L’enciclopedia, in quanto presupposto, ha una valenza quasi-trascendentale, nel senso che essa funge da archivio di ogni possibile struttura formale atta a conferire una messa in forma categoriale agli atti cognitivi; non solo, essa contiene anche codici di comportamento e complessi narrativi capaci di fornire modelli per racconti possibili. In questo senso, precede ogni esperienza possibile. Al tempo stesso, però, essa è intrisa della materialità di cui si compongono le istituzioni e le organizzazioni che la sostengono e che essa, a sua volta, aiuta a tenere in vita. I suoi contenuti, in altre parole, rifluiscono nelle molteplici forme dell’esperienza individuale e collettiva, le quali, circolarmente, ne modificano le strutture, seppur con movimenti lenti, tettonici.
Tra i doni che l’enciclopedia elargisce c’è anche il canone o, meglio, i vari canoni relativi alle varie forme di espressione – artistica, letteraria, filosofica, architettonica, musicale, religiosa, eccetera. Il canone oggi ci colpisce innanzitutto per la violenza simbolica che intrinsecamente sentiamo derivare dalla sua semplice presenza: il canone ha pretese normative che definire problematiche è dir poco. Grazie soprattutto alla critica femminista e a quella che proviene dagli studi culturali e postcoloniali, la necessità di mettere in questione le pretese normative del canone ha iniziato a farsi strada all’interno dell’enciclopedia. Ed è importante che tale consapevolezza critica si diffonda, e investa tutti gli ambiti disciplinari, ciascuno dei quali si trova a dover fare i conti con la cogenza del proprio canone.
Si potrebbe dire però che la contestazione del canone – che deve essere anche contestazione dell’idea stessa di canone – è parte integrante della funzione da sempre svolta dal canone: se filosofi, architetti, musicisti, scrittori, registi, maestri spirituali o costruttori di miti, hanno potuto dimostrarsi creativi, e in tal modo innovare, lo hanno sempre fatto in relazione ai rispettivi canoni, spostando di volta in volta i confini all’interno dei quali il canone prescriveva ciò che risulta dicibile mostrabile costruibile componibile credibile e via dicendo. Il canone, dunque, da un lato uccide l’invenzione, la limita entro parametri predefiniti, storicamente dati, accolti come fonte di abitualità condivise. Il canone è in questo senso istituzione, opera come un vincolo, ed è organizzazione, nel senso che si incista nelle pratiche della creazione fatte di incontri, conflitti, negoziazioni, stipulazioni, contratti, atti di sovversione più o meno esplicita, eccetera. D’altro lato, però, il canone, in quanto non si dà in sé, ma si dà sempre e solo nei singoli prodotti (filosofici, letterari, artistici, mitico-religiosi eccetera), è anche incessantemente oggetto di decostruzione, è cioè legato alla contingenza delle forme che assume di volta in volta, in contesti dati. Ogni atto creativo, in tal senso, è decostruzione del canone.
Da quanto detto emerge la necessità di condurre inchieste in senso lato etnografiche che indaghino come avviene, in ciascun contesto specifico, sia la contestazione del canone, sia la sua riproduzione o il suo consolidamento. Meglio: diviene cruciale interrogare il gioco di rimandi e di coimplicazioni tra contestazione e consolidamento che le pratiche di produzione di senso comporta. Alle spinte conservatrici, legate spesso a forme di dominio istituzionalmente consolidate (nel caso dell’architettura ciò si rende quasi immediatamente visibile), corrisponde la spinta innovatrice, destabilizzatrice; questa, a sua volta, in maniera inintenzionale, contribuirà a riassesstamenti del canone, che ne garantiranno la sopravvivenza, seppur sotto altre spoglie. Certo, un canone che venga sottoposto a profonde cesure e contestazioni non proporrà più le medesime forme, i medesimi autori, non imporrà più le medesime scelte stilistiche, insomma non riprodurrà più griglie di intelligibilità pregresse; ma continuerà a valere quale vademecum di legittimità storicamente definito.
