L’enciclopedia, in quanto presupposto, ha una valenza quasi-trascendentale, nel senso che essa funge da archivio di ogni possibile struttura formale atta a conferire una messa in forma categoriale agli atti cognitivi; non solo, essa contiene anche codici di comportamento e complessi narrativi capaci di fornire modelli per racconti possibili. In questo senso, precede ogni esperienza possibile. Al tempo stesso, però, essa è intrisa della materialità di cui si compongono le istituzioni e le organizzazioni che la sostengono e che essa, a sua volta, aiuta a tenere in vita. I suoi contenuti, in altre parole, rifluiscono nelle molteplici forme dell’esperienza individuale e collettiva, le quali, circolarmente, ne modificano le strutture, seppur con movimenti lenti, tettonici.
Tra i doni che l’enciclopedia elargisce c’è anche il canone o, meglio, i vari canoni relativi alle varie forme di espressione – artistica, letteraria, filosofica, architettonica, musicale, religiosa, eccetera. Il canone oggi ci colpisce innanzitutto per la violenza simbolica che intrinsecamente sentiamo derivare dalla sua semplice presenza: il canone ha pretese normative che definire problematiche è dir poco. Grazie soprattutto alla critica femminista e a quella che proviene dagli studi culturali e postcoloniali, la necessità di mettere in questione le pretese normative del canone ha iniziato a farsi strada all’interno dell’enciclopedia. Ed è importante che tale consapevolezza critica si diffonda, e investa tutti gli ambiti disciplinari, ciascuno dei quali si trova a dover fare i conti con la cogenza del proprio canone.
Si potrebbe dire però che la contestazione del canone – che deve essere anche contestazione dell’idea stessa di canone – è parte integrante della funzione da sempre svolta dal canone: se filosofi, architetti, musicisti, scrittori, registi, maestri spirituali o costruttori di miti, hanno potuto dimostrarsi creativi, e in tal modo innovare, lo hanno sempre fatto in relazione ai rispettivi canoni, spostando di volta in volta i confini all’interno dei quali il canone prescriveva ciò che risulta dicibile mostrabile costruibile componibile credibile e via dicendo. Il canone, dunque, da un lato uccide l’invenzione, la limita entro parametri predefiniti, storicamente dati, accolti come fonte di abitualità condivise. Il canone è in questo senso istituzione, opera come un vincolo, ed è organizzazione, nel senso che si incista nelle pratiche della creazione fatte di incontri, conflitti, negoziazioni, stipulazioni, contratti, atti di sovversione più o meno esplicita, eccetera. D’altro lato, però, il canone, in quanto non si dà in sé, ma si dà sempre e solo nei singoli prodotti (filosofici, letterari, artistici, mitico-religiosi eccetera), è anche incessantemente oggetto di decostruzione, è cioè legato alla contingenza delle forme che assume di volta in volta, in contesti dati. Ogni atto creativo, in tal senso, è decostruzione del canone.
Da quanto detto emerge la necessità di condurre inchieste in senso lato etnografiche che indaghino come avviene, in ciascun contesto specifico, sia la contestazione del canone, sia la sua riproduzione o il suo consolidamento. Meglio: diviene cruciale interrogare il gioco di rimandi e di coimplicazioni tra contestazione e consolidamento che le pratiche di produzione di senso comporta. Alle spinte conservatrici, legate spesso a forme di dominio istituzionalmente consolidate (nel caso dell’architettura ciò si rende quasi immediatamente visibile), corrisponde la spinta innovatrice, destabilizzatrice; questa, a sua volta, in maniera inintenzionale, contribuirà a riassesstamenti del canone, che ne garantiranno la sopravvivenza, seppur sotto altre spoglie. Certo, un canone che venga sottoposto a profonde cesure e contestazioni non proporrà più le medesime forme, i medesimi autori, non imporrà più le medesime scelte stilistiche, insomma non riprodurrà più griglie di intelligibilità pregresse; ma continuerà a valere quale vademecum di legittimità storicamente definito.
Con il presente Call for Papers, tuttavia, non si intende riproporre la problematica kuhniana della struttura delle rivoluzioni scientifiche. Il punto su cui richiamare l’attenzione riguarda, piuttosto, la questione del posizionamento storico-politico delle soggettività chiamate a prender parola all’interno di un campo disciplinare e, più in generale, all’interno di una pratica mirante a produrre senso. I canoni non sono eterni, sono frutto ed espressione delle condizioni storico-materiali che generano strutture del sentire, modi di stare al mondo, forme di vita e persino gli apriori delle singole discipline scientifiche. Chi opera dentro i confini sanciti dal canone, dunque, subisce il peso non solo dei vincoli formali, stilistici, espressivi eccetera che il canone impone, ma si confronta anche con la cogenza dei rapporti di forza di cui è intessuto il contesto sociale in cui ci si trova a operare. Lo scopo che qui si vuole perseguire, allora, consiste in ciò: interrogare criticamente il canone, proporre una decostruzione del concetto stesso di canone e mettere alla prova indagini specifiche e circostanziate relative alla funzione di specifici canoni entro specifici campi – campi che mettono in gioco il credere, l’invenzione artistica, la produzione del sapere, le forme dell’abitare.
Un’analisi della funzione del canone deve dunque dimostrarsi capace di indagare il posto che occupano sia l’autorità che l’autorevolezza in contesti sociali dati, il nesso tra forme di potere e di dominio, processi di soggettivazione e produzioni di senso miranti a legittimare pratiche di emancipazione. Il passo successivo – e conseguente – consiste nel chiedersi non se sia possibile inventare nuovi canoni, o presunti contro-canoni, ma se esistono e che contenuti hanno narrazioni capaci di investire i canoni esistenti al fine di rendere fruibile, in termini di abitualità inedite, la spinta verso l’emancipazione.
Quale relazione esiste tra canone e infrastrutture tecniche della memoria (archivi, algoritmi, indicizzazione), soprattutto ora che i dati, prima big e ora con l’avvento dell’AI, diventano sempre più centrali e i canoni assumono un forse inatteso valore ontologico?
Domande a partire dalle quali sviluppare il tema
È possibile sviluppare un’analisi che non si concentri soltanto sugli esiti della selezione di ciò che deve essere canonico ma sulle condizioni storico-materiali, tecniche e istituzionali che rendono possibile la selezione stessa?
Come si intrecciano canone e processi di soggettivazione: chi può parlare, da quale posizione e con quale autorità?
Il problema del canone può essere reinterpretato come una declinazione più generale della tensione tra variazione e stabilità, oppure tra innovazione e consuetudine, all’interno dei processi di produzione del senso?
Quale statuto assume il mutamento del canone? Si tratta di trasformazione interna, manipolazione strategica o riconfigurazione delle condizioni di legittimità?
In che modo la triade canone / canonico / canonizzato permette di pensare il canone non come oggetto statico ma come processo incarnato nelle pratiche sociali, discorsive e politiche?
Nelle discipline artistiche, quale relazione costitutiva si instaura tra canone e creazione? Il canone funge da limite, da matrice generativa o da campo di negoziazione progettuale e performativa?
In che modo la contestazione del canone contribuisce paradossalmente alla sua riproduzione e sopravvivenza storica?
Quale relazione esiste tra canone e infrastrutture tecniche della memoria (archivi, algoritmi, indicizzazione), soprattutto ora che i dati, prima big e ora con l’avvento dell’AI, diventano sempre più centrali e i canoni assumono un forse inatteso valore ontologico?
BIBLIOGRAFIA
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Procedura:
Per partecipare alla call, inviare all'indirizzo redazione@philosophykitchen.com entro il 04 ottobre 2026, un abstract di massimo 4.000 caratteri, indicando il titolo della proposta, la strutturazione del contributo e inserendo una bibliografia nonché una breve biografia dell’autore o dell’autrice.
L'abstract dovrà essere redatto secondo i criteri scaricabili qui [Template Abstract], pena esclusione.
Le proposte verranno valutate dai curatori e dalla redazione. I contributi selezionati, che saranno sottoposti a double-blind peer review.
