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Nel 1982 nasce dalla penna di Donna Haraway A Cyborg Manifesto, saggio che (ri)elabora l’infedele e ibrida figura del cyborg. L’obiettivo è quello di generare mutamenti in senso femminista, socialista e materialista, muovendosi tra fantasia e realtà materiale, i due centri che, secondo la filosofa, strutturano “qualsiasi possibilità di trasformazione storica” [1]. Questo essere – che si muove tra i confini del genere e della specie e che fa saltare l’opposizione tra organico e cibernetico – è destinato ad essere una figura moltiplicatrice di dialoghi, rielaborazioni, speculazioni analogamente ibride e spurie, diventando non solo un manifesto, ma un ipertesto per cyborg [2]. Il punto di partenza di Chiara Montalti in Prospettive cyborg sulla disabilità, studio nato dalla sua tesi di dottorato ed edito da Derive Approdi, è proprio chiedersi che cosa succede se si utilizza la figura del cyborg come porta per mettere in dialogo gli studi sulla disabilità e il femminismo, ponendo al centro l’esperienza e il posizionamento epistemico delle soggettività disabili dentro e fuori dall’accademia.

La prima parte del testo traccia una genealogia degli incontri-scontri tra la disabilità e figura del cyborg: il termine non nasce infatti nell’ambito della teoria femminista, bensì negli ambienti della ricerca scientifica della Nasa durante la Guerra Fredda e la corsa allo spazio. Nell’articolo Cyborgs and Space [3] – nel quale Nathan S. Kline e Manfred E. Clynes, rispettivamente psichiatra e ingegnere, elaborano per la prima volta tale figura – il cyborg è un ibrido uomo-macchina (utilizzo volontariamente il maschile), immaginato speculativamente al fine di riflettere sulla possibilità di alterare l’organismo umano per liberarsi dai vincoli dell’ambiente e progredire più agevolmente nelle ricerche spaziali, nello specifico immaginando la somministrazione di farmaci che riducano gli effetti collaterali dei viaggi nello spazio senza che l’astronauta se ne renda conto.

Se in questo contesto il cyborg rappresenta un concetto immaginato per proiettarsi nel futuro, l’idea di fondo che permea lo studio – quella di far trascendere all’uomo i suoi limiti fisici ai fini di accelerare il progresso scientifico, spaziale e militare – nasconde molte zone d’ombra: anzitutto, lo studio muove da premesse che mettono al centro un soggetto maschile, bianco, abile e occidentale in un’ottica di conquista dell’ambiente circostante a fini militari. Inoltre, sia il soggetto immaginato (l’astronauta) che il soggetto di test preliminari di tale tecnologia (un topo al quale viene applicata una pompa osmotica nella coda al fine di somministrare farmaci a flusso continuo) sono ignari della loro condizione di cyborg. Tale metodo di indagine che ignora la possibilità di azione e il consenso dei soggetti di ricerca non è solo esplorato speculativamente o riservato al non-umano: Kline lavora infatti al Rockland State Hospital di New York, istituto psichiatrico più volte investigato per l’attuazione di pratiche controverse, in particolare legate a sovradosaggi e combinazioni di farmaci; più in generale, lo psichiatra conduce lungo tutta la sua carriera esperimenti con soggetti socialmente marginalizzati il cui consenso può essere aggirato. Durante il Novecento, infatti, le soggettività vulnerabili internate rappresentano corpi non produttivi, inutili allo sviluppo sociale e nazionale, e proprio per questo con meno diritti: la loro presenza in istituzioni totali nelle quali la routine e le condizioni ambientali sono stabili, inoltre, fa sì che rappresentino una miniera per la scienza medica sperimentale, ambito nel quale solo negli anni Sessanta si inizia a vedere un miglioramento degli standard etici.

Nonostante questa genealogia problematica – di cui Haraway non è al corrente alla stesura del suo Manifesto – i cyborg, in quanto  “figli illegittimi del militarismo e del capitalismo patriarcale […] spesso estremamente infedeli alle loro origini” [4] possono aprire la porta a una riflessione che incrocia campi disciplinari diversi nella direzione di un dialogo tra studi crip [5] e postumanesimo femminista.

Il primo nucleo produttivo individuato in questa direzione da Montalti è il rapporto tra corpi e tecnologie: seguendo il modello sociale della disabilità, approccio nato negli anni Settanta nell’ambito dell’attivismo anglosassone che legge la disabilità non come una caratteristica del corpo ma come un prodotto del sistema socioeconomico, la studiosa esplora le reti di significato intorno alle pratiche di ibridazione corpo-macchina quando ci si trova davanti alla necessità di far entrare in contatto il proprio corpo con tecnologie prodotte da altri. Le tecnologie assistive, infatti, sono quasi sempre progettate da soggetti che non esperiscono in prima persona la disabilità, in una società che tende sistematicamente a considerare le persone disabili come passive e prive di capacità di azione.

