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Con il suo Traité du bref (Éditions Hermann, 2025), Jean Bernard Cheymol, docente di scienze dell’informazione e della comunicazione presso l’Université Paris-Saclay e l’Université Sorbonne Nouvelle, ha il merito di aver superato un confine e di aver allungato il passo su un terreno ancora poco calpestato. Innanzitutto suggerendo implicitamente che la nozione stessa di confine poggia su basi tutt’altro che solide quando ha a che fare con l’ecologia dei media contemporanei, con i suoi proverbiali rapporti coevolutivi tra soggetti, dispositivi, tecnologie e gli ambienti che insieme configurano. E dimostrando esplicitamente che oggi studiare la brevità in tutta la sua complessità richiede lo sforzo, consapevole e necessario, di spingersi oltre il confine - appunto, ma portandoselo con sé - di una tradizione dominante che ha considerato il breve quasi esclusivamente come forma letteraria (la favola, l’epigramma, la novella, eccetera) o più in generale come forma testuale codificata, misurabile, per quanto ampiamente predisposta a farsi spazio di sperimentazioni semiotiche, stilistiche, di genere (si pensi al videoclip, allo spot pubblicitario, alla natura della stessa short story)[1]. La forma breve difficilmente è stata considerata come qualcosa di diverso da una dimensione dello spazio che entra in rapporto a una dimensione del tempo: la misura spaziale (ridotta) di un enunciato di fronte alla durata della sua ricezione. Cheymol ci invita quindi a considerare ciò che di nuovo riguarda il fenomeno della brevità - qualsiasi cosa sia, o meglio, qualsiasi come qualifichi - così difficilmente incardinabile in definizioni, per cogliere il portato qualitativo delle sue apparizioni in quella che oggi è «la logica dell’accelerazione sociale» (Rosa 2015). Da questa prospettiva, scrive Cheymol, «la diffusione odierna delle forme brevi e dei messaggi corti andrebbe collocata nel contesto di un nuovo ritmo impresso alle nostre esistenze, in quello dell’accelerazione della loro diffusione e della loro ricezione, a sua volta legata a quella dei nostri stili di vita. La brevità apparirebbe allora meno come una caratteristica puramente interna ai formati brevi e più come un fenomeno globale, inscritto nelle temporalità sociali»[2] (p. 8). Ed è rifacendosi soprattutto a questa prospettiva sociologica di analisi delle ristrutturazioni temporali e spaziali del vivere tardomoderno, presente tanto nei lavori di Hartmut Rosa quanto in quelli di Paul Virilio per esempio (due riferimenti cardinali che orientano il Traité) che l’autore muove i primi passi per provare a interrogarsi su come si predisponga oggi la brevità, pur consapevole che il dibattito sul suo valore (e sul suo disvalore) viene da lontano, e si rinnova in una prospettiva “esperienziale” con l’avvento della modernità industriale e dei suoi regimi temporali 24/7 (Crary, 2015).

Il percorso è meticoloso, libero da rigidità metodologiche, propenso anche alla divagazione tra teorie, esempi concreti, casi studio. Si parte dalla distinzione mutuata da Gérard Dessons, allievo e collaboratore del poeta e teorico del linguaggio Henri Meschonnic: quella tra corto e breve, dove il primo aggettivo intende riferirsi alle qualità dello spazio, il secondo a quelle del tempo. Una distinzione che non solo predispone rispettivamente due dei quattro capitoli in cui l’autore affronta alcune delle grandi questioni che riguardano questa strategia espressiva, ma lungo la quale è disposta la direttrice interpretativa di tutto il saggio. È una separazione teorica, ma che praticamente non fa che contraddirsi. Da una parte il “fare corto” implica una lotta tra durevolezza e precarietà, chiarezza e oscurità, forza e debolezza: tensioni che già la retorica e la stilistica classica avevano affrontato attraverso l’ars oratoria, la concinnitas, la brevitas, la brachilogia. E che la cosiddetta rivoluzione digitale e dall’accelerazione tecnologica, dei mutamenti sociali e dei ritmi di vita (Rosa, 2015) ha rilanciato, con la ristrutturazione delle nozioni di tempo e di spazio, la de-localizzazione e la moltiplicazione e la granularità delle esperienze temporali. Dall’altra parte sarebbe proprio l’ordine temporale a qualificare ciò che è breve, invece, nel tentativo di de-spazializzare il suo darsi: in questo senso è la velocità del cambiamento ad assumere centralità, a tracciare una linea di discrimine con il corto, e a convocare una tradizione sul tempo percepito che non può che rifarsi alle riflessioni sul tempo di Aristotele e di Agostino d’Ippona, richiamare indirettamente la celebre comparazione che ne fa Paul Ricoeur[3], ed esplicitamente la nozione di durata elaborata da Henri Bergson. Seguendo il filo impressionistico dell’autore, emerge allora una brevità come «modo d’incontro» di velocità diverse (p. 119), un campo di relazioni fenomenologiche che fatica a farsi contenere solo dal concetto di forma, a essere riduzionisticamente relegato alla mera misurabilità. Molto più proficuo, si potrebbe aggiungere, indagarla come una forma di coscienza interna del tempo, un fenomeno plastico e complesso che si declina nel rapporto creativo tra ritenzione e protensione (Husserl 1981) e che riguarda intensità e affezione, attenzione e distrazione, «il cambiamento e la sussistenza, il dimensionale e il non-dimensionale, il quantitativo e il qualitativo» (p. 139).