Romanzi, racconti, persino poesie, stanno conoscendo una fioritura insospettata e forse insperata, favorita dalle pratiche di self-publishing (Facchini 2022): ma è anche e forse soprattutto nel campo della conoscenza che la crescita è incredibile. In tutti i variegati e sempre più frammentati campi del sapere, che si tratti delle cosiddette STEMM (Science, Technology, Engineering, Mathematics, Medicine) o delle HASS (Humanities, Arts, Social Sciences), il tratto più evidente della produzione accademica è infatti ormai il suo costante, esponenziale, inarrestabile incremento quantitativo. Un vero e proprio boom arrivato, ad esempio, a sfondare agilmente la soglia dei 5 milioni di articoli scientifici pubblicati all’anno, sparsi su oltre 45.000 riviste – erano la metà solo un decennio prima (Curcic 2023). Naturalmente l’articolo, per quanto variamente definibile, è la principale forma scritta dell’accademia e, quindi, il principale mezzo di diffusione e disseminazione: ma al suo fianco, soprattutto nelle HASS, resiste la monografia, pure in grande crescita. Ad esempio nel 2020, un’indagine tra le maggiori case editrici inglesi (di cui quindici University Press), segnalava oltre 32.000 volumi pubblicati, ben 8 volte di più rispetto a vent’anni prima (Shaw et al. 2023). Che poi, a dir la verità, questi numeri potrebbero essere largamente al ribasso: perché ovviamente derivano da banche dati la cui completezza è eccezionalmente variabile a seconda del luogo, del contesto, della disciplina e dell’accuratezza della ricerca. Ad esempio, l’autorevole DBLP.org, catalogava nel 2022 oltre 2,6 milioni di articoli e 120.000 monografie, oltre a proceedings e altre pubblicazioni che portavano il totale a sfiorare i 6,5 milioni di contributi: e questo solo considerando, con una lettura trasversale sulle STEMM, quelli riguardanti la Computer Science! Quindi probabilmente, con tracciamenti altrettanto precisi su tutti gli argomenti, tra articoli, libri, atti, e note, la produzione scientifico-accademica annua supererebbe di slancio i 20 milioni di contributi, o magari persino i 50. Ma l’esatto numero di milioni non conta troppo: ciò che invece conta è l’ordine di grandezza cui siamo giunti. Tutto lo scibile umano ai tempi della Biblioteca di Alessandria stava in 500.000 rotoli o poco più: ogni anno noi produciamo 10, 20, 50 volte tanto.
Certo, quelle milioni di pubblicazioni potrebbero anche non essere tante, se guardate in un’ottica di sistema della ricerca: il loro numero parrebbe infatti proporzionale a quello dei ricercatori. Solo che, come per i prodotti della ricerca, anche il numero degli autori è ampiamente variabile a seconda delle banche dati su cui il calcolo si basi. Così alcune statistiche riportano un roboante totale mondiale di quasi 10 milioni di ricercatori (Ioannidis 2023), numero sensatamente proporzionale ai contributi ma ottenuto computando chiunque abbia anche solo il proprio nome su una banca dati. Le statistiche Eurostat disponibili su ec.europa.eu riportano un numero più basso, sotto ai 6 milioni globali, di cui circa 2 in Europa: tuttavia anche questo computo riunisce indifferentemente il mondo accademico e quello della Ricerca e Sviluppo (o R&D), che anche solo per ragioni di segreto industriale contribuisce in modo trascurabile alla produzione di articoli e volumi, e per di più include anche tutto lo staff tecnico e di supporto. Alla fine, depurando i dati, risulta una stima di circa 250.000 ricercatori europei in ambito universitario e di centri di ricerca: supponendo, piuttosto spensieratamente, una dinamica lineare nei dati, il totale mondiale non supererà le 800.000 unità.
Dopodiché, pur ipotizzando salomonicamente 1 milione di autori e 10 milioni di contributi annui, mettere in relazione autori e prodotti rimane un esercizio di insospettabile fantasia. Ad esempio perché, storicamente nelle STEMM ma sempre più anche nelle HASS, gli articoli e i libri hanno spesso firme multiple, magari perché si tratta di lavori svolti in team – per i curiosi, l’hyperauthorship finora più clamorosa ha visto 5.154 autori collaborare a un singolo articolo, ovviamente costituito per 3/4 dall’elenco stesso di nomi (Aad et al. 2015, cfr. Cronin 2001). Tuttavia il meccanismo di firma multipla si presta perfettamente a una devianza artificiosamente tesa a moltiplicare le pubblicazioni: se tre autori si alleassero co-firmando tutte le loro pubblicazioni, è ovvio che nel curriculum di ciascuno ne figurerebbero il triplo che se agissero in solitaria, con ovvi vantaggi – come dire che il branco sopravvive al singolo. Questo vantaggio, in termini curriculari, viene ormai scientemente coltivato attraverso una tattica tanto ovvia quanto entropica, cioè frammentando il contenuto di un paper: in fondo, se si scopre qualcosa, perché pubblicare un solo articolo, quando se ne possono ricavare una decina? Basterà ridurre il contenuto effettivo dell’articolo, occupando il resto con la costruzione dello stato dell’arte (cfr. West & Bergstrom 2021). Complemento indispensabile alla frammentazione è l’autocitazione, un doping nel quale peraltro i ricercatori italiani paiono insuperabili (Baccini 2023). Il combinato disposto di queste tendenze è così perverso che alcuni studiosi – in rapida crescita – arrivano a firmare addirittura oltre 200 pubblicazioni all’anno (Ioannidis et al. 2023).
Dunque, non solo si scrive tanti in termini assoluti, ma la scrittura ha ormai una dimensione quasi patologica.
Misurabile
Ma non ci si dovrebbe stupire: nella ricerca contemporanea, la regola è publish or perish (Rawat & Meena, 2014).
Queste statistiche esistono non perché qualche bottonologo abbia deciso di sfogare la sua insaziabile fame computando tutto lo scibile umano, ma perché su di esse si basano ranking e valutazioni. Non inutili sono quindi gli scritti che affollano il mondo, almeno non nel senso dato oltre due secoli fa dall’abate Dinouart (1989): solo, la loro importanza va compresa non dal punto di vista dell’enciclopedia e secondo un metro contenutistico, ma dal punto di vista del singolo e secondo il metro della carriera. Avanzamenti, finanziamenti, riconoscimenti, sono infatti ormai strettamente legati alla produttività, in un’incontrollata frenesia che, letteralmente, pesa i paper – benché elettronici – invece di guardarne i contenuti (Hanson et al. 2023). A riscontrare questa deriva c’è l’abitudine, ormai regola nelle STEMM e in generale nelle discipline dette “bibliometriche”, di stabilire il valore dei contributi e, quindi, dei relativi autori sulla base di criteri oggettivi. Nascono così commissioni dedite a decidere il valore o la classe delle riviste e, parallelamente, metodi analitici che assegnano punteggi ai ricercatori secondo indici e statistiche – il più noto dei quali è l’H-index, basato sul numero di citazioni (Hirsch 2005). A dire il vero, la validità di simili indici viene spesso messa in dubbio (cfr. Koltun & Hafner 2021), e qualche perplessità potrebbe sorgere anche solo considerando che Andrew Wiles – colui che ha dimostrato il Teorema di Fermat – avrebbe un H-index di 15, e Albert Einstein non supererebbe il 56 (Gingras et al. 2020): numeri molto distanti da quelli dei più performanti scienziati in attività, ormai lanciati verso il 300 – per chi voglia seguire la gara, molto serrata, consiglio il sito https://research.com/ (cfr. Giudici & Boscolo 2023). Ora, la tecnicalità cui il mondo della valutazione può giungere è tale da essere inaccessibile alla descrizione verbale (cfr. Ioannidis et al. 2019). Ma se la questione si limitasse a una gara, se ne potrebbe anche sorridere: in fondo, l’esigenza di stilare classifiche è innata nell’animo umano, che si tratti della bontà di un vino o delle prestazioni di un atleta, dello scatto di un’automobile o dei risultati di un trader. Solo che gli effetti di questo sistema sono ampi e disturbanti in molti sensi. Perché quando il lavoro di ogni scienziato viene distillato in un numero, lo scienziato diventa quel numero – chissà che, come nelle gare di arti marziali dove (ahimè) ci si presenta dichiarando il colore della propria cintura, anche nei convegni non ci si introdurrà con il proprio punteggio. E la logica dei ranking e delle misure non si limita alla dimensione individuale: il peso dei singoli si cumula infatti in gruppi di ricerca, dipartimenti, atenei, secondo una modalità incrementale che non lascia scampo. Ogni dimensione istituzionale ha ormai i suoi ranking, come la quadriennale Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) – che valuta atenei e dipartimenti a livello italiano – o i vari QS World University Rankings (QSWUR), Academic Ranking of World Universities (ARWU) o Times Higher Education (THE) – che li classificano a livello mondiale. E come nel caso dei singoli, la sempre maggiore rilevanza dei ranking ha prodotto l’effetto distorsivo di trasformarli da misura a obiettivo, da aggettivazioni a sostantivazioni, da mezzo a fine – una whiteheadiana “concretizzazione mal posta” tanto classica da essere codificata come legge di Goodhart.