Con il presente Call for Papers, tuttavia, non si intende riproporre la problematica kuhniana della struttura delle rivoluzioni scientifiche. Il punto su cui richiamare l’attenzione riguarda, piuttosto, la questione del posizionamento storico-politico delle soggettività chiamate a prender parola all’interno di un campo disciplinare e, più in generale, all’interno di una pratica mirante a produrre senso. I canoni non sono eterni, sono frutto ed espressione delle condizioni storico-materiali che generano strutture del sentire, modi di stare al mondo, forme di vita e persino gli apriori delle singole discipline scientifiche. Chi opera dentro i confini sanciti dal canone, dunque, subisce il peso non solo dei vincoli formali, stilistici, espressivi eccetera che il canone impone, ma si confronta anche con la cogenza dei rapporti di forza di cui è intessuto il contesto sociale in cui ci si trova a operare. Lo scopo che qui si vuole perseguire, allora, consiste in ciò: interrogare criticamente il canone, proporre una decostruzione del concetto stesso di canone e mettere alla prova indagini specifiche e circostanziate relative alla funzione di specifici canoni entro specifici campi – campi che mettono in gioco il credere, l’invenzione artistica, la produzione del sapere, le forme dell’abitare.
Un’analisi della funzione del canone deve dunque dimostrarsi capace di indagare il posto che occupano sia l’autorità che l’autorevolezza in contesti sociali dati, il nesso tra forme di potere e di dominio, processi di soggettivazione e produzioni di senso miranti a legittimare pratiche di emancipazione. Il passo successivo – e conseguente – consiste nel chiedersi non se sia possibile inventare nuovi canoni, o presunti contro-canoni, ma se esistono e che contenuti hanno narrazioni capaci di investire i canoni esistenti al fine di rendere fruibile, in termini di abitualità inedite, la spinta verso l’emancipazione.
Quale relazione esiste tra canone e infrastrutture tecniche della memoria (archivi, algoritmi, indicizzazione), soprattutto ora che i dati, prima big e ora con l’avvento dell’AI, diventano sempre più centrali e i canoni assumono un forse inatteso valore ontologico?
Domande a partire dalle quali sviluppare il tema
È possibile sviluppare un’analisi che non si concentri soltanto sugli esiti della selezione di ciò che deve essere canonico ma sulle condizioni storico-materiali, tecniche e istituzionali che rendono possibile la selezione stessa?
Come si intrecciano canone e processi di soggettivazione: chi può parlare, da quale posizione e con quale autorità?
Il problema del canone può essere reinterpretato come una declinazione più generale della tensione tra variazione e stabilità, oppure tra innovazione e consuetudine, all’interno dei processi di produzione del senso?
Quale statuto assume il mutamento del canone? Si tratta di trasformazione interna, manipolazione strategica o riconfigurazione delle condizioni di legittimità?
In che modo la triade canone / canonico / canonizzato permette di pensare il canone non come oggetto statico ma come processo incarnato nelle pratiche sociali, discorsive e politiche?
Nelle discipline artistiche, quale relazione costitutiva si instaura tra canone e creazione? Il canone funge da limite, da matrice generativa o da campo di negoziazione progettuale e performativa?
In che modo la contestazione del canone contribuisce paradossalmente alla sua riproduzione e sopravvivenza storica?
Quale relazione esiste tra canone e infrastrutture tecniche della memoria (archivi, algoritmi, indicizzazione), soprattutto ora che i dati, prima big e ora con l’avvento dell’AI, diventano sempre più centrali e i canoni assumono un forse inatteso valore ontologico?
BIBLIOGRAFIA
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Perelman, C., & Olbrechts-Tyteca, L. (2013). Trattato dell’argomentazione. Torino: Einaudi.Toulmin, S. (1972). Human Understanding. Oxford: Clarendon.
Procedura:
Per partecipare alla call, inviare all'indirizzo redazione@philosophykitchen.com entro il 04 ottobre 2026, un abstract di massimo 4.000 caratteri, indicando il titolo della proposta, la strutturazione del contributo e inserendo una bibliografia nonché una breve biografia dell’autore o dell’autrice.
L'abstract dovrà essere redatto secondo i criteri scaricabili qui [Template Abstract], pena esclusione.
Le proposte verranno valutate dai curatori e dalla redazione. I contributi selezionati, che saranno sottoposti a double-blind peer review.
