Far uscire dalla tenebra dell’attimo vissuto un altro presente, che sia promessa di un futuro diverso, impensato, non è esercizio vano e inutile, una faccenda a cui dedicarsi nelle ore libere, per passatempo. La vocazione all’utopia, all’esercizio che consiste nell’articolare forme di esistenza non ancora sperimentate e supposte migliori, è in realtà consustanziale alla costruzione della nicchia evolutiva abitata dagli umani – esseri parlanti, dotati di immaginazione, capaci di combinare in maniera minimamente innovativa ciò che c’è così da far risultare, da lì, ciò che ancora non c’è ma che potrebbe essere. L’utopia, intesa quale specifica forma di costruzione del possibile, rilevante in sede filosofica e politica, ha allora la sua radice antropologica in quella capacità umana di fabbricare artefatti, di proiettarsi verso il novum, di modificare gli spazi per abitare il mondo in modo sempre diverso, di produrre opere d’arte, in ultima analisi di giocare con la fantasia e di rincorrere ciò che a volte il mondo dei sogni promette. Un discorso filosofico che non si occupasse degli statuti dell’utopia, che non indagasse come il sapere possa e debba confrontarsi con le forme espressive del bisogno umano di mondi altri, perderebbe ogni aggancio con la base materiale con cui si salda ogni progetto volto a costruire mondi storici in cui possano regnare giustizia e libertà.
La Redazione
Il “mondo nuovo” delle utopie, prima ancora di rappresentare un luogo ideale, si configura come un modello alternativo al mondo esistente, che può essere immaginato in virtù di un atteggiamento iniziale di epoché – ossia di scettica sospensione del giudizio – nei confronti della realtà che abitiamo. A partire da tale premessa, questo numero intende rileggere alcuni testi della tradizione utopica moderna e contemporanea, non solo per mostrare la costitutiva ambiguità del paradigma utopico in un senso squisitamente filosofico, ma anche per delineare come l’immaginazione utopica abbia contaminato spazi e luoghi diversi dalla stessa filosofia – dalla letteratura alla politica, passando per l’architettura, l’ecologia e il carnevale. Senza trascurare, ovviamente, gli inaspettati vicoli ciechi del progresso e di un futuro da rimpiangere.
Quando il piede rilascia sul pavimento, tutto sopra muta.
“Il sole ha la larghezza di un piede umano” (Eraclito)
Lo sbadiglio è uno degli atti più sani e socialmente inaccettabili concessi all’essere umano dalla natura. Generalmente agisce una prima volta al mattino, durante il risveglio, segnale naturale di quell’orologio cosmico inscritto, sottomesso, direbbe Epitteto (Diattribe IV, 100-106), al periodo cosmico del nostro quotidiano vivere.
Ha un suo punto di partenza: quando l’osso mascellare, o la mandibola, o entrambe, muovendosi sollecita(no) la linea delle labbra, misteriosa demarcazione di un sopra e un sotto, ad aprirsi. Può succedere di più nella parte centrale e, allora, le labbra s’incurvano, quasi a contenere una minuscola, rotonda vocale al loro interno. Oppure può avvenire di più sui lati: in questo caso, la fessura delle labbra si allunga in una striatura che ricorda certe fotografie di Luigi Ghirri che ritrae la linea dell’orizzonte. È il preludio, se va in questa direzione, di una delle nostre espressioni più belle: sorridere.
Ma non accade. Lo sbadiglio è più arcaico e primordiale. Atto respiratorio abnorme, lo definisce il dizionario, spesso incoercibile, caratterizzato dall’apertura forzata della bocca accompagnata spesso dalla costrizione delle palpebre.
Sa anche essere pigro. In quel caso, la bocca si divarica più lentamente, diventando il segno da sempre più temuto dagli insegnanti e da chiunque stia tenendo un discorso o si stia esibendo in scena: la noia. Questione di tempo, immagine, intenzione e sensazioni che ci portiamo addosso.
Può, lo sbadiglio, essere elemento costitutivo di una pratica (o esercizio?). Ma certamente! È uno degli atti di apertura più straordinariamente sani concessi a chiunque lavori attraverso il corpo e la voce. Come essere nell’acqua: la pelle si distende, si allunga, si spalma, la colonna incomincia ad allungarsi, le braccia si arricciano e poi si aprono a stella, e così via fino a giù. Fin dentro i piedi. Quando subiamo uno sbadiglio e quando siamo noi ad agirlo? Dove ci porta? Con quali sensazioni? In quali parti del corpo ne percepiamo il riverbero? C’è un momento, lo stavo descrivendo all’inizio, in cui la bocca, nel momento stesso di aprirsi, contiene ancora infinite possibilità: può spalancarsi di stupore, dilatarsi dentro un grido, modificarsi in una smorfia di dolore, squarciarsi in una gran risata.
