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Philosophy Kitchen

È finalmente disponibile nella traduzione italiana l'opera che ha portato alla ribalta della scena intellettuale e accademica mondiale l'antropologo brasiliano Eduardo Viveiros De Castro: Metafisiche cannibali. Elementi di antropologia post-strutturale. Il volume, recentemente pubblicato da Ombre Corte, è impreziosito da una prefazione di Mario Galzigna (a cui va riconosciuto, tra l'altro, il merito di aver tenacemente insistito affinché anche in Italia potessimo fruire di questa entusiasmante lettura) e da una lunga ed esaustiva postfazione dell'antropologo Roberto Beneduce.

 

In quest'opera, che si presenta come “una lettura incrociata tra l'antropologia e la filosofia, configurata dal pensiero amazzonico, da un lato, […] e, dall'altro, dallo strutturalismo dissidente di Deleuze” (De Castro, 2017, p. 35), l'autore si propone di trarre una serie di conclusioni di carattere epistemologico e metodologico a partire dalla sua esperienza di antropologo amerindiano. Se From the enemy point of view (De Castro, 1992) era un lavoro più focalizzato sull'analisi ento-antropologica degli Araweté e presentava i risultati di una decennale ricerca sul campo, in questo testo si assiste invece a una vera e propria messa in discussione dei paradigmi epistemologici che fondano l'antropologia in quanto disciplina. Forte di un sapere cosmologico e filosofico com'è quello che ha appreso tra gli indigeni del sudamerica l'autore, azzardando un'ibridazione inedita e audace tra la metafisica Arawetè e la filosofia rizomatica di Deleuze, innesca una sorta di contro-effettuazione teorica dalla quale sia la filosofia che l'antropologia potrebbero, in ultima analisi, uscirne rinvigorite, ma solo a patto che siano disposte ad abbandonare il loro retroterra eurocentrico e il loro inguaribile narcisismo epistemologico. Il volume si presenta infatti come una specie di supplemento o di chiosa a un'opera che De Castro, da sempre tentato, non ha però mai scritto: l'Anti Narciso, libro immaginario o di finzione, à la Borges, in cui si effettua, sulla falsa riga dell'Anti Edipo, la critica a una human science (là si parlava di psicoanalisi, qui di antropologia) e vi si intraprende il medesimo processo di demitologizzazione.

A dare l'abbrivio a una tale impresa teorica di rifondazione/ristrutturazione del sapere filosofico-antropologico (la quale, sia detto con ironia, può sembrare a tutta prima animata da un certo qual paradossale narcisismo...) è un appello proferito da Levi Strauss verso la fine della sua vita e pubblicato nella postfazione ad un numero della rivista “L'Homme”, una sorta di profezia o di vaticinio che nell'economia del libro riveste un ruolo pivotale:

 

“È straordinario che, a partire da un'analisi critica della nozione di affinità, concepita dagli indiani sud-americani come cerniera tra gli opposti: umano e divino, amico e nemico, parente ed estraneo, i nostri colleghi brasiliani siano riusciti a far emergere quella che si potrebbe chiamare una metafisica della predazione. […] Da questa corrente di idee si sviluppa un'impressione d'assieme: che ci piaccia o che ci preoccupi, la filosofia torna ad avere un ruolo di primo piano. Non più la nostra filosofia, di cui la mia generazione aveva chiesto ai popoli esotici di aiutarla a disfarsene, ma con un sorprendente ritorno delle cose, la loro filosofia” (Lévi Strauss, 2000, p. 720).

 

In un certo senso l'intero volume si presenta come uno sviluppo, un'elaborazione particolarmente ricca e suggestiva di questo passo. Viveiros De Castro, infatti, segue alla lettera l'indicazione del maestro e in Metafisiche cannibali si propone l'obiettivo di oltrepassare anzitutto il paradigma strutturalista che legge la trasformazione e la morfogenesi in termini logici e matematizzanti (il passaggio dal continuo al discreto, quale cruccio epistemico, è inteso dall'autore come un vero e proprio mitema occidentale: Viveiros De Castro, 2017, p.53) attraverso la riabilitazione di un sapere ancestrale, da sempre e troppo sbrigativamente definito “primitivo”, con il fine esplicito di formulare un'alternativa al concetto e alla razionalità così come sin d'ora sono invalsi nella nostra tradizione di pensiero. Come afferma l'autore, infatti, “L'assenza del concetto razionale può essere vista, positivamente, come segno della disalienazione esistenziale dei popoli interessati, che manifestano uno stato di non-separabilità del conoscere e dell'agire, del pensare e del sentire, ecc...” (Ivi, pp.64 – 65). Una tale riformulazione dei termini ultimi che soggiacciono a ogni attività gnoseologica potrebbe condurre allora ad una nuova forma di apprendimento e di interazione con il Reale, una forma che ricorda da vicino il progetto filosofico di Deleuze e Guattari e tale per cui “il conoscere non è più” concepito come “un modo di rappresentare lo sconosciuto, ma di interagire con lui, vale a dire, un modo di creare piuttosto che di contemplare, di riflettere o di comunicare” (ivi, p.89).

