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Il corpo e i soggetti imprevisti del genere
Recensioni / Ottobre 2025È ormai da qualche decennio che le riflessioni di Donna Haraway sui saperi situati risuonano nell’ambito di teorie e pratiche femministe e queer [1], ma tutt’ora è comune trovare, specialmente nelle scienze sociali, studi che separano radicalmente il soggetto dall’oggetto della ricerca, nascondendo dietro a una pretesa di sguardo universale e oggettivo l’estrattivismo da parte di uno sguardo dominante di conoscenze e saperi marginali e marginalizzati. Luca Greco, docente di Scienze del linguaggio all’Université de Lorraine, allontana subito tale possibilità affermando fin dalle prime pagine del suo testo Le corps du genre (2025, Éditions de la maison des sciences de l’homme) che il lavoro sociolinguistico è sempre stato interventista, non limitandosi all’osservazione di fatti linguistici, ma concorrendo, interrogandoli, a gettare le basi per una trasformazione dell’ordine sociale. In particolare, Greco si propone di mostrare il funzionamento del genere attraverso l’analisi dei suoi modi linguistici di produzione, stabilizzazione e decostruzione in contesti diversi e talora opposti, quali l’attivismo femminista, i gender reveal party, la fachosphère [2] e le ecografie prenatali.
Il dibattito sulla dicotomia tra materia e discorso
Il primo importante nodo concettuale attorno al quale il testo si articola è il dibattito sull’opposizione discorso/materia che attraversa sia gli studi di genere che le scienze sociali del linguaggio. In una originale panoramica introduttiva degli sviluppi teorici attorno a questa opposizione, Greco ha il merito di problematizzare e mettere in relazione approcci molto diversi tra loro. In particolare, lo studioso evidenzia come, a partire dagli anni Duemila, nelle università del Nord globale si siano diffuse in diversi campi della conoscenza due tendenze, efficacemente riassunte dalla definizione data nel 2015 dall’antropologo Eduardo Kohn (in questo caso riguardante un’antropologia che possa rispondere alle sfide della contemporaneità): “The study of reality – one that encompasses but is not limited to humanly constructed worlds” [3]. Da un lato, dunque, un’inedita attenzione al reale; dall’altro, un decentramento dell’antropocentrismo, con l’apertura a tutto ciò che è non- e post-umano. In questo contesto, Greco dà ampio spazio ai risvolti critici della corrente neo-materiale (definita così dall’autore al fine di distinguerla da approcci neo-materialisti di genealogia marxista): tale svolta, eterogeneamente rappresentata da studiose quali Braidotti, Barad, Alaimo e Bennet, è caratterizzata da una decentralizzazione dell’umano, con una pressante critica femminista all’idea di un soggetto umano universale e androcentrico, rivolta in particolare alla centralità data al linguaggio (inteso come logocentrico e verbale) nello studio delle pratiche sociali, che ha condotto a trascurare la materia e le agentività non umane. Gli approcci proposti sono ibridi e interdisciplinari, e si dedicano a interrogare una serie di tradizionali dicotomie quali soggetto/oggetto, maschile/femminile, natura/cultura, umano/animale, con uno sguardo sempre rivolto a lotte e movimenti sociali.
È in questo contesto che, intorno alle questioni del corpo e del genere si apre un dibattito teorico legato a materia e discorso, che vede contrapporsi la corrente degli studi queer legata al pensiero sviluppato all’inizio degli anni Novanta da Judith Butler e gli approcci neo-materiali sopra descritti. Braidotti e Barad criticano Butler – che stabilisce un parallelismo tra la teoria degli atti linguistici di John Austin (1970) e il concetto di performance di genere – per aver dato un’eccessiva preminenza al discorso nella costruzione e decostruzione del reale (e dunque del genere), trascurando la dimensione della materialità e del corpo. Secondo tali autrici, il femminismo postmoderno ha avuto il merito di interrogare diverse coppie dicotomiche tipicamente patriarcali e antropocentriche, senza però riuscire a sciogliere il nodo discorso/materia. Ciò che si propone la corrente neo-materiale, quindi, è un focus sulla materia e sul ripensamento della sua articolazione con il discorso, senza abbandonare completamente le lezioni del linguistic turn. Greco evidenzia tuttavia l’impossibilità di riuscire in tale ambizioso progetto teorico che, prendendo le mosse dai lavori foucaultiani sul discorso, ricade nella stessa impasse critica del filosofo, ossia postulare che anche il discorso è un’entità materiale, ma senza approfondire né teoricamente né empiricamente i rapporti tra materia e discorso, non fornendo un vero e proprio posizionamento sulla natura di quest’ultimo, e nemmeno approfondendo l’analisi delle pratiche discorsive di attori e attrici sociali. Secondo Greco, quindi, siamo nuovamente davanti a ciò che viene criticato alla teoria queer, ossia una disincarnazione della materia, trattata come un oggetto discorsivo e non come entità che agisce nell’interazione.
