Far uscire dalla tenebra dell’attimo vissuto un altro presente, che sia promessa di un futuro diverso, impensato, non è esercizio vano e inutile, una faccenda a cui dedicarsi nelle ore libere, per passatempo. La vocazione all’utopia, all’esercizio che consiste nell’articolare forme di esistenza non ancora sperimentate e supposte migliori, è in realtà consustanziale alla costruzione della nicchia evolutiva abitata dagli umani – esseri parlanti, dotati di immaginazione, capaci di combinare in maniera minimamente innovativa ciò che c’è così da far risultare, da lì, ciò che ancora non c’è ma che potrebbe essere. L’utopia, intesa quale specifica forma di costruzione del possibile, rilevante in sede filosofica e politica, ha allora la sua radice antropologica in quella capacità umana di fabbricare artefatti, di proiettarsi verso il novum, di modificare gli spazi per abitare il mondo in modo sempre diverso, di produrre opere d’arte, in ultima analisi di giocare con la fantasia e di rincorrere ciò che a volte il mondo dei sogni promette. Un discorso filosofico che non si occupasse degli statuti dell’utopia, che non indagasse come il sapere possa e debba confrontarsi con le forme espressive del bisogno umano di mondi altri, perderebbe ogni aggancio con la base materiale con cui si salda ogni progetto volto a costruire mondi storici in cui possano regnare giustizia e libertà.
La Redazione



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