Uno studio UNESCO di oltre dieci anni fa, oltre a mettere in luce molti di questi problemi, mostrava che già allora gran parte delle università faceva le proprie scelte strategiche solo in base a quanto esse avrebbero migliorato i ranking (Marope et al. 2013). Famoso il caso francese dell’Université Paris-Sanclay, assemblata nel 2014 attraverso la fusione di 19 atenei e centri di ricerca, “consorziati” con il solo fine di classificarsi meglio nei ranking – obiettivo peraltro solo parzialmente riuscito (Le Nevé 2020, Monaco 2022). Spudorato il ricorso delle università americane al land-grabbing per ottenere fondi e, cogliendo due piccioni con una fava, migliorare i ranking nel rapporto edifici/superficie – una pratica che si sta ora estendendo anche al di fuori degli Stati Uniti (Vidal & Provost 2011, cfr. www. landgrabu.org). Attuale il gran rifiuto dell’Università di Utrecht che, pur ben piazzata nei ranking, ha deciso di sottrarsi a una logica competitiva diventata asfissiante, sfilandosi dal THE (Knobel 2023). Casi estremi, certo, ma sintomi di un atteggiamento comune e, forse, di un problema più profondo (Brink 2018). Ma le critiche sembrano scarsamente efficaci. Un recentissimo rapporto della federazione degli atenei olandesi, Universities of The Netherlands (UNL), denunciava gli effetti drammatici dei ranking, e ad esso era seguita un duro comunicato del presidente di UNL che dichiarava la volontà di staccarsi progressivamente dal giogo dei ranking: curiosamente però, il report è immediatamente scomparso dal sito web ufficiale della federazione, sopravvivendo solo nelle tracce di quei siti abbastanza rapidi da rilanciarne i giudizi, come Recognition & Rewards (2023) (per chi voglia recuperare il report nei meandri del dark web l’indirizzo è: https://www.universiteitenvannederland.nl/en_GB/nieuws-detail. html/nieuwsbericht/915-p-dutch-universities-to-take-different-approach- to-rankings-p).
Una mossa inquietante, certo, ma che non dovrebbe sorprendere. Non solo di ideali, scienza e concetti, si tratta infatti: ma anche – anzi, quasi solo – di vile denaro.
Neoliberale
Si consideri un’università del cosiddetto primo mondo: essendo parte di un ecosistema altamente sviluppato, potrebbe proficuamente concentrarsi su ricerca di punta e su trasferimento tecnologico (la seconda e la terza missione universitaria). Al contrario, atenei di paesi meno avanzati potrebbero (dover) essere più concentrati sulla didattica (la prima missione universitaria). Ma guarda caso, le missioni non pesano allo stesso modo nei ranking, che così finiscono per riflettere il background socioeconomico degli atenei, in una polarizzazione in cui le élite sono sempre più esclusive e gli atenei più svantaggiati – in senso economico come geopolitico – sono marginalizzati (Downing 2012, Hazelkorn 2019). Una dinamica che premia solo poche centinaia di atenei, relegandone decine di migliaia ad un’anonima mediocrità. E si tratta di una dinamica tanto globale quanto locale: in Italia, il divario tra atenei del nord e del sud è in continua crescita anche perché una consistente parte del Fondo per il Finanziamento Ordinario delle università è assegnata su base premiale (cfr. Camera dei Deputati 2021, Mariani & Torrini 2022). Cioè proprio in base ai ranking. E questa quota continua di fatto a salire: ufficialmente dal 2% del 2008 al 30% del 2023, ma di fatto anche di più – sommando le quote per iniziative che a loro volta dipendono da merito e ranking come i Dipartimenti di Eccellenza, si arriva oltre il 35% (CUN 2023).
Così, la crescita delle università è proporzionale alla ricchezza locale o sovra-locale e non, come certe retoriche vorrebbero, ad essa prodromica: infatti dominano le classifiche gli atenei statunitensi e nord-europei affiancati, negli anni recenti, da quelli dell’estremo oriente e del sud-est asiatico. È una corsa che ognuno corre come può. Da un lato, promuovendo investimenti pubblici nei soli atenei potenzialmente forti, concentrandovi le risorse – come nel giapponese Top Global University Project – magari a scapito di quelli deboli e ignorando gli esiti sulla formazione – emblematico in questo il caso cinese (De Giorgi 2007). Dall’altro, attraverso politiche di internazionalizzazione, che troppo spesso poco guardano agli esiti in termini di qualità e opportunità di crescita, e peraltro sono spesso portate avanti senza chiari indirizzi etici (Van Onselen 2023). Ma soprattutto, con un vero e proprio mercato dei ricercatori: una headhunting dove la più ambita skill (naturalmente gli anglicismi dominano) è quella di conquistare grant, cioè fondi di ricerca (cfr. Stoff 2020): i risultati potranno poi essere anche modesti o addirittura irrilevanti, purché il flusso di denaro continui ininterrotto (cfr. Jacob & Lefgren 2011, COPE & STM 2022, Chen 2023).
Nulla di tutto ciò dovrebbe stupire: gli organismi di certificazione sono, a loro volta, entità impegnate a creare e dominare quote di un mercato, in modo analogo, per dire, alle agenzie di rating finanziario o di certificazione energetica. Per farlo, certo lavoreranno a un’offerta che possa intercettare le varie fasce di utenza: ad esempio, per attirare gli atenei meno performanti, in aggiunta al ranking principale (di cui ogni audit costa qualche decina di migliaia di dollari), QSWUR ha creato anche un programma secondario, QSStars, che a costi lievemente inferiori concede riconoscimenti su temi specifici, in modo che ogni università possa vantare almeno una qualche qualità (Guttenplan 2012). Ma soprattutto, si impegneranno per la legittimazione del mercato dei ranking e la loro naturalizzazione. Questo è infatti il vero capolavoro neoliberale: il passaggio da misura, a pratica, a principio morale, a norma, in un sistema coerente e completo. Così nella ricerca, il mercato è stato creato con la descrizione politica della sua utilità in termini di impatto sociale (Blasi 2023); da qui deriva logicamente una definizione di qualità come performance; ne segue una necessità morale di favorire i meritevoli che legittima, a quel punto, una promozione normativa di quelle medesime pratiche di misura, rendendole obbligatorie.
