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Philosophy Kitchen

La parola comunista è sempre allo stesso tempo tacita e violenta, politica e scientifica, diretta, indiretta, totale e frammentaria, lunga e quasi istantanea. (Maurice Blanchot, Leggere Marx)

    1. Lefebvre minoritario

    «Il solo importante pensatore rivoluzionario in Francia». È con queste parole che Guy Debord, nell’ottobre del ’60, presentava Henri Lefebvre al suo amico Patrick Straram. Che l’amicizia stellare tra i situazionisti e il critico della vita quotidiana si sarebbe conclusa, di lì a qualche mese, tra insulti e accuse di opportunismo, difficilmente può smentire quel primo riconoscimento. Dal surrealismo alla filosofia del quotidiano, dalla teoria marxista alla sociologia urbana, le scorribande intellettuali di Lefebvre non hanno cessato di minare, per quasi un secolo, l’impero in ricomposizione del «neocapitalismo». Se l’intellighenzia reazionaria vanta numerosi «testimoni del XX secolo» tra le sue fila, il lato sinistro della barricata può contarne, per ragioni ovvie, pochissimi. All’appello, tra il nome celebre di Maurice Blanchot e quello, quasi esoterico, di Dionys Mascolo, non può mancare Henri Lefebvre.

    Oscurato dai surrealisti prima, dall’hegelo-marxismo kojeviano, dallo strutturalismo e dal nietzscheanesimo post-sessantottino poi, Lefebvre può essere considerato, per molti versi, un pensatore «minore». Il tratto caratteristico della sua opera è forse, paradossalmente, la costanza dell’anticipo e, insieme, del ritardo sul proprio tempo. Esemplare è il caso della Critica della vita quotidiana. Il primo volume, pubblicato nel ’48, non solo reca tracce evidenti di una fedeltà posticcia all’ortodossia di partito, ma si presenta a prima vista, al lettore contemporaneo, come una esecuzione piuttosto piatta di motivi francofortesi, post-surrealisti e perfino sartriani. La sua parabola, tuttavia, può esser misurata soltanto a partire dall’altro capo della curva: il ’68. Che dalla critica del quotidiano trapelino tanto i lineamenti della microfisica del potere foucaultiana, quanto le tracce del marxismo libidinale, è infatti qualcosa di cui ciascun lettore può oggi rendersi conto senza azzardare ipotesi ermeneutiche. Solo qui la minorità lefebvriana si lascia riconoscere per ciò che è: parafrasando Delceuze e Guattari, il carattere minoritario si rivela condizione imprescindibile di un pensiero e di una pratica veramente rivoluzionarie.

    Il vino nuovo della politica dell’esperienza quotidiana nelle botti vecchie dell’hegelo-marxismo, dunque. L’ha capito da tempo la casa editrice Verso, che già all’inizio degli anni ’90 ha avviato la sistematica pubblicazione delle sue opere in inglese, innescando una strisciante Lefebvre-renaissance culminata nella pubblicazione in volume unico dei tre tomi della Critica (2014). Cavalcando l’onda lunga della new left inglese, oggi Derive Approdi pubblica, a cinquant’anni dall’originale francese, la prima edizione italiana del «libro più filosofico» di Lefebvre: Hegel Marx Nietzsche, o il regno delle ombre (2025).

    Il libro si compone di tre «dossier», ciascuno dedicato a un filosofo. L’obiettivo è ambizioso: piuttosto che domandarsi «a che santo votarsi» per inquadrare – e oltrepassare – il moderno, rappresentare quest’ultimo come un campo di saperi-poteri. I nomi «Hegel», «Marx», «Nietzsche», anziché indicare quell’unità dell’opera che non ci si stanca di chiamare «autore», denominano piuttosto le forze in campo; e il campo, il moderno, non sarebbe che l’aver-luogo del loro gioco, del loro scontro produttivo. La domanda sul significato di ciascun’opera lascia qui spazio alla questione del suo funzionamento in rapporto a sé e alle altre. Sospendendo ogni questione ermeneutica, viene così posto l’unico problema che, per Lefebvre, è davvero decisivo: quello della strategia. Se «studiare Hegel, Marx o Nietzsche isolatamente, nei testi, non ha più molto senso» (p. 15), è perché soltanto la valutazione strategica può realizzare «l’accostamento tra l’attuale e il concettuale» (p. 57), vale a dire la genealogia differenziale che depone la separazione tra contro-saperi e contro-poteri.