Ciò che emerge dalle testimonianze e dai lavori della vasta platea di persone attiviste e studiose interrogate criticamente nel testo è dunque un forte limite posto all’autodeterminazione disabile causato dall’idea – figlia del sistema tecno-capitalista – di un progresso tecnologico come soluzione miracolosa nei confronti di una serie di impairment [6]. Secondo questa visione, le persone disabili sono considerate stereotipicamente come vittime che vivono una vita triste a causa di una serie di caratteristiche che il progresso tecnoscientifico può curare e risolvere. Nella realtà dei fatti, spesso, il dolore è legato non all’impairment di per sé, ma all’esperienza di vivere in una società pensata per persone abili. Pensando al rapporto con le tecnologie, ciò si traduce ad esempio in sofferenza quando per via dell’obsolescenza programmata delle tecnologie si è costretti a cambiare un dispositivo che si considerava ormai parte del proprio corpo, o quando si ha a che fare con équipe mediche o tecniche incapaci di comprendere a fondo la molteplicità delle esperienze disabili.

Attraverso l’indagine del territorio situato tra il dolore e il piacere di ibridarsi con la tecnologia, emerge un quadro estremamente sfaccettato: anzitutto, l’utilizzo di tecnologie assistive può non essere la soluzione adatta per tutti gli individui (diverse testimonianze descrivono l’uso di tecnologie come un processo che fa sentire alienati dalla propria disabilità – e, di conseguenza, da quella che viene percepita come una parte della propria identità). Dalle esperienze analizzate emerge anche l’opportunità di hackerare i dispositivi utilizzati, nell’ottica di appropriarsene valorizzando la lentezza, la cura e la creatività. In questa direzione, la centralità data alla conoscenza esperienziale e alle pratiche di attivismo ancora lo studio di Montalti a una realtà materiale nella quale le discriminazioni nei confronti di soggetti crip, disabili, matti [7] si rivelano sistemiche, ma che apre anche a numerosi spazi di resistenza creativa, dalle modifiche delle sedie a ruote che diventano supporti attraverso i quali si esprime la propria identità, alla correzione dei limiti di fabbricazione di dispositivi tecnologici, fino alla creazione di reti comunitarie di expertise su come fare proprie tali tecnologie sottraendosi a un sistema che mette al centro l’equivalenza nuovo-migliore.

Il secondo nodo importante prodotto dal dialogo tra femminismo cyborg e studi sulla disabilità riguarda la cura: le riflessioni femministe sull’etica della cura hanno evidenziato come tradizionalmente tale ruolo sia storicamente associato alle donne, creando uno squilibrio di potere caratterizzato dall’estrazione di lavoro di cura da donne e persone razzializzate. Coniugando tale riflessione allo studio dei rapporti di cura e assistenza nei confronti di persone disabili, emergono questioni complesse legate ad asimmetrie di potere che possono coinvolgere sia chi assiste, sia chi viene assistito, creando relazioni “caotiche e cariche di squilibri di potere, radicate nel razzismo, nel sessismo, nell’omofobia, nella transfobia, nell’abilismo e nel capitalismo”, causando abuso e trascuratezza nei confronti della persona che riceve cure, oppure sfruttamento lavorativo della persona che le fornisce [8]. In questo contesto, non manca una spinta di utopia reale che, analogamente alla questione della riappropriazione delle tecnologie, vede le persone disabili come protagoniste della rimodulazione delle relazioni di cura da un paradigma individualista ed estrattivista a una pratica attiva dell’interdipendenza. È il caso dei collettivi di cura, che rimandano storicamente sia alle relazioni di mutuo appoggio tra comunità indigene e nere, sia alla pratica dei collettivi di self help femminista degli anni Settanta, nel quale il personale diventa politico e la cura una questione collettiva. I collettivi di cura presi come casi studio da Montalti prevedono generalmente la partecipazione di persone volontarie disabili o non (anche se esistono interessanti esempi di “separatismo” nel quale le persone non disabili hanno un ruolo più marginale, al fine di valorizzare l’expertise disabile) e hanno come obiettivo la creazione di reti di sostegno reciproco che non si basino sul concetto di carità, base storica del modello assistenziale della gestione sociale della disabilità, ma sulla solidarietà [9].