Come anticipato, la discussione intorno al discorso e alla materia ha storicamente interessato, a partire dagli anni Settanta, anche le scienze sociali del linguaggio, opponendo a una tradizionale visione logocentrica un approccio multimodale, che, oltre alla parola, prende in considerazione una moltitudine di risorse semiotiche produttrici di senso, in contrasto alla visione del linguaggio come esclusivamente verbale e statico. Tale approccio offre una concezione nuova dell’interazione linguistica che, oltre a tenere conto delle differenze di genere e sessualità dei soggetti parlanti, mette in conto diversi tipi di agentività, umane e non umane. Proprio in questo nuovo quadro teorico si situano gli studi sociolinguistici di Greco che, riferendosi ai modi di costruzione del genere, adotta il termine multi-materialité per sottolineare come le dicotomie simbolico/materiale, discorso/materia siano false opposizioni, e come la materia linguistica e corporea non sia riducibile a un sistema linguistico astratto o a una classificazione tassonomica di gesti. L’approccio adottato dall’autore, che integra criticamente elementi degli studi queer, della corrente neo-materiale e degli approcci sociali allo studio del linguaggio, prende dunque le mosse dall’idea che esista una materialità linguistica e sociale inserita all’interno di rapporti di dominazione che si instaurano tra i partecipanti a una data interazione.
Tra agentività non-umane e (imprevisti) soggetti queer
I casi studio osservati da Greco comprendono una serie di interazioni varie e complesse, mostrandoci come l’osservazione della costruzione e decostruzione del genere non sia un qualcosa di applicabile a una quantità limitata di argomenti, bensì una lente che permette lo svelamento di processi di costituzione del genere (spesso sommersi o naturalizzati) all’interno di qualsiasi interazione sociale. Tra i vari esempi proposti dall’autore, due sono quelli che fanno maggiormente intuire la dimensione di intersezione (e intersezionalità) non solo tra diversi campi del sapere e tra diversi sistemi di oppressione, ma anche tra lo studio teorico-accademico e la possibilità di trarne una salda alleanza con pratiche politiche e di attivismo.
Il primo esempio che mi sembra interessante è la presa in esame delle modalità di fabbricazione e reiterazione della virilità attraverso il consumo di carne. Diversi sono i testi teorici che hanno preso in considerazione il legame tra costruzione della maschilità e scelte alimentari [4]. Greco, inserendosi nel solco di questi studi, porta l’esempio di un’interazione tra due influencer francesi della cosiddetta fachosphère (galassia di movimenti e personalità famose sul web di orientamento politico di estrema destra) , Baptiste Marchais e Papacito, in un video Youtube nel quale conversano davanti a un pasto a base di carne [5]. Osservando l’interazione, l’autore fa notare come siano in dialogo diverse materialità oltre al linguaggio verbale: la presenza fisica ed estetica dei due influencer, molto muscolosi, con la barba e il cranio rasato, la presenza materiale della carne e la costruzione/performance di una mascolinità dominante con connotati politici molto chiari legati all’estrema destra. In questo contesto, la carne diventa sia soggetto che oggetto: i due uomini, infatti, umanizzano la carne tramite una serie di strategie linguistiche, prima oggettificandola, rendendola vittima e portatrice di una maschilità non dominante come la loro (colpendola con insulti omofobi, “cet enculé” [6], oppure burlandosi di lei per il suo scarso rendimento fisico) e, in un secondo momento, rendendola soggetto dotato di agentività politica (“c’est pas un steak qui vote France insoumise; c’est un steak qui vote France éternelle”), ritenendo che essa sia una bistecca che vota per formazioni partitiche di estrema destra. La mascolinità dominante performata in questa interazione – con al centro il soggetto-oggetto bistecca – si situa all’intersezione tra umano e non umano e rappresenta intertestualmente un vero e proprio contro-discorso nei confronti delle rivendicazioni ed elaborazioni eco-femministe che mettono l’accento sui legami tra maschilità, consumo di carne e danno ambientale.