Che la posta in gioco di una tale argomentazione sia alta è inutile sottolinearlo, così come è superfluo definire “esagerata” o “eccessiva” la missione politica sottesa a una tale operazione intellettuale, missione esplicitamente rivendicata da De Castro e che consisterebbe nel fondare una “teoria-pratica di decolonizzazione permanente del pensiero” (Ivi, p.26). La fortuna o il fallimento di questo progetto emancipativo non è materia di discussione, e non può esserlo in quanto il destino e la ricezione del libro (così come vale per le opere di chi, oggi, continua a progettare anche solo idealmente un futuro politico alternativo rispetto a quello definito dall'orizzonte neo-liberale...) non sono ancora decisi una volta per tutte. Certamente più interessante, e di certo preferibile al disfattismo che anima molti fra i detrattori di De Castro, invece, è soffermarsi su quegli atteggiamenti e quelle pratiche culturali tipiche delle culture amerinde che si prestano davvero ad una lettura incrociata, a una traduzione o a un'ibridazione con la filosofia francese del secolo scorso e che, per molti versi, ne condividono tanto l'intento emancipativo e liberatorio quanto la belligeranza e l'antagonismo metafisico di fondo.

Eduardo Viveiros De Castro

L'orizzonte ontologico universale che definisce i confini della cultura Araweté è “segnato dalla convinzione profonda secondo cui ogni attività vitale è una forma d'espansione predatrice” e “la caccia”, in questo universo, è assunta quale “modello d'agonismo prospettico” (Ivi., p.133) che rende conto delle relazioni soggiacenti tra ente ed ente. Il giaguaro intento a divorare l'uomo e a berne il sangue, ad esempio, non è poi così diverso dall'uomo che si nutre di manioca fermentata: birra/sangue essendo punti di vista particolari e relativi ma equipollenti, equivalenti in un mondo che non conosce la possibilità anche solo immaginaria di una sintesi, di un'evasione o una fuoriuscita dal quell'orizzonte ontologico marcato indelebilmente dall'agonismo e dalla predazione.

L'immagine del pensiero selvaggio che emerge da Metafisiche Cannibali assomiglia allora, in un certo modo, a un continuo e caleidoscopico rifrangersi di intenzionalità trascendentali, a una foresta frattale di soggetti che riversano in quello stato di “inevitabile disimmetria che costituisce la condizione del mondo” (Ivi., p.60) e in cui gli sciamani (figura che traduce idealmente quella del filosofo, o dell'antropologo, così come in un certo senso vengono auspicate dall'autore...) operano come “mediatori mistici” (Ivi, p.134).

De Castro rileva anche, lasciando trasparire ancora un'incommensurabile ascendenza deleuziana, la dimensione propriamente virtuale del mito amerindo, il suo essere una sorta di entelechìa o di potenza assoluta relativamente alle possibilità di aggregazione tra gli elementi naturali e culturali e lo intende, infatti, come un vero e proprio commutatore di realtà (Ivi., pp. 51 – 54) deducendone quindi il valore epistemologico. Per il filosofo “occidentale” (chiediamo qui che ci sia concessa la possibilità di semplificare un po' le cose...) forse sarebbe stato più opportuno considerare “ontologia” una tale definizione di mito essendo l'epistemologia, con tutta l'apprensione agli enti logico-matematici che questa implica, un affare diverso dalla prassi cosmologico-creativa, dalle possibilità offerte dal “sorvolo” deleuziano o dalla facoltà genetica propria di una coscienza al lavoro su di un materiale simbolico. Queste pratiche, pur necessarie e culturalmente indispensabili, non sono costrette a misurarsi con il problema della verificabilità, con quello della falsificabilità e della probazione: in breve, con la questione stessa dell'episteme che sembra in fondo un cruccio noetico-metafisico ad esclusivo appannaggio della tradizione culturale occidentale e moderna. Ma una tale lettura, seppur legittimata dal punto di vista della filosofia “occidentale” – e preso atto che è proprio su questo punto che l'argomentazione rivela la sua portata evidentemente innovativa – rischia di mancare il bersaglio teoretico del libro e in un certo qual modo resta impigliata in quella forma di narcisismo che è proprio l'incaglio teoretico da cui De Castro vuole farci uscire. Per utilizzare un termine caro alla fenomenologia husserliana (quella che forse solleva più problematiche relativamente alla questione dell'episteme) che ci permetta di conquistare quella presa di distanza “antinarcisistica” promossa da Metafisiche Cannibali potremmo allora dire che, se di epistemologia ameriandiana è lecito parlare, è perché è il concetto stesso di intenzionalità ad essere applicato, nelle culture studiate dall'autore, ad umani e non umani, o meglio a qualsiasi ente (sia esso animato, inanimato, umano o animale). Nella cultura in questione, infatti, qualsiasi ente è passibile di acquisire il ruolo di attante, e in un certo modo di attore sociale, in un universo rizomatico che nulla ha da invidiare alla concezione tutta occidentale ed iper-moderna di una realtà virtuale, o meglio ancora aumentata. Il ricorso al termine “uomo” così com'è utilizzato dagli Arawetè (che con l'umanità ha poco a che spartire dato che è proprio a partire da questo “sacrificio” dell'idea di uomo che questi hanno accesso alla comprensione di un mondo in cui ciò che è umano è semplicemente e puramente relazionale) è quindi per De Castro la chiave di volta, ad un tempo, per la comprensione della prospettiva metafisica amerindia e per la rifondazione di una nuova antropologia: un antropologia che selvaggiamente “sacrifica” o cannibalizza il suo oggetto di conoscenza, l'uomo, per accedere a un nuovo modo, a dir poco non-antropocentrico, di pensare il Reale: “Il prospettivismo” ontologico degli Araweté “afferma una differenza intensiva che trasferisce la differenza umano/non- umano all'interno di ogni esistente” (Ivi., p.55).