Pensare al cyborg, figura in parte reale, in parte scaturita dall’immaginazione speculativa, non può che condurre a un altro importante ambito che struttura la realtà materiale: le narrazioni. Montalti riflette sui topoi che permeano le storie sulla disabilità nella cultura mainstream, primo tra tutti quello della tragedia. Tali narrazioni tendono a offrire un quadro monolitico e appiattito dell’esperienza disabile, considerando il dolore e la tragedia come gli unici aspetti di tale condizione e facendo scaturire come risposte sociali pietà e commiserazione. Altro topos prevalente accanto a quello della tragedia è quello della nostalgia, che conduce a rappresentare le persone disabili come individui che vivono costantemente in una dimensione di perdita di un proprio sé abile (reale nel caso di persone con impairment acquisiti, simbolico nel caso di persone disabili dalla nascita). Tali forme della rappresentazione portano a immaginare le persone disabili come passive, incapaci di vivere una vita piena e soddisfacente e avulse dal proprio sé attuale.

Un utilizzo della disabilità che non rende conto della totalità dell’esperienza non è da rinvenirsi soltanto nelle rappresentazioni mainstream o poco attente alle questioni di giustizia sociale: spesso anche in ambito teorico femminista e nelle narrazioni di fiction speculativa si ritrova una rappresentazione delle persone disabili più come oggetti passivi che come soggetti dotati di agency. Nel primo caso, l’esempio è quello dell’utilizzo della disabilità come stampella narrativa, cosa che avviene quando si menziona la disabilità come referente rispetto ad altro, producendo contributi teorici che non parlano né alle, né delle persone disabili. Nel caso delle narrazioni finzionali, invece, spesso la disabilità è utilizzata come stratagemma narrativo solo ai fini di avanzamento della trama, senza prendere in considerazione i suoi lati politici e sociali. All’interno di questo quadro, l’esperienza e il punto di vista delle persone disabili possono rappresentare un antidoto epistemologico e narrativo che scardini la cristallizzazione di topoi teorici e finzionali e che, in ultima analisi, contribuisca a cambiare le possibilità immaginative conducendo a una visione dell’avvenire che comprenda e non cancelli la disabilità. Non a caso, lo studio di Montalti si conclude con una spinta al futuro, mostrando la varietà di narrazioni che decentrano il topos – centrale nel genere fantascientifico – di società utopiche nelle quali la disabilità è curata e l’umano potenziato. Se la fantascienza “registra cambiamenti tecnoscientifici e, con capacità euristiche, aiuta a immaginarne di nuovi” [10], diventa allora fondamentale sia osservare criticamente le narrazioni già prodotte, sia crearne di nuove. Ne sono esempi romanzi in cui vi sono personaggi che si prendono cura di altre persone disabili in futuri utopici e distopici, ma anche vere e proprie raccolte di indicazioni redatte dalla comunità disabile su come narrare la disabilità in maniera varia e sfaccettata.

E così, nello studio di Montalti, il cyborg è allo stesso tempo figura che incarna e tradisce creativamente la propria genealogia, metafora che rappresenta le molteplicità di modi di fare comunità e vivere il mondo nelle sue contraddizioni e complessità, mettendo al centro la cura e dissolvendo confini epistemici tra conoscenza teorico-accademica ed esperienziale, per un futuro che muove da una realtà sistemicamente oppressiva per aprire varchi di (r)esistenze materiali e narrative.

Carlotta Ariano

[1] Haraway, D. J., Un manifesto per cyborg. Scienza, tecnologia e femminismo socialista nel tardo Ventesimo secolo, in Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, trad. L. Borghi, Feltrinelli, Milano, 2018 [1985], p. 41.

[2] Montalti, C., Prospettive cyborg sulla disabilità. Tecnologie, relazioni di cura e futuri culturali, DeriveApprodi, Bologna, 2025, p. 39.

[3] M.E. Clynes, Kline, N. S., Cyborgs and space, «Astronautics», 1960, n. 74-76.

[4] Haraway, D., op. cit., p. 42.

[5] Derivato dal termine cripple, ‘storpio’ in italiano, l’aggettivo crip entra negli studi sulla disabilità (nelle diciture crip studies e crip theory) in quanto termine tradizionalmente dispregiativo oggetto di una riappropriazione critica e politica da parte della comunità disabile.

[6] Termine utilizzato per descrivere le caratteristiche corporee, cognitive o psicologiche che caratterizzano le persone disabili nell’ambito del modello sociale della disabilità, cfr. Montalti, C., op. cit., p. 18.

[7] Analogamente al termine crip, il termine mad, qui tradotto come ‘matto’ seguendo la traduzione di Montalti, rappresenta un termine originariamente dispregiativo rivendicato politicamente dalla comunità di persone che si identificano come matte, survivors psichiatriche, neurodivergenti.

[8] Clare, E., Brilliant Imperfection. Grappling with Cure, Duke University Press, Durham & London 2017, cit. in Montalti, C., op. cit., p. 190.

[9] Montalti, C., op. cit., p. 150.

[10] Braidotti, R., Madri, mostri e macchine, trad. A.M. Crispino, Castelvecchi, Roma 2021, pp. 38-40, cit. in Montalti, C., op. cit., p. 196.

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