Il secondo esempio si situa invece in ambito medico-ginecologico, analizzando le interazioni intorno alla figura del feto, che viene presentata da Greco come un’entità composita, fluida, all’incrocio tra umanità e non umanità, analogamente a quanto hanno elaborato altre teoriche femministe in precedenza [7]. L’autore analizza in particolare le interazioni legate all’annuncio del sesso durante le ecografie prenatali. In questo contesto, il feto si trova all’incrocio di diversi tipi di materialità: organica, corporea, discorsiva e, in ultimo, tecnologica e visiva. Questi ultimi due aspetti sono il centro di quello che è il lento svelamento del sesso del feto, tramite la traduzione verbale di immagini tecnologicamente mediate da parte di un’autorità medica.
In questo contesto, il feto diventa un’entità dal portato semiotico molteplice, rivelandosi anzitutto come un testo indecifrabile da parte dell’essere umano, comprensibile esclusivamente grazie alla cooperazione e all’aiuto di un professionista medico che, in una delle interazioni analizzate, aiuta i futuri genitori a vedere nominando le singole parti del corpo in formazione (“on voit le diaphragme […] les poumons […] et la vessie”). Il feto può essere visto inoltre come un soggetto recalcitrante, che sfugge alla volontà di determinazione e non vuole “farsi vedere” (“alors on a là un bébé qui […] nous cachait ce qu’il était”), come un qualcosa che genera sorpresa e meraviglia (ne è l’esempio un’interazione nella quale la madre esprime più volte esclamazioni di sorpresa), oppure come un’entità spaventosa e perturbante, a causa della sua strana corporeità in divenire (vi sono esempi di interazioni nelle quali, davanti al turbamento dei genitori, l’ecografista specifica che la rappresentazione visuale dell’ecografia non è fondamentale a fini medici, oppure sottolinea la diversità tra rappresentazione visuale dell’ecografia e situazione reale, creando una dimensione di negoziazione con le persone fruitrici dell’ecografia). Greco – in conclusione – si propone di costruire un discorso alternativo a quello dell’umanizzazione del feto in chiave antiabortista, proponendo di interpretare quest’ultimo come soggetto queer, poiché esso rappresenta non un referente stabile ma un’identità in costruzione, che sfugge alle attese normative del potere medicale e della famiglia nucleare e apre a nuovi orizzonti di possibilità, analogamente ad altri soggetti e figurazioni queer come i cyborg, le drag queen e i drag king, le soggettività postumane.
In conclusione, lo studio di Greco ha il merito di cercare di costituirsi come anello di congiunzione tra le riflessioni teoriche sulle modalità di costruzione (e decostruzione) del genere e l’osservazione empirica di tali modalità, rappresentando una risorsa per osservare quanto i posizionamenti teorici e il linguaggio siano questioni politiche, che possono (e devono) fruttuosamente mettersi in dialogo con pratiche di movimento e attivismo. Non si può dunque che condividere l’auspicio e l’ipotesi conclusiva dell’autore di un débordement – uno straripamento – del genere, affinché esso resti mobile e ingovernabile, non appropriabile da parte di un sistema capitalista e patriarcale, e che costituisca la chiave per alleanze umane e non umane in una dimensione di intersezionalità postumanista.
Carlotta Ariano
NOTE
[1] Haraway, Donna. “Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective.” Feminist Studies, vol. 14, no. 3, 1988, pp. 575–99. JSTOR, https://doi.org/10.2307/3178066. Consultato il 30 luglio 2025.
[2] Con questo termine si intende una galassia di movimenti e personalità famose sul web di orientamento politico di estrema destra.
[3] Kohn, Eduardo, “Anthropology of Ontologies”, Annual Review of Anthropology, 44, 2015, 150814155901000. 10.1146/annurev-anthro-102214-014127. Consultato il 30 luglio 2025.
[4] Adams, Carol J., The Sexual Politics of Meat, Bloomsbury, 1990.
[5] REPAS DE SEIGNEUR #3 feat. Papacito, https://www.youtube.com/watch?v=65W_ly5X0nU (consultato il 29 luglio 2025).
[6] a fini di una maggiore leggibilità delle brevi citazioni riportate, si è scelto di non mantenere le convenzioni linguistiche di trascrizione dei corpora analizzati da Greco, utilizzate dall’autore per segnalare efficacemente sovrapposizioni, cambi di tono ed elementi extralinguistici nelle interazioni.
[7] Barad considera ad esempio il feto come un fenomeno, mentre Haraway lo classifica nella categoria dei soggetti ibridi, cfr. Barad, Karen, Meeting the Universe Halfway. Quantum Physics and the Entanglement of Matter and Meaning, Duke University Press, 2007; Haraway, Donna, Modest_Witness@Second_Millennium.FemaleMan_Meets_OncoMouse: Feminism and Technoscience, Routledge, 1997.