Fotogramma tratto da "El abrazo de la serpiente" di Ciro Guerra (2015)

La “pratica di decolonizzazione permanente del pensiero” promossa da Metafisiche Cannibali  consisterebbe allora, nelle intenzioni dell'autore, nella possibilità di cortocircuitare la dialettica alleanza(estensiva)/filiazione(intensiva): questi sarebbero infatti i due modi proposti da Deleuze e Guattari per rendere conto in termini biunivoci del rapporto Natura/Cultura laddove la prima coppia dell'endiade starebbe a significare la logica après coup attraverso la quale è possibile, per una cultura, organizzare ed amministrare mediante l'alleanza tra soggetti la ricchezza e l'infinita varietà di differenze intensive offerte dalla seconda coppia di termini, ovvero dalla natura intesa quale incessante produzione di differenze.

Ora, è noto che una necessaria riduzione della complessità com'è quella offerta dall'alleanza estensiva comporti, al fine di familiarizzare l'individuo con la cornucopia di differenze intensive presenti nella realtà, un sacrificio necessario e una limitazione inaggirabile del proprio mondo (Welt)[1]. D'altra parte è precisamente questo dispendio, questo investimento a perdere – anche se in un certo qual modo riassorbito dal “dispositivo capitalistico” e reso funzionale alla mera istituzione di unità familiari, edipiche, unità produttive indispensabili al dispositivo stesso.... – e questa contrazione asfittica del mondo del soggetto ciò che sta a cuore agli autori dell'Anti Edipo. È proprio questo, in altre parole, il vero e proprio bersaglio politico e la posta in gioco emancipativa che anima la loro missione critica. L'innovazione apportata da De Castro consisterebbe allora, e per davvero, nella riproposizione di quel gesto filosofico avanguardista ed innovativo che consiste nel pensare, o nel provare a pensare, il reale delle relazioni e della relazionalità stessa (intesa come prassi genetica) a partire da quel fondo impersonale o pre-personale così com'è dischiuso sia dalla prospettiva schizo-analitica di D&G sia dalle cosmologie amerindiane. Per De Castro, infatti, “Il problema consiste, per farla breve, nel costruire un concetto di alleanza come sintesi disgiuntiva” (De Castro, p. 113), ovvero nella possibilità di utilizzare la mitologia amerindia, e il sapere sciamanico ivi sotteso, in modo da far proliferare e diffondere nuovi patterns mentali e nuovi abiti cognitivi che fluidifichino e facilitino la transizione da un punto di vista antropocentrico a uno impersonale o, quantomeno, non vincolato dalla narcisistica permanenza dell'osservatore umano. Lo stesso anthropos che solo apparentemente occupa la posizione dell'oggetto nella tradizione della disciplina antropologica e che, da sempre ed in modo via via più oberante, definisce e limita arbitrariamente in quanto soggetto i limiti del suo campo di studio, viziando così la validità euristica delle sue ricerche e, peggio, negando l'autenticità del suo agire cannibalico e predatorio.

 

di Filippo Zambonini

 

 

Bibliografia

Lévi Strauss, 2000, Postface, in “L'Homme”, pp. 154-155, 713-720

Viveiros de Castro, 1992, From the enemy point of view, The university of Chicago Press, Chicago

Viveiros de Castro, 2017, Metafisiche Cannibali. Elementi di antropologia post-strutturale, Ombre Corte, Verona

Massimo De Carolis, 2008, Il paradosso antropologico. Nicchie, micromondi e dissociazione psichica, Quodlibet, Macerata

 

 

 

[1]Su questo tema mi permetto di rimandare all'eccellente lavoro di De Carolis, Il paradosso antropologico. Nicchie, micromondi e dissociazione psichica, Quodlibet, Macerata 2008