La logica neoliberale emerge anche retrocedendo dai misuratori ai fenomeni misurati: in fondo, se i ricercatori sono costretti a pubblicare tantissimo per rispettare i meccanismi valutativi, perché farglielo fare gratis? Così, in questa continua crescita, il mercato delle pubblicazioni vale ormai 28 miliardi di dollari all’anno, sostanzialmente generati da fondi di ricerca (STM 2021). Il modo più ovvio e insieme meno palese per avviare il travaso di fondi pubblici ai privati è infatti, banalmente, la pubblicazione di un libro, o magari di una collettanea di testi, se non si ha l’energia o lo 12 spunto per una monografia inedita: in ogni caso, l’uscita sarà quasi sempre direttamente pagata dall’autore per centinaia o a volte migliaia di euro o dollari. Lo stesso accade per gli articoli scientifici, per la pubblicazione dei quali gran parte delle riviste richiede compensi di analogo importo per non meglio dettagliate spese. E questo nonostante la dematerializzazione che dovrebbe, teoricamente, ridurre i costi: anzi ormai si assiste a una intensificazione quasi grottesca delle uscite periodiche, con riviste semestrali che diventano settimanali, singoli numeri da decine di migliaia di pagine, e sempre più frequenti numeri speciali monografici che affiancano le uscite periodiche (Hanson et al. 2023). Chiaramente, tattiche reciprocamente valorizzate dalla frammentazione dei contenuti e dalla moltiplicazione dei contributi prima accennata. Un altro modo per favorire questo travaso di fondi è il grande sistema internazionale dei convegni, che ha indotti multimiliardari (cfr. EIC 2018) – come per le pubblicazioni, ovviamente, non si mette in dubbio la loro utilità tout court: solo sorprende lo scarso ricorso a sistemi online, anche dopo l’evento pandemico e nonostante i potenziali effetti positivi in termini di sostenibilità e inclusività (Sarabipour et al. 2021).
Ma la ragionevolezza soccombe di fronte a un sistema tanto pervasivo, in cui diventa coerente e sensato sostenere che sia moralmente corretto aumentare le tasse (QS 2018), che sia positivo estendere ranking e misure ai livelli inferiori della didattica (come in Italia fa il progetto eduscopio.it), che sia giusto che i ricercatori forniscano gratuitamente le peer review (quelle milioni di revisioni su cui si basano tutte le pubblicazioni), o che in generale la mostruosa accelerazione nelle pubblicazioni sia associabile a un concetto di crescita inevitabilmente positivo. Ma è davvero così? Perché certo, scrivere si scrive tanto. Ma poi chi legge tutta questa montagna di parole?
Surfabile
L’esito paradossale di questa frenesia produttiva è infatti che ciò che conta davvero è pubblicare: essere letti è un optional, al più benvenuto per alcune discipline. Su questo, i numeri delle monografie sono rivelatori: il tiraggio medio dei nuovi libri è infatti attorno alle 300 copie (Shaw et al. 2022), e questo significa che i lettori non superano il numero di studenti a cui il libro è verosimilmente imposto come testo didattico. Sugli articoli, le statistiche mostrano una certa vivacità interpretativa, ma restituiscono un quadro altrettanto sorprendente, e desolante. Già un famoso positionpaper di una quindicina di anni fa affermava che oltre il 50% dei contributi non viene mai letto, nemmeno una volta (Meho 2007). Altri studi hanno poi articolato la cifra secondo le discipline, con percentuali di articoli mai letti comprese tra il 12% e l’82% (!) di quelli prodotti (Larivière et al. 2009): dunque gli esiti sono mediamente simili, ed anzi parrebbe conclamato che in certi campi la produzione di carta inutile sia davvero spudorata. Però il problema è come stimare la lettura di un prodotto: ogni metodo avrà infatti bias e difetti, e non sembra vi sia una soluzione sia semplice da computare sia davvero rappresentativa (King et al. 2006). Così si è per lo più adottato, in nome di un’astratta idea di oggettività, il parametro in effetti più funzionalista: cioè il numero di citazioni (sì, proprio il parametro che avrebbe mediocrizzato Einstein e Wiles).
Provando però a superare questa unità di misura, i dati si prestano a varie considerazioni. La prima, ovvia ma forse non abbastanza, è che non perché un testo non sia stato citato allora non è stato letto e, al contrario, non perché sia stato citato, significa che abbia qualche rilevanza. Magari la citazione è funzionale al contesto o alle peer review, e la si fa senza neppure aver sfogliato lo scritto – tanto chi potrà mai scoprirlo? O magari, bisogna inserirla perché ci si riferisce ad autori con cui si ha un rapporto, diciamo, di prossimità – qualcuno ha pensato ai baroni universitari e alle logiche di costruzione delle “scuole di pensiero”? O ancora, non si citano autori che si è letto perché, semplicemente, li si considera definitivi su un argomento – Einstein potrebbe essere tra questi, di sicuro lo è Andrew Wiles. Oppure la citazione c’è stata ma, banalmente, non in un testo le cui references siano inserite in banche dati online – che, come abbiamo visto, mostrano ampie inconsistenze (Larsen & Von Ins, 2010). In ultimo, nulla vieta, in un impeto di interdisciplinarità o di semplice curiosità, di leggere contributi non propriamente coincidenti con le proprie attività scientifiche: testi che quindi saranno sì letti nel mondo reale, ma non nel dato rilevato. In ogni caso, ciò che è sicuro è che citazione e lettura vengono artificialmente sovrapposti, mal concretizzando una proprietà – l’essere letto – in un’altra – l’essere riusato in altri lavori: di nuovo, subdolamente, definendo la qualità solo in base all’utilità.
Insomma, quanto si legga, non si sa. Ma supponiamo salomonicamente che metà degli scritti riceva una qualche attenzione: almeno questi verranno davvero letti? Una (ennesima) statistica, basata su una serie di interviste e con dati comparati nell’ultimo cinquantennio, ha sancito che ogni scienziato legge in media 252 contributi all’anno: le STEMM poco sopra, e le HASS poco sotto (Tenopir et al. 2015). Potrebbe sembrare un numero astronomico – in fondo si dicono “lettori forti” quelli che leggono tra gli 11 e i 20 libri all’anno – ma deve essere rapportato alla natura dei “contributi”: in gran parte articoli scientifici, magari ostici ma relativamente brevi. Il medesimo studio stima in 32 minuti il tempo di lettura medio e, facendo due calcoli su una lunghezza media di 40.000 battute, ciò sembrerebbe coerente con altre statistiche relative al tempo di lettura medio (Brysbaert 2019). Ma questi numeri sono una media complessiva, che include volumi – ovviamente più impegnativi – e brevi contributi. Sui soli articoli, altri studi hanno infatti evidenziato un tempo di lettura di soli 13,3 minuti, cui dedurre ancora il tempo necessario alla loro ricerca: rimarrebbero così solamente 6 minuti a contributo (Tenopir & King, 2002). Ora, ci sono varie possibilità per interpretare questo dato. Una prima è che il campione statistico di queste rilevazioni sia composto da persone inconsapevolmente accomunate da una insolita, anzi straordinaria velocità di lettura. Una seconda è che nel campione statistico siano prevalenti articoli e contributi insolitamente, anzi straordinariamente brevi. Una terza è che i ricercatori dichiarino un numero di contributi letti insolitamente, anzi straordinariamente superiore al dato reale, magari per semplice vanità. Ma la mia ipotesi è che, a parte per coloro che siano davvero in grado di leggere molto rapidamente, il problema stia nel concetto stesso di lettura.
Un concetto tendenzialmente antiquato, ancora valido per la narrativa ma poco adatto alla contemporanea dimensione accademica e scientifica. Al giorno d’oggi, tra gli articoli, si surfa, limitandosi a coglierne il senso tramite le keywords o a una rapida scorsa superficiale occasionalmente approfondita (cfr. Blackburn 2010). Magari perché ne è liberamente consultabile solo un estratto o l’abstract – peraltro l’Open Access è tema eticamente ovvio ma economicamente incerto, perché l’accesso a pagamento da un lato garantisce agli editori lauti abbonamenti per l’accesso da parte degli atenei, ma dall’altro riduce citazioni e visibilità delle pubblicazioni (Evans & Reimer 2009; Piwowar et al. 2018). Ma più probabilmente perché si saltano a piè pari tutta una serie di parti – stato dell’arte, ricerche precedenti, metodologia e bibliografia – limitandosi a (cercare di) cogliere il nocciolo della questione e, nel caso, a fare puntuali letture complete: a tal proposito, mi segnalano un saggio fondamentale per capire la questione, Come parlare di un libro senza averlo mai letto di Pierre Bayard – chiaramente, io non l’ho letto. Non che le parti saltate siano inutili: ad esempio, servono perché l’articolo passi la peer review – che probabilmente Einstein, con il suo striminzito articolo sulla Relatività del 1905, non avrebbe passato. Ma fin troppo spesso sono ignorabili: perché, banalmente, si sa già cosa ci si troverà.