Dalla psico-analisi all'analisi critica del soggetto politico
In Lacan politico (Cronopio, 2015), Bruno Moroncini si cimenta nell'impresa, quantomai ardita, di estrarre dal corpus letterario di uno dei pensatori più controversi dell'ultimo secolo una serie di concetti di matrice politica, rilanciando così la partita della politicità intrinseca alla pratica psicoanalitica - in particolare se di orientamento freudo-lacaniano - e insieme la riflessione sull'annosa questione del “disagio della civiltà” che, pur latitando dall’attuale orizzonte filosofico, non può che rimandare direttamente alla questione dell’ordinamento politico. L'impresa è davvero ardita, e lo è al netto di ogni retorica se si considera che lungo l'intero arco del suo insegnamento Jaques Lacan si è sempre ben guardato dal parlare esplicitamente di politica e non ha mai nascosto un certo qual disprezzo per il materiale antropologico di cui dispone ogni partito, governo o istituzione impegnati in un progetto teso a migliorare le condizioni di vita di una collettività. Significativa, a tal riguardo, è un'intervista rilasciata a Roma nel 1974: Lacan arriva qui addirittura ad affermare che gli scienziati «cominciano ad avere un'ideuzza che si potrebbero creare dei batteri resistenti a tutto, che nessuno potrebbe più fermare. Forse così si ripulirebbe la superficie della terra da tutte le cose merdose, in particolare umane, che la abitano», per poi lasciarsi andare a una fantasia: «che sollievo sublime sarebbe se tutto d'un tratto avessimo a che fare con un vero e proprio flagello, un flagello uscito dalle mani dei biologi. Sarebbe veramente un trionfo» (Lacan, 2006, p. 96).
L'aneddoto dovrebbe bastarci a diffidare dell’autore degli illeggibili Scritti qualora ci trovassimo, come accade oggi, a dover rivitalizzare un discorso politico che riversa esangue a partire almeno dal 1989, data che inaugura la cosiddetta “fine della storia” e consegna all'ultimo uomo quella condizione di languido tormento, quell'eterno sabato di nietzscheana memoria che è un po' la cifra della civiltà occidentale post-moderna o, che dir si voglia, contemporanea. L'invito di Moroncini, invece, è quello di scavalcare la radicale impoliticità del pensiero di Lacan per provare a scovare, nei meandri della sua scrittura mistica e respingente, dei punti cardinali per la riflessione politica odierna e degli strumenti concettuali raffinati che possano orientare una critica del presente alternativa all’usuale paradigma marxista.
Il libro si apre con un dialogo serrato tra lo psicanalista francese e Alain Badiou sulla possibilità, per le scienze umane, di individuare una logica collettiva sulla quale fondare movimenti di resistenza, ovvero degli insiemi politici che possano alterare l'ordine di cose esistente. Attraverso una dettagliata analisi de Il tempo logico e l'asserzione di certezza anticipata (Lacan, 1974, pp. 191-207)¹, forse lo scritto che sintetizza al meglio le basculanti e difficili relazioni tra psicanalisi e politica, Moroncini mostra come per entrambi gli autori il cominciamento del politico possa essere individuato nel processo di decifrazione del reale in cui ogni singolo soggetto è necessariamente implicato, e evidenzia come lo stesso processo, che per la psicanalisi non è altro che il meccanismo attraverso cui si istituisce il soggetto individuale, sia assunto da Badiou come direttiva pratica per la creazione di un movimento politico.
Il tentativo di far rientrare la psicanalisi all'interno della prospettiva rivoluzionaria-comunista, però, deve fare i conti con alcuni fra i postulati più importanti del pensiero di Lacan: «Se Lacan parte dal soggetto singolare - singolarizzato dal significante che lo rappresenta nell'ordine simbolico -, il rapporto intersoggettivo non potrà mai essere pensato come preesistente e fondante, ma dovrà essere compreso come il risultato di uno scambio ambiguo e complesso fra il soggetto e l'Altro. Nè appunto quest'ultimo può essere confuso con un'intersoggettività fungente di stampo fenomenologico; l'Altro da questo punto di vista è solo una batteria ordinata di significanti e non è né un Soggetto-sostanza, come lo spirito hegeliano, né una pluralità di soggetti da sempre in relazione fra di loro come per Husserl o per Arendt. Per Lacan il soggetto è sempre quello barrato che ex-siste rispetto all'Altro, che, giusta la figura topologica dell'otto interno, è dentro-fuori l'Altro. Perché si costituisca qualcosa come una relazione intersoggettiva o anche un'organizzazione politica nel senso di Badiou, è necessario allora partire dal tentativo di decifrazione che ogni soggetto fa per proprio conto di ciò che vuole l'Altro dal momento che il significato soggettivo è contenuto in quest'ultimo come un tesoro sta nascosto in uno scrigno (è il motivo d'altronde per cui Lacan lo chiama il tesoro del significante). Una decifrazione appunto ai limiti dell'impossibile dal momento che l'Altro è (l')inconscio» (Moroncini, pp. 29-30).
