Far uscire dalla tenebra dell’attimo vissuto un altro presente, che sia promessa di un futuro diverso, impensato, non è esercizio vano e inutile, una faccenda a cui dedicarsi nelle ore libere, per passatempo. La vocazione all’utopia, all’esercizio che consiste nell’articolare forme di esistenza non ancora sperimentate e supposte migliori, è in realtà consustanziale alla costruzione della nicchia evolutiva abitata dagli umani – esseri parlanti, dotati di immaginazione, capaci di combinare in maniera minimamente innovativa ciò che c’è così da far risultare, da lì, ciò che ancora non c’è ma che potrebbe essere. L’utopia, intesa quale specifica forma di costruzione del possibile, rilevante in sede filosofica e politica, ha allora la sua radice antropologica in quella capacità umana di fabbricare artefatti, di proiettarsi verso il novum, di modificare gli spazi per abitare il mondo in modo sempre diverso, di produrre opere d’arte, in ultima analisi di giocare con la fantasia e di rincorrere ciò che a volte il mondo dei sogni promette. Un discorso filosofico che non si occupasse degli statuti dell’utopia, che non indagasse come il sapere possa e debba confrontarsi con le forme espressive del bisogno umano di mondi altri, perderebbe ogni aggancio con la base materiale con cui si salda ogni progetto volto a costruire mondi storici in cui possano regnare giustizia e libertà.
La Redazione
Il “mondo nuovo” delle utopie, prima ancora di rappresentare un luogo ideale, si configura come un modello alternativo al mondo esistente, che può essere immaginato in virtù di un atteggiamento iniziale di epoché – ossia di scettica sospensione del giudizio – nei confronti della realtà che abitiamo. A partire da tale premessa, questo numero intende rileggere alcuni testi della tradizione utopica moderna e contemporanea, non solo per mostrare la costitutiva ambiguità del paradigma utopico in un senso squisitamente filosofico, ma anche per delineare come l’immaginazione utopica abbia contaminato spazi e luoghi diversi dalla stessa filosofia – dalla letteratura alla politica, passando per l’architettura, l’ecologia e il carnevale. Senza trascurare, ovviamente, gli inaspettati vicoli ciechi del progresso e di un futuro da rimpiangere.
Nel dibattito filosofico contemporaneo, l’utopia viene spesso presentata come un progetto politico che ha l’ambizione di fare tabula rasa del passato, per instaurare – in un futuro più o meno imminente – un modello di società radicalmente contrapposto allo status quo del presente storico. In questo senso l’utopia si configura come un’ipotesi rivoluzionaria, ma anche potenzialmente totalitaria, nella misura in cui prevede un capovolgimento totale della realtà che non ammette alcun compromesso o riforma parziale (Tower Sargent 2010; Altini 2013). Motivo per cui è opportuno mantenere uno sguardo critico verso l’utopia, nella consapevolezza che la strada verso un mondo ideale può talvolta condurre nel vicolo cieco di un mondo impossibile.
Sebastiano La Monaca - "Senza titolo" (su gentile concessione dell'autore)
Alla base di questo approccio c’è la tendenza a sottovalutare il fatto che il termine utopia non nasce per indicare un progetto politico, ma un genere letterario nato in epoca rinascimentale (Fortunati 2001; Vieira 2010; Yoran 2010). In quanto tale, l’utopia sfrutta la dimensione della finzione narrativa non per fare tabula rasa del passato, bensì per praticare un gesto di epoché nei confronti della realtà attuale. Il Nuovo Mondo immaginato e raccontato dagli utopisti, prima ancora di essere un luogo ideale, rappresenta un modello alternativoal mondo esistente: un mondo fondato su principi logici, etici, politici e religiosi diversi da quelli che regolano i meccanismi della società a cui apparteniamo (Ruyer 1988). È precisamente in questo frangente che emerge la dimensione scettica del pensiero utopico: per immaginare una società che obbedisce a norme e valori diversi dai nostri, è innanzitutto necessario sospendere il giudizio sull’effettiva validità di questi valori e queste norme. L’utopia è al contempo una finzione e un’ipotesi teorica, che consente al lettore di osservare la realtà da una prospettiva inusuale e paradossale, perché l’utopia si configura come un mondo al contrario che gioca con le contraddizioni del mondo reale per suggerire che tali contraddizioni non costituiscono l’unica realtà possibile (Ginzburg 2002; Piaia 2018).