      2. Il dossier-Hegel

      Se la modernità può presentarsi, come recita il titolo, come «regno delle ombre», è perché sul campo del moderno splende più di un sole. Il primo, quello del tramonto hegeliano, getta le pallide ombre oblique della logica: «in questo regno», scrive il professore di Stoccarda, «abitazione e lavoro sono la disciplina assoluta della coscienza». Ma le hegeliane ombre del sapere, come tutti gli spettri, sono alla ricerca inesausta di un corpo da infestare, attraverso il quale potersi esercitare come potere. E se possono incarnarsi nel corpo dello stato, come mostra Lefebvre, è soltanto perché lo stato moderno, con la rivoluzione borghese, ha mirato espressamente, dal canto suo, all’appropriazione dei saperi, «istituzionalizzando la conoscenza per via delle accademie e dell’accademismo» (p. 60). Lefebvre può, in questo modo, da un lato riconoscere in Hegel il vero interprete della rivoluzione francese, mentre dall’altro è la stessa rivoluzione a rivelare un carattere profondamente hegeliano. «L’hegelismo», scrive L., «non si presenta come un discorso al secondo grado sulla filosofia, sulla scienza e sulla sua storia, ma come un discorso al primo grado su un’azione politica, che non ha più la sua espressione diretta. Con la stessa ampiezza di Clausewitz, con un altro linguaggio, il filosofo tiene un discorso strategico e definisce una strategia, quella della politica assoluta e dell’assoluto politico» (p. 62).

      Lefebvre ha buon gioco, a questo punto, a mostrare come lo stato hegeliano si regga su due pilastri: la burocrazia e la guerra. È soltanto come depositaria di un sapere ben preciso – il sapere delle procedure – che la classe media può costituire la base sociale dello stato. Se questo è vero, però, la «vera sostanza dello stato» non è in realtà che «una burocrazia competente» (p. 18). Ecco la triste fine del sapere speculativo, capace di realizzarsi nel mondo e come mondo: il mondo che esso realizza è un mondo burocratizzato, come scriveva Bruno Rizzi, un mondo di carta. La concentrazione del sapere sociale nel vertice dello stato, se da un lato garantisce a quest’ultimo il monopolio della razionalità e, quindi, dell’uso della violenza e della definizione della norma, dall’altro condanna il sapere, e il sociale stesso, a ciò che Lefebvre chiama la «noia mortale» (p. 93).

      Lo stato sarebbe, quindi, destinato a morire per consunzione, se proprio tra le brume della noia non si profilasse il suo volto più sinistro. Noia mortale può infatti significare anche: noia fatale, la noia che preme attivamente verso la ricerca sanguinosa della morte. La macchina a tre tempi dello stato – tecnocrazia, management, burocrazia – è sempre sul punto di incepparsi, e lo stato d’eccezione è sempre lì per riavviarla. «La sottomissione della divisa alla toga perdura molto? Orbene, niente stato senza esercito, incline più alla guerra civile che alla guerra esterna […]. Quando si scatena la violenza controllata dallo Stato, condotta razionalmente con le procedure militari, si arriva al genocidio». Oggi, nell’epoca della perfetta indistinguibilità tra guerra esterna e guerra civile, non soltanto lo stato rivela la propria perfetta incapacità di proteggere (e, quindi, produrre) il popolo, ma si scopre apertamente genocida. «Sicché l’enigma, il rebus, il mistero di questa costruzione che sembra razionale», può concludere L., «non si trova nel logos trascendentale, nell’Idea, ma nella violenza, latente o palese» (p. 87). Se con la burocratizzazione del mondo l’epica dello stato si rovescia in una patetica farsa, nel regime di guerra attuale è la pomposa tragedia della Weltgeschichte a capovolgersi nel più fatale degli spettacoli.