Porre l'accento sulla natura costitutivamente separata del soggettomina infatti alle basi la possibilità stessa di un'intersoggettività immediata, assunta spesso dalla riflessione filosofica alla stregua di un dato naturale e appunto postulata nella riflessione di Badiou, che sembra occuparsi della definizione di una soggettività collettiva senza minimamente problematizzare quella del singolo. Si staglia con precisione, in questo passaggio, la differenza radicale che distanzia la psicologia di Lacan dalla filosofia e che rende impossibile, anche per Badiou, l'assimilazione del lacanismo a qualsiasi progetto politico che si affidi alla forma-partito: la necessità di pensare il soggetto come fondamentalmente isolato, resto individuale, come sintomo sociale del reale, prodotto dal discorso e dilaniato dal linguaggio che presiede alla sua stessa costituzione. La caustica ironia che, come nell'aneddotosopracitato, Lacan sfodera nei suoi seminari e negli interventi pubblici, lascia infatti trasparire un pensiero politicamente disilluso, animato da una sobria e lucida solitudine, che non riesce a sganciarsi dall'assunto radicale secondo cui il dramma dell'insolubilità che definisce i conflitti politici non sia altro che la manifestazione di una soggettività separata a se stessa, votata alla mancanza e costitutivamente insoddisfatta. E'questo il senso da attribuire alla massima «non esiste rapporto sessuale», con la quale Lacan allude all'impossibilità per due soggetti di «fare uno», di unirsi in un rapporto altro da quello puramente fantasmatico, essendo i soggetti appunto già divisi in se stessi da una lacerazione costitutiva.
Ma se a sbarrare l'unità del soggetto è il «discorso dell'Altro», la catena significante che insiste quale condizione materiale del pensiero, Moroncini approfondisce e problematizza, nella seconda parte del testo, il concetto di «discorso» sviluppato nel Seminario XVII, non a caso intitolato Il rovescio della psicanalisi², e propone di leggerlo alla luce della differenza saussuriana tra langue e parole: «Il discorso è una realtà linguistica che si pone fra la langue e la parole: della prima conserva il carattere formale, di struttura, della seconda l'aspetto determinato e singolare; il discorso insomma da un lato indica relazioni concrete, specifiche, modi determinati di produzione del sapere, ruoli e posizioni assunti dagli attori coinvolti in queste relazioni, dall'altro evita la proliferazione potenzialmente illimitata delle emissioni di paroles, la dispersione disordinata di enunciati singolari, l'assenza di invarianti e quindi l'impossibilità di qualunque insegnamento e trasmissione» (Moroncini, pp. 77-78). Moroncini individua quindi nel concetto lacaniano di «discorso» quel «legame sociale attraverso il quale si compie il processo della produzione, accumulazione e trasmissione del sapere, e insieme quello in cui si produce il soggetto del sapere, il fondamento cioè su cui questi poggia o si regge» (p. 80), ovvero lo strumento concettuale più adatto a fondare una critica filosofica e psicoanalitica del campo politico odierno, ponendo l'accento, più che sui rapporti di sfruttamento capitalistici, sui processi di soggettivazione. Disposizione strategica del pensiero, questa, che si fa carico dell'alto grado di complessità che caratterizza il mondo contemporaneo, sempre più intasato da narrazioni salvifiche, escatologie low-cost e programmi politici di stampo paranoide, dei quali una certa critica mainstream non sempre riesce a rendere conto.