Iterativa
Ma lungi da me qualsiasi condanna morale. Il fatto, anzi, è che surfare gli articoli è del tutto coerente con lo scopo del ricercarli e del citarli: cioè avere mattoni su cui costruire un muro, assemblando pezzi del già noto in forme lievissimamente variate. Ed è del tutto diverso dal leggere: cosa che qualsiasi ricercatore fa, ma certo solo con pochi dei 252 testi annui in cui mediamente si imbatte.
Naturalmente questa dinamica non sarebbe possibile senza il web, senza i motori di ricerca contemporanei, senza una lingua come l’inglese internazionale, senza un formato di interscambio universale come il PDF: ma al tempo stesso, proprio il web, i motori di ricerca, l’inglese internazionale e il formato universale rendono in effetti inevitabile questa evoluzione del fare ricerca (Bello & Galindo-Rueda 2020; Van Meeteren 2022). È un tipico esempio del fatto che la tecnologia non sia moralmente connotata né, tantomeno, in rapporto duale con una supposta natura: ma che, nel gioco sistemico in cui si evolve, essa irriti e influenzi altri sistemi magari già naturalizzati, spostandoli verso configurazioni differenti che vengono nuovamente, e inevitabilmente, naturalizzate, producendo così circolarmente nuove – magari inaspettate – letture del fenomeno tecnologico nel suo mutarsi (Carpo 2017). Rispetto agli scritti, questa nuova configurazione è composta da una sempre maggior porzione iterativa che precede, costituendone una sorta di allegato anticipato, una sempre minor porzione significativa – quella su cui si concentrerà la lettura. E questa disproporzione viene a sua volta esaltata dai meccanismi adattivi della ricerca, che privilegiano trend rispetto ad iniziative singole, estemporanee e magari difficili da catalogare perché interdisciplinari. Si arriva così a una lenta ma apparentemente inesorabile deriva verso la minimizzazione del contenuto significativo rispetto a quello iterato, appiattendo i contributi su una curva asintotica che tende al già noto (Evans 2008).
Un processo preoccupante non tanto, ovviamente, perché parrebbe erroneamente dar ragione a chi periodicamente afferma che non ci sia più nulla da scoprire (citando erroneamente Lord Kelvin invece di Albert Abraham Michelson, e per di più eludendone il contesto). Bensì perché estremizza, forse già oltre limite di rottura, la tradizionale alternanza di accumulazione e rivoluzione che sottende kuhnianamente il tradizionale progresso scientifico, istituzionalizzando una modalità che porta l’accumulazione a dimensioni tali da rendere forse costitutivamente impossibile l’emergenza della rivoluzione.
Questa è la condizione sistemica in cui tutti noi scriviamo e leggiamo (o surfiamo). Una condizione la cui evoluzione naturale – ma in effetti già naturalizzata – è ovviamente l’Intelligenza Artificiale. Se infatti gran parte degli allegati sono replicabili, perché non farli replicare? Perché non lasciare che sia l’IA a fare tutta la parte compilativa – cioè la gran parte di un articolo, ricordiamolo – rintracciando background, riferimenti e stato dell’arte? Perché non far sì che sia una IA a surfare per noi – soprattutto in campo umanistico dove, come abbiamo visto, la lettura è percentualmente inferiore – magari limitandoci a controllarne gli esiti? E infatti, tutto questo già avviene. ChatGPT et similia sono già utilizzati correntemente non solo per il controllo antiplagio, la traduzione in altre lingue o la formattazione dei testi, ma anche per scrivere progetti di ricerca, lettere di raccomandazione, abstract, lettere motivazionali, bibliografie, curriculum, richieste di grant e così via (cfr. Aguilar-Garib 2023, Ciaccio 2023, Gonzalo Muga 2023, Parrilla 2023, Van Noorden & Perkel 2023). Tutte cose che l’IA può non solo fare, ma anche fare meglio di un ricercatore, perché ne costituiscono il principale scopo: sfruttare i big data per creare variazioni infinite basate su analogie meta-semantiche (o para-semantiche…). Semmai, ciò che sorprende è che questa pratica, ormai comune, sia guardata in modo scandaloso, quasi che rovinasse una romantica quanto nostalgica purezza della ricerca – un po’ come credere alle dichiarazioni dei calciatori che si dichiarano da sempre tifosi della squadra in cui arrivano. Così, si invocano codici etici, fioriscono dissertazioni sui limiti da porre, si fanno liste di pro e contro, si rilasciano note che invitano gli autori all’uso “responsabile” dell’IA (cfr. Bahammam 2023, Buriak et al. 2023, Narayanaswamy 2023, Yogesh et al. 2023), in un dibattito tra apocalittici, utopisti, prudenti ed eticisti che mi sembra mancare il bersaglio (cfr. Signorelli 2023).
Più che l’uso dell’IA, infatti, il problema non sarà forse nelle condizioni che rendono il suo uso auspicabile o magari necessario? Ad esempio, nella drammatica deriva burocratica per cui ogni atto (sia esso un progetto, un articolo, un giudizio) richiede dozzine di documenti a supporto che, per forza, devono dire certe cose? Cosa si vorrà mai dire sull’impatto di un progetto di ricerca se non che sarà ampio, circostanziato, inclusivo, determinante e così via? Cosa in una lettera motivazionale, che non sia l’essere entusiasti, collaborativi, disponibili e così via? E non sarà allora ovvio sfruttare programmi nati per l’iterazione, per iterare questi contenuti? Non sarà naturale sfruttarne la potenza, magari per rispondere rapidamente alla richiesta di un revisore di aggiungere una fonte da qualche parte? E nel comprendere le potenzialità degli strumenti, non sarà ovvio a quel punto andare sempre oltre, utilizzandoli anche come vero e proprio agente esplorativo, creativo o di comprensione? Cosa che avviene già, a tutti gli effetti, in pratiche ormai diffuse a tutti i livelli (cfr. Aspuru- Guzik et al. 2018, Yuan 2023, Krenn et al. 2022). Forse allora, più che previsioni di futuri temuti o auspicati, o di limiti valicati o invalicabili, ciò che è importante rilevare è soprattutto il carattere trasformativo dell’IA (Van Noorden & Perkel 2023). Un carattere che, ripetiamolo, produce una trasformazione delle pratiche correnti e naturali verso nuove naturalizzazioni. Così come le biblioteche, date per spacciate solo qualche anno fa (TR Staff 2005), si stanno evolvendo in centri di studio – un esempio notevole è la piattaforma Eurekoi, che federa 52 biblioteche franco-belghe in un servizio di consulenze gratuito e accessibile – anche la produzione della ricerca si è trasformata, diventando sempre più polverizzata, misurabile, neoliberale, surfabile ed iterativa.
Originale?
Però, manca qualcosa, quel qualcosa che dovrebbe in teoria perdurare indipendentemente dalle riconfigurazioni del sistema. E cioè il senso stesso del ricercare: che, ontologicamente, non può rivolgersi al già dato, al già noto. L’attività di ricerca è infatti inevitabilmente legata a un elemento originale: che si tratti di scoprire oppure di comprendere qualcosa, ogni contributo di ricerca mira o dovrebbe mirare ad aggiornare, implementare, correggere, rivoluzionare le precedenze conoscenze in materia e, chissà, per i più ambiziosi o utopici, magari persino a inserirle nel più vasto sistema dell’enciclopedia dei saperi. Certo, rispetto alle visioni romantiche con le quali cresciamo in cui, ogni volta e di nuovo, si definiscono interi sistemi concettuali, è chiaro che i milioni di articoli che abbiamo guardato sembrino mirare altrove. Anzi, a numeri sempre crescenti corrispondono gradienti di originalità sempre inferiori, verso il destino di scienza come consolidamento, classificazione e reinterpretazione, che James Graham Ballard tratteggiava in The Construction City – era il 1957.