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Les lois Veil e l’esplorazione della memoria storica
Recensioni / Novembre 2024Il 4 marzo 2024 il diritto all’aborto entra nella Costituzione francese. Il dibattito sulla tutela della libertà di abortire era stato rilanciato in Francia dai gruppi femministi e da alcune personalità di sinistra a partire dai numerosi attacchi all’autodeterminazione delle donne e delle persone con capacità riproduttive da parte di forze politiche conservatrici in Europa e nel mondo (si pensi ad esempio all’annullamento avvenuto nel giugno 2023 della storica sentenza Roe v. Wade che negli Stati Uniti aveva legalizzato l’aborto a livello federale).
In occasione dei cinquant’anni dall’approvazione delle leggi Veil su contraccezione (1974) e aborto (1975), La Découverte pubblica in una nuova edizione Les lois Veil, testo che ripercorre il lungo percorso che in Francia ha trasformato aborto, contraccezione e salute sessuale femminile da tabù sociali a diritti. Proprio partendo dalla discussione sul testo da inserire in Costituzione si può riscontrare uno dei nuclei tematici che permeano il dibattito sul diritto all’aborto in Francia: l’opposizione tra il fermento dei movimenti sociali e il carattere di compromesso proprio del processo decisionale delle istituzioni democratiche. La prima versione dell’articolo proposta dalla deputata di La France insoumise Mathilde Panot recita infatti «La loi garantit l’effectivité et l’égal accès à l’interruption de grossesse» e viene votata dall’Assemblée nationale il 24 novembre 2022 con 337 voti a favore e 32 contrari. Quando l’articolo passa in Senato, tuttavia, il suo portato materiale e simbolico viene ridimensionato a «La loi détermine les conditions dans lesquelles s’excerce la liberté de la femme de mettre fin à sa grossesse», eliminando il verbo garantir. Dopo svariate denunce da parte di personalità e gruppi femministi dentro e fuori dalle istituzioni [i], l’elemento della garanziaviene ripreso nella formulazione definitiva «La loi détermine les conditions dans lesquelles s’exerce la liberté garantie à la femme d’avoir recours à une interruption volontaire de grossesse», il che si ricollega a un altro aspetto centrale del saggio: la messa in evidenza dell’importanza storica dei movimenti femministi, molto spesso rimossi dalla memoria collettiva. Prima di ripercorrere la storia del diritto all’aborto e alla contraccezione attraverso il percorso tracciato nel saggio da Pavard, Rochefort e Zancarini-Fournel è utile segnalare un’altra contrapposizione: mentre l’inserimento dell’aborto in Costituzione viene accolto da numerose istituzioni e associazioni come una vittoria storica, molte organizzazioni LGBTQ+ segnalano la limitazione della garanzia di questo diritto esclusivamente alla femme, criticando una formulazione che esclude le persone transgender e intersex [ii], nonostante l’interpretazione storicamente inedita fornita dal Consiglio di Stato del termine femme come «toute personne ayant débuté une grossesse, sans considération tenant à l’état civil, l’âge, la nationalité et la situation au regard du séjour en France».