E' così allora che nella terza parte del libro, intitolata Politiche dell'angoscia, richiamandosi agli studi freudiani sulla psicologia delle masse e facendo dialogare Heidegger con Lévinas, Moroncinipone l'accento su come il politico si ponga sin dalle sue fondamenta storiche come quell'ontologia tesa a suturare il reale «bucato» dal discorso dell'Altro, attraverso l'impossibile instaurazione di un metalinguaggio, e su come l'insistita reviviscenza nella storia della «massa primordiale» altro non sia che «l'origine della civiltà umana in generale, la cui tematizzazione è resa possibile però solo dalle attuali condizioni della vita soggettiva. Come la conoscenza dello scheletro umano permette quello della scimmia, così la realtà delle folle urbanizzate dissolve le brume dei primordi ancestrali» (p. 145).
Considerazioni, queste, che dovrebbero risuonare in tutta la loro carica sovversiva di fronte allo spettacolo increscioso e barbaro offerto dalla politica contemporanea, condannata allo stallo da una sorta di coazione a ripetere che riproduce il fenomeno della campagna elettorale nei contesti più disparati, esemplificando al meglio la deriva che può assumere il dibattito politico – e l'esercizio stesso dell'autorità istituzionale – qualora non siano esplicitati e messi in causa i moventi libidici, gli interessi particolari e strumentali che questo dibattito presuppone o nel caso in cui non si disponga di un arsenale interpretativo tale da poter decostruirne il linguaggio o meglio, il «discorso». «L'intrusione nel politico può essere fatta solo riconoscendo che non c'è discorso, e non solo analitico, se non del godimento, almeno quando ci si aspetta il lavoro della verità» (Lacan, 2001, p. 93): è con questa massima, allora, che potremmo riassumere la posizione privilegiata detenuta oggi dalla psicanalisi nel dibattito filosofico-politico. Concentrando le sue attenzioni sulla dimensione puramente impersonale del linguaggio e sottomettendo l'attività conscia del soggetto a qualcosa che è disciplinare per necessità, Lacan pone così le basi per un ripensamento critico delle forme concrete in cui si articola il nostro vivere sociale, e rilancia così la partita politica sul campo dell'interpretazione e dell'atto soggettivo che rende conto dei rapporti di subordinazione strutturali, istituiti a partire dalla realtà politica in quanto «realtà di linguaggio».
E' questo, allora, il contributo concreto che la psicoanalisi può fornire oggi al dibattito filosofico, per favorire una riflessione che dislochi il reale della politica dall'arena pubblica in cui è condannato a essere mimato, rimosso e mistificato allo spazio intimo e interno al soggetto, radicando così nell'atteggiamento individuale di fronte al mondo e nello sforzo singolare verso la comprensione quella tensione eticain grado di realizzare, anche se per poco, una relazione intersoggettiva scevra da illusioni e fantasie sociali. Una relazione che sia però consapevole dei limiti intrinseci dell'essere parlante: «L'inconscio, che vi dico così fragile sul piano ontico, è etico...e comunque sia bisogna andarci dentro» (Lacan, 2003, p. 34).
Note
1. Testo nel quale al lettore è sottoposto il famoso apologo dei prigionieri, rompicapo logico che riassume le problematiche sollevate dall'introduzione dell'inconscio (quello di Lacan, strutturato come un linguaggio) come variabile nella riflessione filosofico politica.
2. L'allusione è proprio la filosofia come disciplina che, pur fruendo delle potenzialità creative del linguaggio, non ne considera quegli effetti che potremmo considerare di «rinculo», o di «contraccolpo», che sono invece il campo dell'esperienza psicoanalitica: «Attraverso lo strumento del linguaggio si instaura un certo numero di relazioni stabili, all'interno delle quali è di certo possibile iscrivere qualcosa che è molto più ampio e che va ben oltre le enunciazioni effettive. Nessun bisogno di queste perché il nostro comportamento, i nostri atti si iscrivano eventualmente nel quadro di certi enunciati primordiali» (p.5)
Bibliografia
Lacan, J. (1974). Il tempo logico e l'asserzione di certezza anticipata (in Scritti, Vol. I). Einaudi : Torino
Lacan, J. (2001). Il Seminario XVII: Il rovescio della psicanalisi. Einaudi : Torino
Lacan, J. (2003). Seminario XI: I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi. Einaudi : Torino
Lacan, J. (2006). Dei Nomi del Padre seguito da Il trionfo della religione. Einaudi : Torino