Ma nostalgia a parte, e guardata in ottica sistemica, questa particolarizzata, indefinita massa di micro-avanzamenti funziona: almeno in quei campi – squisitamente tecnologici – dove gli avanzamenti si misurano in evoluzioni (o miglioramenti, secondo il noto principio kaizen). È come se il modello sistemico replicasse le dinamiche del brainstorming su scala globale, puntando non sul talento del singolo genio ma sulla media creatività di un enorme numero di individui interagenti. Usando un esempio letterario, nella famosa trilogia di Cixin Liu (Remembrance of Earth’s Past, più nota con il titolo del primo romanzo, The Three-Body Problem) vengono fatti enormi progressi tecnologici grazie agli sforzi di un enorme numero di scienziati – e al non trascurabile sprone della potenziale estinzione dell’umanità: un principio che in crittoanalisi come nella generazione di render si chiama brute force, e che conduce alla fusione nucleare, alla mappa del cervello interattiva, alla navigazione a velocità luce e così via. Meno certo è, tuttavia, se oltre alle evoluzioni questi sommovimenti tettonici siano capaci di produrre rivoluzioni. La brute force abbatte barriere, ma non ne spiega la costruzione. Risolve problemi, ma non ne motiva l’origine. Raggiunge traguardi, ma non dà un senso alla loro ricerca. Nella sua potenza, è cieca, e non può quindi valorizzare l’originalità, che richiede attenzione, tempo, cura. Polverizzata in milioni di contributi, come potrà allora addensarsi l’invenzione, la scoperta, la concettualizzazione, producendo la rivoluzione che dovrebbe seguire l’accumulazione? Non a caso (spoiler alert!) la trilogia di Cixin Liu si conclude con l’estinzione completa e assoluta del sistema solare: nessuno si dimostra infine in grado di essere originale in senso autentico, ovvero capace di decostruire i fondamenti stessi del già-dato, assumendo tentativamente quel ruolo di distanza critica proprio di chi sia esterno a un sistema e possa quindi vederne la parzialità. E questa è una capacità intimamente, inevitabilmente, ontologicamente politica: non nel senso della politica come professione, ma della politica come riflesso sul mondo di un operare che si cura di considerare i propri effetti nel suo stesso farsi. Non è certo un caso che l’avanzamento prodigioso delle tecnologie contemporanee sia inversamente proporzionale alla capacità di definire politiche e sistemi di comprensione all’altezza.
E ciò avviene (anche) perché, in un sempre più vorticosa confezione di pubblicazioni, in una sempre più marcata parcellizzazione dei campi operativi, in una sempre più feroce protezione di nicchie di competenza autoreferenziale, spesso dimentichiamo che la ricerca è, sempre e di nuovo, una esplorazione. Ce lo ricordano quegli articoli particolarmente bizzarri che talvolta assurgono alle cronache: studi che indagano come si spezzino gli spaghetti, il mal di testa dei picchi, gli effetti della cocaina sulle api, l’efficacia delle bottiglie (piene o vuote) nello spaccare crani umani, le flatulenze dei sauropodi, se i polli preferiscano i belli (praticamente un titolo di P. G. Wodehouse), il sesso orale tra i pipistrelli e molti altri (cfr. Kluger 2015, Andrews 2017, Chu 2018). O magari quei momenti di ribellione al sistema – forse sintomi di una tendenza al burnout in drammatico aumento nel campo della ricerca (Fernández-Suárez et al. 2021) – in cui gli autori scelgono titoli particolarmente umoristici per presentare i loro serissimi lavori (Carpenter & Fritz-Laylin 2015). Certo, questi esempi potrebbero convincere chiunque a calare una scure sui finanziamenti agli autori, ma al di là dei casi più strampalati, ancora oggi le grandi rivoluzioni e le vere innovazioni sono davvero frutto perlopiù del lavoro di singoli e piccoli gruppi che continuano a procedere in modi tentativi, incerti, erranti. Stretti tra bilanci e restrizioni, i grandi gruppi di ricerca e studi evolvono, sviluppano, migliorano: ma non creano (Wu et al. 2019, AIA 2020) – che poi, lo diceva già Agatha Christie in Crooked House, era il 1949, che i soldi per la ricerca sono tendenzialmente inutili, e che le scoperte vere le fanno persone entusiaste e motivate. Solo che essere entusiasti e motivati nella ricerca contemporanea è piuttosto difficile. Perché errare in esplorazioni è faticoso, costoso e, soprattutto, pericoloso. Non tanto perché, come sempre è avvenuto, le possibilità di successo siano scarse: anzi, proprio quello dovrebbe attrarre intraprendenti e avventurosi. Ma perché staccarsi dal sistema è fin troppo spesso una condanna dal punto di vista della carriera, in particolare nell’accademia. Se per accedere ai primi concorsi è richiesto un numero di articoli superiore a quello che pochi anni fa un ordinario metteva insieme in tutta la sua carriera, è inevitabile che attenzione e forze siano riservate alla mera produzione, disincentivando quel libero errare che un tempo si chiamava ricerca di base al punto, probabilmente, da mutare la stessa forma mentis del ricercatore.
È il crepuscolo dei raminghi. E “Fuori Tema” sarà il loro rifugio. Un luogo dove esercitare un’autentica cultura del dubbio, radicale, sistemica, critica, decostruttiva, coraggiosa, enciclopedica, laica e super-disciplinare: dove potere essere davvero originali, e concedersi di nuovo il vertiginoso piacere di errare nel mare della conoscenza.
Post Scriptum: la prima call di Fuori Tema ha attratto oltre 60 proposte. Oltre i 2/3 di esse sono state ritenute non abbastanza originali in una prima selezione fatta dalla redazione. Poi, nella fase di peer review – perché Philosophy Kitchen è parte del sistema della ricerca che abbiamo descritto e, quindi, ne segue le procedure istituzionalizzate – alcuni pezzi sono stati considerati troppo audaci, o troppo poco referenziati, o entrambi. Così metà dei sopravvissuti sono stati eliminati, arrivando ai 10 pezzi finali – qui pubblicati secondo un ordine puramente alfabetico. Certo sorge un dubbio: se la forma mentis del ricercatore e quindi del revisore è quella che abbiamo descritto, peer review negative saranno frutto dell’insufficiente livello degli articoli, oppure di un’originalità non più davvero comprensibile? In altre parole, il ramingo dovrebbe gioire della promozione – e della pubblicazione che ne risulta – o della bocciatura – che potrebbe anche certificare una assoluta straordinarietà?
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Se si vuol comprendere la posta in gioco del pensiero di Gilles Deleuze, ci sono due luoghi da frequentare, strettamente connessi e corrispondenti in buona sostanza alle sue due grandi opere teoriche degli anni ’60 (Differenza e ripetizione e Logica del senso): nel primo troviamo il progetto di un “empirismo trascendentale” o “superiore”, che non ricalchi più, come nel criticismo kantiano, le condizioni di possibilità della conoscenza sugli atti empirici della coscienza, ma che ci permetta di cogliere in se stessa la genesi trascendentale della differenza, ossia di “ciò per cui il dato è dato” (Deleuze 1997, p. 287). Nel secondo possiamo apprezzare il modo in cui Deleuze cerca di mettere in atto questo progetto, tramite la nozione-chiave di evento: dalla correlazione soggetto-oggetto – vera e propria impasse su cui si è incagliata buona parte del pensiero moderno – si può uscire, sembra dirci Deleuze, mostrando come la ragione trascendentale di entrambi si trovi proprio in una dimensione evenemenziale, ossia in quel vettore che dà conto da un lato di ciò che accade concretamente nella realtà, dall’altro dell’atto processuale che ha portato alla sua stessa realizzazione. L’evento possiede infatti per Deleuze una “struttura doppia”: è tanto “incorporeo” (trascendentale), slegato dalle sue concrete effettuazioni spazio-temporali quanto “incorporato” (empirico), incistato nella singolarità di ogni sua reale occorrenza (Deleuze 1975, p. 135).