      3. Il dossier-Marx

      Sarà Marx, a questo punto, a tirare le conclusioni. Che lo stato, l’espressione borghese del complesso sapere-potere, non si stanchi di ravvivare con il sangue il grigiore del proprio mondo, non è che un sintomo dell’inconsistenza della Wirklichkeit hegeliana. Lungi dallo stabilire il principio di realtà del pensiero e della politica, lo stato non è piuttosto che un’astrazione concreta e, come tale, è incessantemente rinviato ad attestare la propria realtà con l’unico strumento che conosce: l’eccezione come funzione della violenza monopolizzata. In questa prospettiva, è la stessa pacificazione burocratica a rivelare il proprio carattere politico, la propria funzione strategica: «Con la mediazione dei burocrati, la classe economicamente dominante tende […] a esercitare la propria egemonia […]. Ma allo stesso tempo gli apparati politico-burocratici tendono a innalzarsi sopra la società: a dominarla invece di gestirla […]. I gestori della società, smettendo di agire per conto della classe dominante, assumono una realtà autonoma» (pp. 114-115).

      Il «dossier Marx» costituisce, per Lefebvre, l’occasione di regolare un vecchio conto politico con il Parti communiste e, al tempo stesso, con lo stalinismo. È in questo quadro certamente biografico, ma al tempo stesso politico e strategico, che vanno inquadrati i due enunciati centrali del dossier. In primo luogo, «non esiste un marxismo» (p. 98). Se può esistere un hegelismo, è perché il pensiero di Hegel è governato da un teorema di chiusura che funziona, come abbiamo visto, come principio di totalizzazione del sapere-potere nel vertice burocratico occupato dalla classe media. Con buona pace delle letture economiciste, è viceversa impossibile sistematizzare Marx, se la forza che guida la sua elaborazione deve poter coincidere con l’emergenza di ciò che egli chiamava il «movimento reale»: la potenza che, mentre abolisce lo stato di cose presente, depone la stessa filosofia (p. 99). Il pensiero di Marx maturerebbe, cioè, all’insegna di un teorema di incompiutezza che appare, quindi, come funzione della potenza. Per questo, Lefebvre può scrivere che «Marx non ha preso come principio di partenza e come ipotesi, come ha fatto Hegel, il «reale», il compiuto, ma il possibile. Egli ha sviluppato le ragioni del possibile rivoluzionario e della sua entrata in questo reale mettendolo sottosopra» (p. 55).

      Secondo enunciato: il punto cruciale della filosofia e della politica marxiane è la dissoluzione dello stato nel campo sociale (p. 118). La critica al programma di Gotha (1875) si situa perciò al cuore della lettura di Lefebvre: poiché mina il tentativo lassalliano di reintrodurre la trascendenza hegeliana, la teoria speculativa dello stato e la politica che ne deriva, nell’immanenza del movimento operaio. Sul piano politico, la rivoluzione proletaria sarebbe infatti, viceversa, il luogo della fine della politica: «nella società che lui [Marx] immagina le funzioni politiche (posto che la politica abbia mai avuto delle funzioni) scompariranno, sostituite da funzioni sociali […]» (p. 119).