A partire da queste premesse, il presente numero di Philosophy Kitchen intende indagare il rapporto tra utopia e scetticismo attraverso un approccio interdisciplinare, con lo scopo di mostrare come l’immaginazione utopica abbia permesso di destabilizzare i confini che – all’interno di una determinata tradizione o disciplina – regolamentano e giustificano la distinzione tra possibile e impossibile, così come tra legittimo e illegittimo o giusto e sbagliato. Quando tali confini vengono superati, l’utopista-scettico (poco importa che sia uno scrittore, un intellettuale o un artista) non genera materialmente un “nuovo mondo”, ma crea le condizioni per agire, pensare e comporre in modi diversi rispetto a quelli cristallizzati dalla tradizione. L’abitudine a guardare e interpretare il mondo in ottemperanza a certi valori tradizionali innesca l’erronea e inconsapevole convinzione che questi criteri siano indiscutibili e immodificabili (Montaleone 2011). Al contrario, l’utopista-scettico rivendica il bisogno di dubitare di questi criteri, per emancipare il proprio sguardo dalla forza coercitiva dell’abitudine e rivelare la possibilità di nuovi orizzonti.
Al riguardo, questo numero di PK muove da tre domande tra loro complementari:
1) In che modo lo scetticismo utopico ha contribuito alla creazione di nuovi linguaggi e forme di espressione in ambito sia filosofico che artistico?
2) In che modo questi linguaggi e forme di espressione hanno rappresentato un momento di discontinuità rispetto alla tradizione precedente, attraverso un dialogo più o meno conflittuale con il passato?
3) In che senso, infine, questi momenti di discontinuità utopica possono essere interpretati come forme di “ingegneria concettuale”, capaci di accelerare quel processo che permette a una visione teorica di radicarsi nel mondo reale e nel senso comune?
Le proposte possono esplorare questi interrogativi focalizzandosi su diversi momenti o tematiche della tradizione utopica, come, a titolo esemplificativo e non esaustivo:
- l’utopia e il simbolismo carnevalesco tra Medioevo e Rinascimento;
- l’utopia come trompe-l'œil narrativo;
- l’utopia tra pensiero laico e simbolismo religioso;
- lo stato di natura e l’utopia come finzione giuridica;
- l’incontro con l’Altro: identità e alterità nei mondi utopici;
- natura e cultura nel pensiero utopico;
- il rapporto tra umorismo e scetticismo nelle utopie satiriche;
- utopie e distopie nell’immaginario moderno e contemporaneo;
- utopia e architettura;
- musica, tempo e utopia: la musica come forma di espressione utopica.
Bibliografia:
Altini, C. (2013). Utopia. Storia e teoria di un'esperienza filosofica e politica, Bologna: il Mulino.
Fortunati V. (2000). “Utopia as a Literary Genre”, in Dictionary of Literary Utopias, ed. by V. Fortunati and R. Trousson, Paris: Champion, p. 634-643.
Ginzburg, C. (2002). No Island Is an Island: Four Glances at English Literature in a World Perspective, Columbia: Columbia U.P.
Montaleone, C. (2011). Oro, cannibali, carrozze. Il Nuovo Mondo nei Saggi di Montaigne, Torino: Bollati Boringhieri.
Piaia, G. (2018). “L’Utopia di Thomas More tra iocus serio e messaggio universale”, Rinascimento, 58, p. 371-381.
Ruyer, R. (1988), L’Utopie et les Utopies, Brionne: Montfort.
Tower Sargent, L. (2019). Utopianism. A Very Short Introduction, Oxford: Oxford University Press.
Vieira, F. (2010). “The Concept of Utopia”, in The Cambridge Companion to Utopian Literature, ed. by G. Clayes, Cambridge: Cambridge University Press. Yoran, H. (2010). Between Utopia and Dystopia, New York: Lexington.
Procedura:
Per partecipare alla call, inviare all'indirizzo redazione@philosophykitchen.com e a quello del curatore in cc. paolo.vanini@unitn.it entro il 30 settembre 2024, un abstract di massimo 4.000 caratteri, indicando il titolo della proposta, illustrando la strutturazione del contributo e i suoi contributi significativi, e inserendo una bibliografia nonché una breve biografia dell’autore o dell’autrice.
L'abstract dovrà essere redatto secondo i criteri scaricabili qui [Template Abstract], pena esclusione.
Le proposte verranno valutate dai curatori e dalla redazione. I contributi selezionati, che saranno sottoposti a double-blind peer review.
Quando, dopo aver letto la quarta di copertina, ho accettato di recensire La pensée politique de l’anti-utopie di Anna Saignes (Honoré Champion, Paris 2021), intuivo mi sarei immerso in un bel libro. Non sapevo che fosse un saggio così attento alle buone regole dell’accademia, con tutti i pregi e, va da sé, i limiti del caso: la simmetria quasi perfetta nei e tra i capitoli, il gusto per l’approfondimento, la ricchezza e l’esattezza dei riferimenti bibliografici, ma insieme la costrizione, per apprezzare appieno il volume, a leggerne almeno altri sette-otto. Il tema, che dovrebbe interessare qualunque appassionato di letteratura e politica, è tutto nel titolo: il pensiero politico dell’anti-utopia, nel senso oggettivo e soprattutto soggettivo del genitivo.
