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Philosophy Kitchen

Non occorre un grande impegno teorico per mostrare come si possa fare filosofia senza ricorrere alla nozione di “trascendentale” ‒ oppure, in maniera più profonda, senza assumere la posizione trascendentale. Lo mostra, banalmente, la storia del pensiero filosofico novecentesco. Dalla filosofia analitica alla filosofia ermeneutica, non si contano le tradizioni filosofiche che hanno reso persuasiva l’idea secondo cui l’interrogazione filosofica potesse ‒ e, anzi, dovesse ‒ articolarsi senza ripetere il gesto fondativo, ovvero senza declinare la domanda sulla fondazione in modo tale da dover passare attraverso la questione trascendentale.

Si fa prima se si interrogano i saperi che descrivono ‒ o spiegano ‒ l’esperienza. Si fa prima se si imposta il discorso filosofico immettendolo nell’alveo del discorso scientifico, il quale parla direttamente dell’esperienza. Un po’ come quando si deve insegnare a qualcuno come si nuota. Gli si mostrano i gesti del nuoto stando sulla riva? No, lo si butta in acqua, magari in acque poco profonde, e gli si insegna, dentro  l’acqua, a nuotare. Così, appunto, si fa prima. Assumere la posizione trascendentale, in tale prospettiva, non risulta essere altro che un’inutile perdita di tempo.

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Tuttavia, è lecito almeno sollevare un dubbio: si può davvero accordare alla filosofia il ruolo di sapere critico, che interroga i propri fondamenti, quelli degli altri saperi e, più in generale, il fondamento del rapporto tra sapere ed esperienza, senza passare attraverso la nozione di trascendentale? Si può davvero fare a meno di chiedersi sia come è fatto, in generale, il soggetto che fa esperienza del mondo, sia come sono fatti quei mondi ai quali si rapporta ogni esperienza possibile?

Se tale domanda, tale dubbio, risulta anche solo vagamente plausibile, allora si vede bene che perseguire l’obiettivo di praticare una filosofia in qualche modo definibile come “trascendentale” non si configura più come una semplice perdita di tempo.

Tutta la difficoltà sta, ora, nel mettersi d’accordo su ciò che l’espressione “in qualche modo” indica. Lo scopo di questo primo numero consiste nel mettere alla prova alcune possibili letture e declinazioni di tale espressione

Indice/Table of Contents

Lato I/Side I

Giovanni Leghissa - Il trascendentale, ovvero il rimosso della filosofia. Proposte per una terapia

Rocco Ronchi - Puro apparire

Jean-Christophe Goddard - La Wissenschaftslehre. Une contribution décisive à l'anthropologie de la modernité

Lato II/Side II

Claudio Tarditi - Oltre il trascendentale, il trascendentale. In dialogo con Husserl

Paolo Vignola - La stupida genesi del pensiero. Trascendentale e sintomatologia in Gilles Deleuze

Lato III/Side III

Alberto Andronico - Custodire il vuoto.Uno studio sul fondamento del sistema giuridico

Emanuela Magno - Dal pensiero alla vacuità. La critica nāgārjuniana e il trascendentale

Carlo Molinar Min - Il ritmo della decostruzione. Un'esperienza quasi-trascendentale

Lato IV/Side IV

Alessandro Salice, Genki Uemura - Naturalizzare la fenomenologia senza naturalismo

Traduzioni - Translations

Bernard Stiegler - Tempo e individuazione tecnica, psichica e collettiva nell’opera di Simondon

Claude Romano - Il problema del mondo e l'olismo dell'esperienza

 

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