Alessandra Campo, in Fantasma e sensazione. Lacan con Kant (Aesthetica Preprint, 2020) si inserisce nel progetto disegnato da Deleuze, percorrendo però una via che potremmo definire laterale. Pur appoggiandosi all’opera deleuziana, Campo tenta di mostrare come l’esigenza di un empirismo trascendentale – di una scienza compiutamente trascendentale del sensibile – abiti alcuni luoghi decisivi della filosofia kantiana e della psicanalisi lacaniana. Si tratta di una prospettiva originale, per almeno due motivi: in primo luogo perché ci costringe a ritornare analiticamente al criticismo kantiano, con cui l’autrice ingaggia un vero e proprio corpo a corpo, mostrandone la straordinaria attualità; in secondo luogo – e soprattutto – perché, ben al di là di un semplice confronto (ormai fin troppo percorso) tra filosofia e psicanalisi, tenta di avvicinare il progetto kantiano – a prima vista così saldo nella sua ricerca della certezza epistemica – alla prospettiva lacaniana, forse troppo frettolosamente autocertificatasi come anti-filosofica. In altri termini, come sembra emergere tra le righe del testo, se è vero che nella domanda kantiana intorno alla conoscenza si può intravedere in controluce un percorso in direzione dell’inconscio, nel reale lacaniano assistiamo altresì a un profondo sforzo speculativo volto a ghermire la genesi della realtà.
Al centro del saggio troviamo l’analisi della sensazione secondo Kant; appoggiandosi in particolare alle letture di Luigi Scaravelli (Scritti Kantiani) e Tommaso Tuppini (Kant.Sensazione, realtà, intensità), Campo mostra come per analizzare a fondo il senso dell’estetica kantiana non ci si debba affatto confrontare, come ci si dovrebbe aspettare, con l’omonima sezione della Critica della ragion pura, quanto piuttosto con quella dedicata alle Anticipazioni della percezione (p. 19), pagine non a caso definite da Deleuze “straordinarie” (Deleuze 2004, p. 81). Qui Kant analizza infatti la sensazione ben prima della sua trasformazione – mediante il decisivo ruolo delle intuizioni – in percezione spazio-temporalmente localizzata, mostrando innanzitutto la sostanziale passività del soggetto, affetto e modificato da un fuori a-dimensionale. Nelle Anticipazioni Kant ci mostra così il modo del tutto peculiare in cui i sensi pensano (p. 57), un modo intensivo che costituisce una sorta di tertium nella distinzione tra fenomeno e noumeno. Per Kant “il reale che è oggetto di sensazione, ha una quantità intensiva, cioè un grado”: prima della realtà estesa, quantificata spazio-temporalmente e in seguito sintetizzata dalle categorie, vi è insomma un reale intenso, graduato e qualitativo, condizione trascendentale di ogni successiva operazione di sintesi.
Parente prossimo – se non omonimo – della sensazione è, secondo Campo, il fantasma freudo-lacaniano. Come la sensazione per Kant, anche il fantasma assurge a condizione trascendentale dell’esperienza. Formatosi come consolazione contro l’angoscia per l’interruzione di un primordiale stato di godimento, il fantasma, secondo il Lacan del Seminario VI, è un’istanza in grado di costituire il soggetto al tempo stesso proteggendolo dall’irruenza del reale. Compito del fantasma è allora quello – come la sensazione kantiana – di rendere la conoscenza possibile, eseguendo una traduzione o un transito tra il reale (intenso) che non è lingua e la realtà (estesa) che lo è (p. 45). Il fantasma, paradossale figura al contempo genetica e di frontiera, è allora, in senso heideggeriano, ciò che a un tempo maschera e rivela la natura dirompente del reale (p. 84). Così come ogni sensazione possiede un grado che permetterà la sintesi operata prima dalle intuizioni e poi dalle categorie, allo stesso modo il fantasma trova la propria condizione trascendentale nell’oggetto a piccolo, argine che impedisce al soggetto di svanire di fronte al reale (p. 86) e che innesca l’impresa conoscitiva.
Nella complessa analogia a quattro termini (sensazione e grado da un lato, fantasma e oggetto a piccolo dall’altro) è la relazione di transizione a fare da protagonista dell’analisi di Campo: tanto per la sensazione quanto per il fantasma si tratta – si è visto – di figure che permettono il transito da una dimensione condizionante intensa che esiste atemporalmente, ma che colpisce e dunque è sentita, a una dimensione estesa che accade, ma risulta inevitabilmente condizionata, derivata. È un passaggio che Campo descrive in vari modi: come “mediatizzazione” tra un “nulla d’origine” a partire da cui sorge il grado/a piccolo e un “nulla di destino” verso cui inderogabilmente si consuma (p. 80); come barra/frazione che genera i poli (esteso e intenso) di un campo (p. 98); come skia-grafie (scrittura d’ombra) che fa transitare la luce verso il buio (p. 51); come abbassamento del profilo cosale dallo choc alla rappresentazione (p. 100). Ciò che emerge è l’idea che esista “un altro modo di ricevere” (p. 19), ossia un modo differente di intendere la passività e l’aisthesis: non più come percezione spazio-temporalmente localizzata e rappresentabile, ma come choc o trauma tale per cui il soggetto viene modificato/toccato proprio là dove non sente e non vede (p. 51), sul crinale tra l’insensibile/impercettibile (a priori) e il sensibile (a posteriori). La sensazione e il fantasma si sviluppano insomma per caduta e annullamento del proprio grado di intensità nell’esteso: l’andare a 0 dell’intenso diventa così paradossale legge di sviluppo (p. 78). Nei più classici termini della metafisica occidentale, si può intendere tale passaggio come transito dall’essere effetto (modificato, colpito) all’essere causa (ossia percipiente).
A questo proposito, il testo di Campo risulta permeato da una polemica nei confronti delle pretese di oggettività proprie di ogni regime epistemico: se tutta la realtà oggettivamente conoscibile va ricondotta in ultima battuta alla sensazione, ecco riemergere l’inquietante quesito che aveva tormentato la filosofia moderna: ciò che garantisce l’esistenza empirica della realtà è la stessa istanza che ne sancisce la dimensione inevitabilmente soggettiva, in quanto modificazione della sensibilità (p. 47). Ciò significa che l’approdo ultimo della sensazione kantiana e del fantasma lacaniano va derubricato nella cornice di un solipsismo senza alcuna via d’uscita? Al contrario: il riconoscimento di un’embricazione costitutiva tra soggettività e oggettività nella conoscenza – discorso che riguarda tanto la psicanalisi quanto la filosofia – rilancia l’opportunità di un empirismo trascendentale, superiore e radicale, capace di ritrovare in una dimensione estetico-cosmologica la ragione stessa della correlazione soggetto-oggetto.