      Marx contro lo stato, dunque; e Marx per la società. Eppure, secondo Lefebvre, è proprio qui che la ricomposizione del capitale prende Marx in contropiede. Così, se per un verso, il mondo moderno «non ha nulla di marxista» (p. 130), poiché il meccanismo del valore e la divisione del lavoro si ripresentano sotto nuove vesti nella politica rivoluzionaria, per l’altro esso pare essersi impegnato a verificare con macabra ironia le prognosi di Marx: l’appello alla ricomposizione politica del proletariato si realizza, paradossalmente, sul terreno separato della gestione di stato (p. 133), e l’assorbimento di stato e capitale, burocrazia e valore, nella dimensione sociale si dà fatalmente nella forma della loro socializzazione diffusa. La luce che proviene dal secondo sole che batte sul moderno, la luce aurorale del sol dell’avvenire, pur gettando le proprie ombre nella direzione opposta, non cessa così di confondersi con la prima, quella di Hegel.

      4. Il dossier-Nietzsche

      Resta il terzo sole, quello di Nietzsche: l’inconfondibile sole di mezzogiorno, che scaccia dal moderno le ombre oblique proiettandovi quella, cortissima, dello Übermensch, il «sovrumano». Nietzsche appare, qui, come il «Grande Decodificatore» (p. 138): colui che ha scovato non tanto il segreto dell’ordine del discorso occidentale – della politica e della metafisica –, quanto piuttosto quello della sua formazione. Nietzsche, in poche parole, avrebbe preso sul serio il programma marxiano di una fine della filosofia, senza però incaricare il sociale di produrre le condizioni di tale esaurimento. Ciò non significa, però, che Lefebvre lasci spazio alla logora ipotesi di un Nietzsche impolitico. L’istanza nietzscheana di una destituzione dei codici si presenta, piuttosto, come il principio di una politica dell’incodificabile. In gioco è, con ogni evidenza, l’ispirazione che, dall’incontro con i surrealisti alla decennale elaborazione sociologica e urbanistica, non ha mai smesso di guidare Lefebvre: la dislocazione della politica sul terreno della vita quotidiana.

      Sembra di sentire, da lontano, la voce di Deleuze. Così, se in Hegel e Marx la questione dei bisogni autorizza, da un lato, lo stato come orizzonte della loro soddisfazione possibile e, dall’altro, proibisce di oltrepassare i confini dell’antropologia e dell’economia politica («la critica marxista del lavoro non arriva fino alla critica del bisogno, lo sfiora qua e là», p. 167), mettendo in primo piano il desiderio Nietzsche pone il problema di una politica del «vissuto» che esige non più la critica, ma il rifiuto del lavoro. Il bisogno non è, in questa prospettiva, che desiderio mortificato: frustrato dalla mancanza e, in questo modo, incessantemente rilanciato in codificazioni di ogni genere. «I bisogni? Sono gli investimenti silenziosi e le ricompense dell’energia vitale. Chi li modella? Il linguaggio, l’architettura socio-politica, la potenza politica e la pressione ideologica esercitati sul desiderio. E il lavoro…» (ibid.). Il compito della filosofia e della politica, se di compiti è ancora lecito parlare, sarà quello di far saltare i codici, rovesciando così di segno la mancanza codificata nelle eccedenze positive del desiderio.

      Pur senza concedere nulla alle ragioni della rivolta contro quelle della rivoluzione, è proprio il metodo nietzscheano della decodificazione anarchica, secondo Lefebvre, a saper mettere a terra la questione del potere. Così, quel peculiare esercizio di potere che, in Hegel e in Marx, prende il nome di «alienazione», e che rimane speculativamente o politicamente riscattabile, si presenta in Nietzsche in tutta la sua irreparabile crudezza. «Nietzsche non crede più che l’alienazione concreta – l’umiliazione […] – scompaia senza tracce indelebili […]. La mortificazione diventa ragion d’essere […] e configura una collocazione, luogo di una gerarchia» (p. 173). Il potere funziona, cioè, umiliando; e il corpo sociale, la cui costituzione è quella delle gerarchie, non è che l’ambiguo prodotto di un coordinamento di poteri d’umiliazione. Il sapere-potere trova, così, al proprio centro il meccanismo barocco, e poi economico-libidinale, della servitù volontaria. L’orizzonte della vera politica viene, perciò, a coincidere con la radicale istanza nietzscheana dell’innocenza del divenire e del desiderio – che la espone, a sua volta, a ogni sorta di mistificazioni.