Le autrici scelgono come punto di partenza della ricostruzione del discorso su aborto e contraccezione la fine del XIX secolo, sottintendendo l’idea che per comprendere appieno un dato fenomeno storico-sociale sia utile indagarne le genealogie. La nascita di un dibattito pubblico relativo a contraccezione e aborto ha infatti le sue radici nella discussione intorno al calo delle nascite, centrale nel dibattito pubblico tra Ottocento e Novecento poiché la Francia si configura come il paese europeo in cui il tasso di fecondità cala più rapidamente in epoca contemporanea (con una riduzione del 40% tra il 1800 e il 1914), fenomeno riconducibile al precoce utilizzo dei contraccettivi [iii]. Tale situazione demografica si presta a essere oggetto di una propaganda politica nazionalista – retoricamente affine ad alcuni discorsi contemporanei [iv] – che associa denatalità a decadenza morale e nazionale. In questo contesto, la legislazione vigente (art. 317 del Codice Penale del 1810) proibisce già l’aborto, che tuttavia è praticato clandestinamente senza particolari conseguenze giuridiche. Il dibattito pubblico, influenzato da preoccupazioni circa il calo delle nascite e esacerbato dal trauma della Prima Guerra Mondiale, conduce a una tendenza repressiva, che culmina nell’approvazione di due leggi: la prima, del 1920, inasprisce l’articolo 317 proibendo i discorsi e qualsiasi metodo informativo che possa «provoquer au crime d’avortement», con pene che variano da sei mesi a tre anni di prigione e multe da 100 a 3000 franchi, nonché la «propagande anticonceptionnelle ou contre la natalité», con pene da uno a sei mesi di carcere e multe da 100 a 5000 franchi. La seconda, promulgata nel 1923, cambia la qualificazione giuridica dell’aborto al fine di rendere la sua repressione più efficace. Altri passaggi repressivi sono quello del 1939, anno nel quale viene approvato un decreto-legge relativo alla famiglia e alla natalità francese riducendo l’accesso all’aborto terapeutico e quello del 15 febbraio 1942, nel quale si assimila giuridicamente l’aborto a un crimine contro «la societé, l’État et la race» (con una formulazione linguisticamente simile a quella del Codice Rocco entrato in vigore nel 1930 in Italia, che categorizzava l’aborto fra i «delitti contro la sanità della stirpe»), introducendo la pena di morte per tradimento della patria (è da ricordare Marie-Louise Giraud, giustiziata il 30 luglio 1943 per aver abortito). Fino al secondo dopoguerra, le correnti femministe sensibili all’idea di una maternità scelta liberamente sono minoritarie e prevale invece un femminismo moderato filantropico che condivide le preoccupazioni sociali legate al calo di natalità.
L’associazione stigmatizzante tra contraccezione e declino nazionale viene messa in discussione solo a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, periodo che vede la nascita dell’associazione La Maternité Heureuse (successivamente Mouvement français pour le planning familial) , fondata nel 1956 dalla ginecologa Marie-Andrée Lagroua Weill-Hallé e dedicata alla promozione di una maternità responsabile attraverso l’uso dei metodi contraccettivi. Un vero e proprio dibattito pubblico su aborto e contraccezione ha inizio a partire dagli anni Sessanta, di pari passo a una crescente mediatizzazione di tali questioni: ne è un esempio televisivo l’episodio del 13 ottobre 1960 del programma Faire Face, nel quale, a partire da una domanda posta telefonicamente da una spettatrice anonima, viene affrontato l’argomento degli aborti clandestini intervistando quattro esperti (tra i quali figura Weill-Hallé) provenienti dal mondo della Chiesa, della medicina e dell’Ined (Institut national d’études démographiques). Dopo la legge Neuwirth del 1967, che avrebbe dovuto liberalizzare la contraccezione ma che, nei fatti, presenta moltissime restrizioni, è il fermento sociale del 1968 e dei movimenti femministi a portare per la prima volta nel dibattito pubblico l’idea di una contraccezione e un aborto liberi e gratuiti.
Prima di tracciare il percorso legislativo che conduce all’approvazione delle leggi Veil, il testopresenta una panoramica molto interessante sulla situazione legata a contraccezione e aborto nei DOM/TOM (départements et territoires d’outre-mer), argomento sul quale sono ancora scarsi studi specifici. Se, come già osservato nel testo della legge del 1942, le politiche su aborto e contraccezione in Francia sono legate anche a questioni etnico-razziali, ciò si riflette nell’accesso a queste pratiche nei DOM/TOM. In particolare – mentre nella Francia continentale l’accesso alla contraccezione è fortemente avversato e limitato – nella Francia d’oltremare vengono messe in atto vere e proprie politiche antinataliste, rivelando una biopolitica razzista che, in uno dei suoi risvolti pratici più eclatanti, conduce ad aborti e sterilizzazioni forzate (emblematico è il caso del dottor David Moreau della clinica di Saint-Benoît a La Réunion, denunciato da numerose donne per aver attuato tali pratiche senza il loro consenso tra il 1967 e il 1970).
I punti sui quali si focalizza il saggio presentano il percorso precedente e successivo all’approvazione delle leggi Veil con una prospettiva inedita, concentrandosi sulle dinamiche di costruzione della memoria collettiva intorno alle leggi. Il primo elemento fondamentale da menzionare è il ruolo chiave ricoperto dal movimento femminista nel dibattito su aborto e contraccezione che – come già accennato – è stato fortemente ridimensionato dalla memoria collettiva a causa del peso mediatico della figura di Simone Veil. È dunque doveroso richiamare due momenti fondamentali che negli anni Settanta hanno stimolato il dibattito mediatico e istituzionale. Il primo è il celebre manifesto delle 343, nato in risposta a un articolo pubblicato su «Le Monde» il 27 marzo 1971, nel quale diverse personalità mediche, della magistratura e dell’esercito avevano espresso la loro contrarietà nei confronti delle moderate proposte legislative per allargare l’accesso all’aborto terapeutico, definendolo un «projet d’assassinat institutionnalisé». Il contro-manifesto, pubblicato su Le Nouvel Observateur il 5 aprile 1971, conteneva le firme di 343 personalità, più o meno note, che dichiaravano di aver abortito:
Un appel de 343 femmes [v]:
Un million de femmes se font avorter chaque année en France. Elles le font dans des conditions dangereuses en raison de la clandestinité à laquelle elles sont condamnées alors que cette opération, pratiquée sous contrôle médical, est des plus simples.