L’autrice non si cimenta in un’aperta e distesa teorizzazione. Il che non le impedisce di formulare una tesi di fondo chiara e stimolante: l’utopia, che la vulgata vuole morta e sepolta sotto le macerie del muro di Berlino, sopravvive oggi sotto forma di distopia. Benché l’autrice preferisca non distinguere anti-utopia e distopia, è infatti della seconda che tratta. Mentre l’anti-utopia nasce dal rifiuto dell’utopia, come se ogni tentativo di approssimarsi al paradiso fosse destinato a generare un inferno, la distopia le è solidale, animata com’è da una critica radicale della società contemporanea. Con la differenza che, invece di descrivere un luogo felice ma inaccessibile nelle condizioni date, disegna un luogo cattivo, che estremizza alcuni tratti del presente, intollerabili e alla lunga insostenibili. Ecco il nucleo della distopia come soggetto del pensiero politico, un soggetto che l’autrice scandaglia con precisione.
C’è poi il pensiero politico che ha per oggetto la distopia o, meglio, il regime su cui questa forma letteraria si è originariamente plasmata: il totalitarismo. A tal riguardo, Saignes si affida agli studi classici di Hannah Arendt e specialmente di Claude Lefort, che nel totalitarismo non vedeva l’antitesi, bensì il rovescio della democrazia. Con quale conseguenza? Scorgerne il pericolo anche all’indomani del crollo dei regimi totalitari. Ma il totalitarismo è l’esito inevitabile della mentalità utopica? È l’utopia il nemico ultimo della democrazia? No. Per l’autrice, che qui fa sua la lezione di Miguel Abensour, una società è davvero totalitaria proprio se priva di qualsiasi immaginazione utopica.
Saignes fa emergere il pensiero politico in questione grazie a una lettura ravvicinata e incrociata di tre distopie recenti, celebrate ben al di là dei paesi d’origine (Polonia, Francia, Russia): Piccola apocalisse (1979) di Tadeusz Konwicki (tradotto da Pietro Marchesani per Feltrinelli nel 1981), Le particelle elementari (1998) di Michel Houellebecq (tradotto da Sergio Claudio Perroni per Bompiani nel 1999 e oggi disponibile per La nave di Teseo), e Le Slynx (2000) di Tat’jana N. Tolstaja (tradotto in francese da Christophe Glogowski per i tipi di Robert Laffont).
Dopo averne riassunto la trama nel prologo, Saignes dimostra nell’introduzione e nel primo capitolo come ciascuna delle narrazioni appena evocate si modelli su un ipotesto canonico. Konwicki si ispira a 1984 (1949) di George Orwell, Houellebecq a Il mondo nuovo (1932) di Aldous Huxley, Tolstaja a Fahrenheit 451 (1953) di Ray Bradbury. Tutti libri collegati alla prima grande distopia antitotalitaria del Novecento, Noi (1924) di Evgenij Zamjatin, il quale, a sua volta, aveva alle spalle la leggenda del «Grande Inquisitore» raccontata da Fëdor Dostoevskij ne I fratelli Karamazov (1879). Ma i riferimenti letterari, lungi dal testimoniare un’evasione dalla realtà, sono strumentali a un parlare satirico di, a e attraverso realtà storiche determinate.
I problemi affrontati sono politici e lato sensu ambientali. Saignes dedica secondo e terzo capitolo ai due elementi che più profondamente hanno segnato l’immaginario distopico: la figura del tiranno e il momento della catastrofe. Piccola apocalisse e Le Slynx mettono in scena la quotidianità, grottesca e patetica, di burocrazie che faticano a sorvegliare e omologare masse sempre più attratte dalle sirene del consumismo, in un universo che si avvicina rapidamente alla fine oppure si allontana lentamente da un disastro nucleare. Le particelle elementari raccontano una società iniqua e ipercompetitiva, in cui la politica non conta più, schiacciata da una tecno-scienza in grado di clonare l’umanità intera. In tutti i casi, la libertà è messa a dura prova, soffocata, svuotata, svenduta.
Cionondimeno, forse anche nella sua versione più disperata (Houellebecq), la distopia non è un invito alla rassegnazione. Nel quarto e ultimo capitolo Saignes recupera la polemica di Georges Didi-Huberman (2009) contro Pier Paolo Pasolini, che nel 1975, in un famoso articolo sul «Corriere della Sera», aveva denunciato la «scomparsa delle lucciole» nelle città sovrailluminate dal neocapitalismo. Per gli studiosi francesi la speranza non è finita, vedere le lucciole è difficile ma non impossibile. Per ritrovare il buio, però, occorre immaginare il peggiore dei mondi possibili. Questa, almeno, è la scommessa della distopia.