      5. Sabotare la norma

      Compilare un dossier non è in nessun caso un gesto neutro. Secondo i dizionari etimologici, fino al XIX secolo, la pratica di raccogliere, selezionare e ordinare i documenti relativi a un medesimo oggetto, o persona giuridica, si sarebbe limitata a funzioni di amministrazione pubblica: fascicolazione di procedure d’appalto, sanzioni, contratti e certificazioni. Si dovrebbe attendere il XX secolo per assistere alla politicizzazione delle pratiche di dossieraggio. Superata questa soglia, la parola «dossier» transiterebbe nei campi semantici che ci sono più familiari: il vocabolario della guerra, delle operazioni di polizia e dell’inchiesta giornalistica.

      Eppure, l’impossibilità di tracciare con chiarezza il confine tra amministrazione e guerra, burocrazia e politica, è precisamente quanto le ricerche foucaultiane degli anni ’70 hanno dimostrato. In questa prospettiva, a trovare espressione nel dispositivo del dossier non sarebbe tanto una tecnica di amministrazione, bensì «un “potere di scritturazione”» che giocherebbe un ruolo essenziale nella formazione degli «ingranaggi disciplinari». Con la pratica del dossieraggio, il potere si riconfigura nell’ordine delle discipline, imparando a illuminare, leggere e produrre l’individuo come soggetto delle norme. Il dossier rivelerebbe, in questo senso, la posta in gioco propriamente politica della pratica amministrativa; la rinnovata sfera delle tattiche per condurre la guerra civile che, foucaultianamente, il potere non cessa di combattere contro i soggetti.

      In questo modello di sapere-potere, che coincide largamente con il «moderno» lefebvriano, il dossier si presenta quindi come un dispositivo di normalizzazione. Ora, la domanda che mi pare illumini bene la portata dell’operazione di fondo di Lefebvre, suona: In che modo un dispositivo può venir giocato contro se stesso? Il dossier può essere utilizzato contro la funzione che lo definisce, la normalizzazione, e passare al campo che, parafrasando Benjamin, potremmo chiamare quello dell’«eccezionalizzazione» – la sobria provocazione del «vero stato d’eccezione»? In che modo, quindi, il dossier potrebbe essere impiegato non per produrre normalità, bensì viceversa per contestare la normalizzazione, contribuendo a provocare quel che Benjamin chiamava «il vero stato d’eccezione»? È come consapevole tentativo di détournement del dossier che va letto, a mio avviso, Il regno delle ombre. Il carattere discontinuo, allusivo, inconcludente del libro appare, in questo modo, sotto tutt’altra luce. Le interruzioni del tessuto di pensiero e di linguaggio indicherebbero, piuttosto, i fronti sui quali non cessa di consumarsi la guerra civile del moderno. Testimoniandola, il dossier viene strappato all’orizzonte della normalizzazione, per essere finalmente riassegnato all’arsenale del sabotaggio.

      Lorenzo Mizzau

      Bibliografia

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      Blanchot, M. (2004), Nostra compagna clandestina. Scritti politici (1958–1993), tr. it. a cura di C. Colangelo. Napoli: Cronopio.

      Foucault, M. (1976), Sorvegliare e punire. Nascita della prigione. tr. it. a cura di A. Tarchetti. Torino: Einaudi.

      Lefebvre, H. (1993), Critica della vita quotidiana. Vol. I; (1993), Critica della vita quotidiana. Vol. II, tr. it. a cura di V. Bonazza, Bari: Dedalo.

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      Mascolo, D. (2022), La révolution par l'amitié. Paris: La Fabrique.

      Rizzi, B. (2019), La burocratizzazione del mondo, tr. it. a cura di P. Sensini. Milano: Colibrì.

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