On fait silence sur des millions de femmes.
Je déclare que je suis l’une d’elles. Je déclare avoir avorté.
De même que nous réclamons le libre accès aux moyens anticonceptionnelles, nous réclamons l’avortement libre.[In nota : «Parmi les signataires, des militantes du « Mouvement de libération des femmes » réclament l’avortement libre et GRATUIT. »]
Nel saggio si sottolinea come la presenza di nomi celebri quali Simone de Beauvoir, Agnes Varda e Catherine Deneuve, fortemente voluta da Le Nouvel Observateur, abbia generato un grandissimo impatto mediatico ma, allo stesso tempo, abbia condotto a dimenticare la presenza delle firme delle attiviste del MLF e la nota che sottolinea la necessità di un aborto libre et gratuit.
Altro momento importante di questo percorso riguarda il fronte giuridico. Nel 1971, infatti, l’avvocata Gisèle Halimi fonda l’associazione Choisir, che ha inizialmente tre obiettivi: l’educazione sessuale e la lotta per una contraccezione libera, l’abrogazione della legge del 1920 e la difesa gratuita delle donne processate per aborto. Nel 1972 l’associazione viene contattata da Marie-Claire Chevalier, una ragazza processata per aver abortito clandestinamente con la complicità della madre in seguito a una violenza sessuale (Chevalier e sua madre erano state denunciate proprio dal violentatore). Le avvocate di difesa, Halimi e Antoine, colgono il processo come un’occasione per mettere in discussione le leggi esistenti su aborto e contraccezione, citando come testimoni personalità della medicina che denunciano l’ipocrisia di una legge che permette alle persone con disponibilità economica di abortire all’estero e lascia le persone di classe popolare ai rischi degli aborti clandestini. Durante il processo vengono inoltre citate come testimoni personalità famose del mondo della letteratura e dell’arte che dichiarano di aver abortito, chiedendo di essere processate a loro volta. Chevalier e la madre vengono inizialmente assolte e in seguito condannate al secondo grado di giudizio, con una successiva sospensione della pena. In ogni caso, il processo viene ampiamente mediatizzato da radio, stampa e televisione, stimolando ulteriormente il dibattito e conducendo a un’altra proposta di legge, poi scartata [vi].
L’ultimo elemento da menzionare in rapporto alla messa in evidenza del dibattito su aborto e contraccezione sono i metodi di attivismo di alcuni gruppi femministi, spesso molto eclatanti. In particolare, il MLAC (Mouvement pour la liberté de l'avortement et de la contraception), dal ruolo spesso sottostimato nelle ricostruzioni storiche [vii], organizza viaggi all’estero per abortire e pratica aborti pubblici. Ne è un esempio quello organizzato il 4 aprile 1973 insieme al GIS (Groupe information santé) praticato all’ospedale Saint-Antoine di Parigi. I metodi e le idee di una parte dei nuclei del MLAC pongono la questione dell’aborto sotto una prospettiva nuova: non solo si rivendica un aborto libero, ma si promuove anche la non-medicalizzazione di tale pratica: «Ce que nous voulons c’est diminuer dans notre vie quotidienne l’importance des spécialistes afin de reprendre possession de nous-mêmes, de nous réapproprier notre corps» [viii]. La carta fondatrice dell’associazione – talvolta in contrasto con le pratiche del MLAC stesso – rappresenta un compromesso fra differenti logiche politiche, anticipando quelli che saranno due pilastri della legge Veil del 1975: l’idea che la decisione di abortire appartenga esclusivamente alla donna e la medicalizzazione dell’aborto.