Fantasma e sensazione. Lacan con Kant è un testo che indaga questioni filosofiche profonde e fondamentali con un focus interpretativo efficace. Ha il pregio dell’ambizione e dell’assoluto rigore dell’analisi – specialmente per quanto riguarda la filosofia kantiana – e, forse, il difetto di un’eccessiva densità: l’importanza dei quesiti mobilitati e delle loro implicazioni risulta a volte implicita, a svantaggio in particolare di chi non avesse immediata dimestichezza con molte delle questioni affrontate. Si sarebbe altresì apprezzato qualche approfondimento ulteriore rispetto all’originale tema estetologico che emerge dalle analisi – ossia quello di un’estetica dell’aniconico o di una figuratività non-figurativa (p. 51) – che, tra Francis Bacon e Paul Klee, si sforza incessantemente di rendere visibile l’invisibile. Ciononostante, il saggio di Campo è un riuscito tentativo di afferrare con le armi della speculazione filosofica e in un modo decisamente poco battuto il problema della sensazione e del fantasma. Al di là della doppia neutralizzazione, secondo cui essi sono, nella migliore delle ipotesi, una sorta di trasparente pharmakon propedeutico a più alte e “libere” forme di cognizione oppure, nella peggiore, mera illusione da correggere con i metodi quantitativi della scienza (psichiatrica o fisica), Campo ci mostra in che modo i sensi e l’inconscio “pensano”, cioè – in senso whiteheadiano – esibiscano una qualità (e una logica) che precede la loro “prima quantificazione” (p. 15); soglie atopiche e atemporali capaci di realizzare il campo della conoscenza, essi, proprio nei termini dell’evento secondo Deleuze, non smettono di insistervi.
Potremmo pensare che filosofi e artigiani facciano due mestieri molto diversi, che hanno davvero poco a che vedere l’uno con l’altro: il primo infatti pensa, scrive e parla mentre il secondo fa, produce e manipola. Forse proprio per questo è poco usuale, per i filosofi, interrogarsi sul nesso tra la loro attività abituale, il pensiero, e il fare che segna tanto il lavoro dell’artigiano quanto la più comune prassi quotidiana. Ed è forse altrettanto poco usuale per un operaio o un artigiano chiedersi in che modo, nella sua attività di produzione, egli stia anche pensando. Eppure si tratta di una questione straordinariamente feconda, ci insegna Tim Ingold nel suo Making, prima opera dell’autore ad essere interamente tradotta in italiano a cura di Gesualdo Busacca per Raffaello Cortina (Milano, 2019, pp. 262). Il testo scaturisce dall’esperienza di un corso universitario tenuto da Ingold a partire dal 2004 nella facoltà di Antropologia dell’università di Aberdeen, intitolato: Le quattro A: Antropologia, Archeologia, Arte e Architettura. Più volte ripreso e messo da parte nel corso degli anni, Making esce per la prima volta nel 2013 e riprende l’ossatura teorica di Being alive (2011), la raccolta di saggi in cui si sviluppa un originale percorso teorico mosso dall’esigenza di riavvicinare l’antropologia alla vita. Ciò che però contraddistingue Making, rispetto a questa raccolta, è l’intimo legame che la riflessione intrattiene con l’esperienza al contempo didattica e di ricerca dell’insegnamento universitario. Ingold intende spingersi ben oltre la trasmissione di nozioni ridotte a rappresentazioni astratte, ferme e chiuse; è piuttosto interessato a coinvolgere i suoi studenti in percorsi di movimento nell’ambiente che aprano ad esso in un atteggiamento di ascolto ed esplorazione. Il gruppo si educa così a una forma di attenzione percettiva che permette di porsi sulle tracce delle cose che abitano il mondo tramite una paziente e scrupolosa raccolta di indizi. Gli studenti, infatti, erano chiamati non solo a seguire lezioni frontali, ma soprattutto a cimentarsi in esperienze di manipolazione di materiali e costruzione di oggetti nel corso di esperimenti e laboratori collettivi sempre accompagnati da momenti di restituzione e discussione. Le quattro A intrecciava dunque attività di produzione ed elaborazione riflessiva, facendole scaturire come momenti di una conoscenza trasformativa che si innesta sui percorsi vitali delle cose e si sviluppa con essi. Questo lavoro dà origine alla pratica di formazione collettiva nella quale prendono corpo le idee che animano il libro. Nell’ambito di un corso universitario, volto comunemente a produrre tramite il pensiero, Ingold e i suoi studenti imparano ad imparare in un altro modo, ossia a pensare tramite il produrre.
È piuttosto insolito incontrare, negli scritti di un pittore, riferimenti ai filosofi. Eppure, nell’ampio corpus di quelli redatti nel corso dei decenni da René Magritte, capita a volte di imbattersi nei nomi di Eraclito, Socrate, Platone, Descartes, Berkeley, Kant, Hegel, Schopenhauer, Marx, Nietzsche, Bergson, Bachelard, Heidegger, Sartre, Merleau-Ponty. Inoltre, anche se i testi dell’artista belga non sono certo di carattere filosofico, in alcuni di essi si può ravvisare un’originale riflessione sul linguaggio. Ricordiamo per esempio un celebre scritto illustrato del 1929, Les mots et les images, che contiene enunciati lapidari come i seguenti: «Un oggetto non è mai tanto legato al suo nome che non se ne possa trovare un altro che gli si adatti meglio»; «Un’immagine può prendere il posto di una parola in una proposizione»; «Tutto tende a far pensare che ci sia scarso rapporto tra un oggetto e ciò che lo rappresenta»; «A volte il nome di un oggetto può sostituire un’immagine»; «In un quadro, le parole sono della stessa sostanza delle immagini»; «Si vedono in un modo diverso le immagini e le parole in un quadro». Date queste premesse, non desta sorpresa il fatto che Magritte si sia affrettato a leggere un libro di Michel Foucault dal promettente titolo Les mots et les choses, senza farsi intimorire dalla mole e dalla complessità della trattazione. Resta strano, però, il fatto che, a poco più di un mese dall’uscita del volume, un pittore anziano e affermato come lui abbia sentito l’esigenza di scrivere a Foucault una lettera al fine di comunicargli le proprie idee su una questione specifica, ossia il tema della somiglianza. In effetti nel libro, riferendosi alla cultura del Cinquecento, il filosofo aveva evidenziato l’onnipresenza, in vari campi del sapere, dell’idea di somiglianza o similitudine...Scarica PDF
A cura di:
Giuseppe Zuccarino è critico e traduttore. Ha pubblicato vari saggi:La scrittura impossibile, Genova, Graphos, 1995; L’immagine e l’enigma, ivi, 1998; Critica e commento. Benjamin, Foucault, Derrida, ivi, 2000; Percorsi anomali, Udine, Campanotto, 2002; Il desiderio, la follia, la morte, ivi, 2005; Il dialogo e il silenzio, ivi, 2008; Da un’arte all’altra, Novi Ligure, Joker, 2009; Note al palinsesto, ivi, 2012; Il farsi della scrittura, Milano-Udine, Mimesis, 2012. Tra i libri da lui tradotti figurano opere di Mallarmé, Bataille, Klossowski, Blanchot, Caillois e Barthes.
Nel suo saggio Postumani per scelta. Verso un’ecosofia dei collettivi, ospite della collana “Spiritualità senza Dio?” diretta da Luigi Berzano, Giovanni Leghissa dà unitarietà a un tema che ormai lo vede occupato da alcuni anni (La fondazione, la fondazione dell’umano, il post-umano, 2013; Il postumano: un nuovo paradigma?, 2013; curatela di aut aut, La condizione postumana, 2014). Nonostante la brevità del saggio, l’autore si propone di soddisfare la duplice esigenza teorica di inquadrare da più vicino lo sfuggente dibattito sulla questione postumana e, insieme, di estrarne una possibile interpretazione critica. Così, alla messa in ordine di linee guida di una discussione spesso frammentaria, si affianca l’argomentazione di una tesi, frutto dell’incontro di assi di ricerca eterogenei ma convergenti. Le fonti e le questioni interpellate sono infatti numerose e provenienti dalle più disparate aree del sapere filosofico. Tra i “maestri” e le tradizioni di pensiero che vediamo avvicendarsi figurano l’illuminismo, l’evoluzionismo, la filosofia francese del dopoguerra, l’epistemologia, la fenomenologia husserliana, l’idea di un sapere enciclopedico alla Enzo Paci, la decostruzione e l’antropologia filosofica di Hans Blumenberg. Come dichiara l’autore, si tratterà allora di seguire questi molteplici stimoli nell’intento di definire la condizione postumana in termini filosofici, individuando e descrivendo schematicamente gli atteggiamenti caratteristici del suo approccio.