra non-comunista (p. 175). Ciò ha contribuito a rendere Nietzsche, agli occhi dell’autore, il demolitore della cultura della sinistra tradizionale, abbattendo concetti fondamentali come l’esistenza di soggetti storici, l’ottimismo verso l’avvenire e la generale fiducia verso «la precedente fede umanistica nelle capacità creative e intellettuali dell’uomo» (p. 188). La riflessione nietzschiana avrebbe permesso, infine, la «trasvalutazione manipolatoria» (p. 227) dei valori europei, convertiti in artificiosi «valori postmoderni» (p. 227) in un vortice di «progressiva autorelativizzazione» (p. 222).

Se l’analisi dell’eredità nietzschiana e, in generale, della storia direttamente culturale costituisce un oggetto di interesse che, nel testo, ha una sua rilevanza e autonomia, resta comunque chiaro quanto, per l’autore, la parabola intellettuale dell’Europa vada letta non tanto come un giudizio storiografico di natura accademica, quanto come un progetto politico di riscoperta e rivalutazione del soggetto europeo. Piuttosto che soffermarsi sull’emersione del mondo multipolare come «un altro passaggio in quel lungo declino della supremazia europea» (Graziosi, 2023, p. 109), la riflessione di Ritz rivendica il ruolo dell’Europa, nelle parole dell’antropologo Franco La Cecla, «come un’area culturale, umana, sedimentata per secoli» (La Cecla, 2016, p. 120), di cui recuperare il patrimonio valoriale superando semplicistici antagonismi geopolitici. 

Alessandro Jesi

Bibliografia

Graziosi A. (2023). Occidenti e Modernità – Vedere un mondo nuovo, Bologna: Società editrice il Mulino.

Gorbačëv M. (1987), Perestrojka. Il nuovo pensiero per il nostro paese e per il mondo, Milano: Mondadori.

Jangfeldt B. (2022), L’idea russa – Da Dostoevskij a Putin, Vicenza: Neri Pozza Editore.

Krauthammer C. (2013), Things That Matter – Three Decades of Passions, Pastimes and Politics, New York, Crown Publishing Group.

La Cecla F. (2016). Elogio dell’Occidente, Milano: ed elèuthera editrice.

Mastrobuoni T. (2025), La peste – Indagine sulla destra in Germania, Milano: Giangiacomo Feltrinelli Editore.

Mettan G. (2016). Russofobia. Mille anni di diffidenza, Roma: Teti srl.

Prodi P. (2015). Homo europaeus, Bologna: Società editrice il Mulino.

Ritz H. (2026). Perché l’Occidente odia la Russia, Roma: Fazi Editore srl.

Stonor Saunders F. (2013). La Guerra Fredda culturale – La CIA e il mondo delle lettere e delle arti, Roma: Fazi Editore srl.

Valle R. (2021), L’idea russa e le idee d’Europa – Storia filosofica e imagologica del confronto tra l’autocoscienza russa e l’autocoscienza europea, Roma: Edizioni nuova cultura.

Wagenknecht S. (2022). Contro la sinistra neoliberale, Roma: Fazi Editore srl.

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