Come già anticipato, le leggi su aborto e contraccezione appaiono come un compromesso tra diverse forze politiche, attuato grazie alla figura di Simone Veil, ministra della Salute incaricata di oltrepassare i disaccordi e trovare una maggioranza parlamentare. Il testo sottolinea come Veil appaia fin da subito come una figura di eccezione: essa è infatti la prima donna a ricoprire funzioni ministeriali durante la V Repubblica, nonché prima donna ad essere nominata segretaria del Consiglio superiore della magistratura. Veil appare dunque come un’outsider della politica, poiché, prima di essere nominata da Valéry Giscard d’Estaing Ministra della Salute, ricopre una figura non politica ma tecnica. Proprio questi elementi fanno sì che possa, con un’abile strategia politica e mediatica, condurre diverse forze politiche a un compromesso su aborto e contraccezione, peraltro, si ricorda, durante il mandato di un governo di destra. La legge sulla contraccezione viene approvata il 4 dicembre 1974, superando i forti limiti della precedente legge Neuwirth del 1967 e inserendosi pienamente nella linea modernizzatrice della presidenza Giscard.
Per quanto riguarda il ben più difficile dibattito sull’aborto, il primo elemento strategico della Ministra è presentare la proposta di legge sottolineandone il carattere tecnico più che ideologico, ribadendo la necessità di una legislazione che si adegui ai tempi mutati e che metta fine all’aborto clandestino. Oltre a cercare l’approvazione parlamentare, Veil si muove abilmente anche sul fronte dell’opinione pubblica, apparendo diverse volte in televisione per difendere quella che diventa la “sua” proposta. Analogamente a quanto perseguito in Parlamento, la ministra si presenta in televisione più come una figura tecnica che politica, rimarcando la necessità di cambiare una legge inapplicabile e inapplicata. Altro aspetto interessante sottolineato dalle autrici del libro è il ruolo della femminilità nella strategia politica di Veil: la ministra, infatti, si presenta sottolineando spesso la sua condizione di donna, che la fa portatrice ideale della rivendicazione di una legge sull’aborto, ma allo stesso tempo fa trasparire dalle sue apparizioni televisive una femminilità rassicurante, molto lontana dalle rivendicazioni femministe. È emblematica a questo proposito la sua partecipazione al programma Aujourd’hui Madame, durante il quale viene proposto un reportage realizzato nell’appartamento borghese di Parigi della Ministra, mostrata con i suoi figli accanto. Inoltre, quando il presentatore della trasmissione le chiede se si dichiara femminista, Veil risponde: «Oh féministe, qu’est-ce qu’on entend par cela? Je ne crois pas être féministe au sens de revendication des femmes de vouloir démontrer qu’elles ont été les esclaves des hommes et qu’elles ont été très malheureuses, je n’appréhende pas du tout le problème de cette façon» [ix].
Dopo un acceso dibattito parlamentare, il 17 gennaio 1975 la legge Veil sull’aborto viene promulgata. Mediaticamente, Veil incarna il simbolo delle rivendicazioni per il diritto all’aborto, tanto che Marie Claire la elegge a donna dell’anno 1974. La notorietà guadagnata dalla Ministra fa sì che nei media e fra l’opinione pubblica si abbia l’impressione che Veil abbia agito da sola, facendo dimenticare l’azione riformatrice iniziata già prima del mandato di Giscard ma, soprattutto, mettendo in ombra il fondamentale ruolo del movimento femminista e delle lotte collettive per portare alla luce la questione del diritto all’aborto.
Di fatto, la legge del 1975 presenta forti elementi di compromesso e, per questa ragione, viene criticata da diversi gruppi e personalità femministe. Anzitutto, il primo articolo ricorda che «la loi garantit le respect de tout être humain dès le commencement de la vie», ponendo tale questione come premessa della regolamentazione dell’aborto; inoltre, vi è l’obbligo da parte della donna di riconfermare la sua domanda di interruzione di gravidanza dopo sette giorni dal primo appuntamento con il medico. Coloro che non hanno raggiunto la maggiore età, inoltre, necessitano dell’autorizzazione parentale per interrompere la gravidanza. Altre due questioni sono la possibilità da parte del personale medico di esercitare l’obiezione di coscienza e il fatto che la pratica non è rimborsata dalla securité sociale.
Se si confronta tale percorso con quello che ha portato alla legge 194 del 1978 in Italia si riscontrano molti punti in comune, primo tra tutti tale carattere di compromesso, che, analogamente alla legge francese, all’articolo 1 pone come premessa: «Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio»; inoltre, anche in Italia vi sono criticità quali l’obiezione di coscienza (il cui tasso, sia in Italia che – almeno inizialmente – in Francia, limita l’accesso all’aborto) e la necessità di una settimana di riflessione prima di avere accesso a tale pratica.