È evidente che, al netto di ogni tentativo critico di distinzione tra corto e breve, la distinzione indica in realtà una soglia, una dialettica in cui una parte si qualifica anche attraverso l’altra in un rapporto di interdipendenza dinamica in cui vi è sempre un implicarsi e mai un coincidere. Un po’ come tra testualità e lettore, soggettività e mondo, in fin dei conti. Ecco allora che se la brevità oggi è qualcosa di nuovo, e chiede di essere considerata una forma, è soprattutto una forma di esperienza che modula il ritmo dell’essere-nel-mondo, il rapporto con i media e i suoi linguaggi, l’orizzonte di attese e aspettative nella comunicazione e nella produzione del senso. Ha quindi a che fare anche e soprattutto con un nuovo paradigma di configurazione dell’esperienza estetica mediata, un «sensorio digitale» che riconfigura la percezione e la cognizione attraverso le strategie di una «scrittura estesa» e sincretica (Montani 2020). «Di fronte al breve» scrive a proposito Cheymol, «si costituisce progressivamente una sensibilità che crea i propri criteri e persino i propri sensori man mano che si manifesta, facendo evolvere le facoltà percettive» (p. 134). Tuttavia, e questo è forse uno dei pochi limiti del Traité, la proposizione resta accennata senza una visione di insieme all’interno di una cornice teorica tecnoestetica, o di più generale filosofia del digitale che consideri più serratamente anche i cosiddetti Platform studies, e ciò nonostante l’eterogeneità degli esempi e dei casi portati in dote nella disanima. La brevità oggi non è solo strategia espressiva o sentimento dinamico del tempo, ma una forma sociotecnica propedeutica a un’economia dell’attenzione e dell’estrazione dei dati, una delle modalità di produzione e consumo dominanti del capitalismo cognitivo, uno stile di incorporazione delle tecnologie. L’epistemologia tardomoderna opera sempre di più facendo del breve (della velocità, dell’immediatezza, della convergenza) il come della «grammatizzazione» di cui parlava Bernard Stiegler, «la storia dell’esteriorizzazione della memoria in tutte le sue forme» (Stiegler 2015, p. 40). Il digitale oggi è un nuovo stadio di questo processo di grammatizzazione, una macchina iper-produttiva di ciò che lo stesso filosofo definiva ritenzione terziaria, implementando due delle categorie attraverso le quali Husserl descriveva l’esperienza del tempo, ovvero la memoria esternalizzata su un supporto segnico (una scrittura). «Così esteriorizzata, la memoria può divenire l’oggetto di controlli sociopolitici e biopolitici attraverso gli investimenti economici di organizzazioni sociali che ristrutturano in tal senso le organizzazioni psichiche, mediante degli organi mnemotecnici», scriveva Stiegler a proposito dei supporti di riproduzione in genere (2015, p. 40). Se allora la brevità (la sua scrittura e la sua lettura, nel loro significato più ampio) è il campo relazionale in cui ci ritroviamo sempre più spesso a interagire nella contemporaneità delle infrastrutture digitali e degli ambienti mediatizzati, e se si predispone come modo dominante di un Material engagement (Malafouris 2013) semiotico in cui le funzioni cognitive del Sapiens si costruiscono in modo enattivo nell’interazione con le cose e nelle pratiche incarnate, rivolgerle l’attenzione significa allora non semplicemente approfondirne le strategie espressive e la piega esperienziale che dà al nostro vivere quotidiano, ma finanche registrare il polso di una nuova svolta antropologica ed evolutiva.

Mirco Roncoroni

Bibliografia

Crary, J., Il capitalismo all’assalto del sonno, Einaudi, Torino 2015.

Husserl, E., Per la fenomenologia della coscienza interna del tempo (1893–1917), FrancoAngeli, Milano 2002.

Malafouris, L., How Things Shape the Mind: A Theory of Material Engagement, MIT Press, Cambridge 2013.

Montani, P., Emozioni dell’intelligenza. Un percorso nel sensorio digitale, Meltemi, Milano 2020.

Rosa, H., Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità, Einaudi, Torino 2015.

Stiegler, B., Platone digitale. Per una filosofia della rete, Mimesis, Sesto San Giovanni 2015.


[1] Per un approfondimento: Menetti, E., Le forme brevi della narrativa, Carocci, Roma 2019; Pezzini, I., Trailer, spot, clip, siti, banner. Le forme brevi della comunicazione audiovisiva, Meltemi, Milano 2002.

[2] Traduzione mia.

[3] Cfr. Ricoeur, P., Tempo e racconto: Vol. 3. Il tempo raccontato, Jaca Book, Milano 2016.

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