Nell’enciclopedia filosofica, accanto all’epistemologia, un posto decisivo viene occupato dall’ontologia. Non mero elenco di ciò che c’è, bensì classificazione dei tipi di cose esistenti o sussistenti che possono servire poi a catalogare le singole entità che un soggetto possibile può incontrare nel corso dell’esperienza, l’ontologia modifica radicalmente i propri statuti quando assume come punto di partenza la natura processuale di tutto ciò che c’è. Confinando la vecchia nozione di sostanza non nel novero delle nozioni ormai inutili, ma ridefinendo gli statuti del rapporto tra ciò che permane e ciò che muta, l’ontologia del processo definisce ciò che permane come il precipitato di un mutamento continuo. In tal modo, essa si allinea molto meglio a quanto la scienza contemporanea sta mettendo in luce circa i meccanismi che governano la realtà. Dialogando con nozioni come meccanismo o con le recenti indagini sui rapporti tra eventi non legati da nessi causali, l’ontologia del processo non si limita a recuperare una tradizione che affonda le sue radici in Whitehead e in certe correnti del pensiero statunitense, ma costituisce una premessa indispensabile per qualsivoglia discussione contemporanea sul rapporto tra ricerca scientifica e filosofia.
La Redazione