Nonostante la situazione nei due stati sia molto simile durante gli anni Settanta, osservando le condizioni attuali della legge sull’aborto in Francia e in Italia si può notare come le scelte istituzionali e i movimenti sociali abbiano condotto a due percorsi diametralmente diversi. Se per la Francia, come ben illustrato in Les lois Veil, le condizioni pratiche di applicazione della legge sono continuamente monitorate tramite rapporti e, specialmente grazie alla spinta del movimento femminista, ne vengono progressivamente attenuate le criticità (per fare un paio di esempi: nel 2001 viene allungato il termine per richiedere un’IVG a dodici settimane e viene eliminata l’autorizzazione parentale; nel 2017 la settimana di riflessione viene ridotta a due giorni, viene rimosso l’obbligo di un consulto psicologico e l’IVG diventa prescrivibile dalle ostetriche), in Italia il testo della legge 194 resta ad oggi intoccato nella sua sostanza, per di più senza un efficace metodo di monitoraggio dell’applicabilità della legge (i rapporti stilati annualmente dal Ministero contengono spesso dati obsoleti e parziali, ai quali cercano di sopperire associazioni e movimenti dal basso, come ad esempio l’Associazione Luca Coscioni o Non Una Di Meno). Se in Francia nel 2024 la costituzionalizzazione dell’aborto viene votata con una solida maggioranza di 780 voti favorevoli a fronte di 72 contrari e 50 astensioni (Le Pen stessa e la maggioranza dei parlamentari facenti parte del Rassemblement National votano per l’inserimento in costituzione, benché, come sottolineano le autrici del libro, questo avvenga per la minaccia di un presunto “pericolo islamista” per i diritti delle donne), in Italia l’aborto e l’autodeterminazione delle donne e delle persone con capacità riproduttive rimangono un campo di battaglia ideologico, con risvolti che minano concretamente l’accesso all’IVG. Ne sono un esempio lo stanziamento di fondi pubblici per le associazioni antiabortiste (si veda il caso del Fondo Vita Nascente in Piemonte [x]) e l’ufficializzazione dell’entrata di associazioni antiabortiste nei consultori, sancita da una norma del 24 aprile 2024.
Questo breve confronto ci permette di capire come sia necessario continuare a rinnovare la memoria storica legata ai percorsi che hanno portato a conquiste legislative in tema di salute riproduttiva e sessuale, non dimenticando che i progressi legislativi sono solo la punta di un iceberg che ha alla sua base associazioni, gruppi femministi e movimenti che dal basso hanno lottato incessantemente – spesso anche in forte contrasto con le istituzioni e andando incontro a conseguenze penali – per assicurare spazi di autodeterminazione radicale.
Carlotta Ariano
[i] Le droit à l’IVG dans la Constitution, une «arnaque à la liberté», «Le Monde», 14 febbraio 2023.
[ii] Liberté d’avoir recours à l’IVG mais pas pour tous·tes !, sito web dell’associazione INTER-LGBT, 7 marzo 2024 ; IVG dans la Constitution : il faut protéger toute personne susceptible d’être enceinte, «Têtu», 26 febbraio 2024.
[iii] B. Pavard, F. Rochefort, M. Zancarini-Fournel, Les lois Veil, Parigi, La Découverte, 2024, p. 19.
[iv] Per rimanere nel contesto italiano si può segnalare come indicativo dell’associazione tra organizzazioni politiche nazionaliste-conservatrici e questione della natalità l’inserimento, a partire dall’insediamento del governo Meloni, dell’elemento della natalità nel “Ministero per le Pari Opportunità e la Famiglia” che diventa – si noti anche lo spostamento della voce “pari opportunità” in terza posizione – “Ministero per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità”.
[v] Un appel de 343 femmes, «Le Nouvel Observateur», n. 334, 5 aprile 1971.
[vi] Per saperne di più sui processi di Bobigny, si consiglia l’episodio del podcast Affaires Sensibles intitolato 1972, le procès de Bobigny : Marie-Claire jugée pour avoir avorté del 5 maggio 2016.
[vii] Les lois Veil, p. 99.
[viii] M. Mathieu, L. Thizy, De la criminalisation de l’avortement à la légalisation de l’IVG in Sociologie de l’avortement, Parigi, La Découverte, 2023.
[ix] Aujourd’hui Madame, Deuxième chaîne, 16 novembre 1974.
[x] Per approfondire la questione è utile osservare il pdf degli esiti del bando, nel quale appaiono come vincitrici associazioni di ispirazione cattolica e antiabortista. Cfr. anche il rapporto di Non Una Di Meno che ha ipotizzato un uso alternativo dei fondi assegnati al progetto.