Eccoci già dunque entrati dentro un tema molto affascinante, per chi si interroga sull’origine delle pratiche: il punto di soglia. Quello spazio dentro cui l’intenzione esita, gioca con sé stessa osservandosi. Un tempo sospeso, funambolico, lo definirei.
Proprio questa domanda, che richiede innanzitutto un ascolto del proprio agire, si presta a dialogare con la stimolante opera di Armando Canzonieri, L’atleta indisciplinato. Fortuna ed Esercizio, pubblicata da Orthotes Editrice nel 2020.
Canzonieri fa qualcosa di molto prezioso: indaga all’interno dello stoicismo che cosa sia una pratica e, per fare questo, fa i conti con gli esercizi necessari per attuarla. Con una parola: askesis. Qui ci viene in aiuto anche Michel Foucault: «Nella tradizione filosofica dominata dallo stoicismo, askesis significa non già rinuncia, ma progressiva attenzione a sé, e padronanza su se stessi”. Ed il fatto che l’askesis preveda degli esercizi, i cui due poli opposti costitutivi venivano designati come melete e ghymnasia. Si rimane letteralmente estasiati dal grado di consapevolezza con cui venivano utilizzati questi due termini. «Melete significa, stando alla traduzione latina, meditato, meditazione […] si trattava di anticipare la situazione reale immaginando un dialogo fittizio […] immaginare l’articolazione degli eventi possibili per saggiare come si reagirebbe: questa è la meditazione». Al polo opposto c’è la ghymnasia, l’allenamento. «Mentre la meditato è un’esperienza immaginaria che ha lo scopo di esercitare il pensiero, i ghymnasia consistono in un allenamento in una situazione reale, anche se prodotta artificialmente». Per esempio: «Ogni mattina si fa una passeggiata e si verificano le proprie reazioni» (M. Foucault, Tecnologie del sé. Un seminario con Michel Foucault, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, pp. 32-35, citato nel libro di Canzonieri).
Ora, per tornare al punto di soglia, nulla, meglio dell’atto del camminare, lo rappresenta. Perché, quando camminiamo, noi stiamo continuamente cadendo. Questa tragicità in atto, di cui sono immagine simbolo le sculture di Alberto Giacometti, si salva dentro un tempo sospeso che ci trasforma magicamente in funamboli. O in fanciulli. È dentro questo spazio minuscolo e dilatato che risiede l’essenza della pratica.
Le mie pratiche, quest’anno, hanno preso un nome: pratiche di accordatura. Sarà forse facile riconoscervi inguaribili tracce di platonismo pitagorico, un richiamo verso le origini della filosofia stessa, prima che il suono, la parola e il gesto si addormentassero nella concettualizzazione del logos. Insieme alla consapevolezza che vi sia all’interno delle pratiche qualcosa di profondamente artigianale, come l’accordatura di uno strumento.
C’è bisogno di una trasmissione. Di un ascolto. Di una condivisione. Lasciate alla pelle il tempo per comprendere, raccomanda Philippe Petit nel suo Trattato del Funambolo, a chi impara a camminare sul filo a piedi nudi. Non sembra forse di sentire parlare un calzolaio?
Nessuno meglio di Walter Benjamin ha lasciato una traccia per noi, contemporanei smarriti, orfani di stelle che ancora orientavano nello spazio i nostri antenati senza alcun bisogno di avere il navigatore. La troviamo nella figura del narratore. È in questa intuizione folgorante che viene messo a fuoco il rischio di una perdita irrimediabile dell’esperienza. In fondo, ci dice, i primi narratori ricevevano il racconto di esperienze che passavano di bocca in bocca: contadini e marinai furono i primi maestri del racconto e la sua scuola superiore è stata l’artigianato. Perché la vera narrazione implicava una sorta di utilità pratica e di vita, per imparare da altri storie di viaggi, i fini dettagli di una professione, proverbi e norme di vita. Inteso in questa maniera, il narratore diventava persona di consiglio per chi lo ascoltava. Da quando incominciano a scomparire le figure degli artigiani, a quel punto anche la narrazione si modifica (le subentrerà il romanzo). Diminuisce la comunicabilità dell’esperienza cucita nella stoffa della vita vissuta che diviene saggezza, come la chiama Benjamin.
Arrivati a questo punto, dovrò arrischiare l’aggiunta di una terza polarità, tra il melete e la ghymnasia, che è parte altrettanto fondamentale delle pratiche.
Il ruolo che giocano le modalità di apprendimento del bambino nei suoi primi anni di età. Quell’esperire il mondo in maniera tattile-cinestetica e uditiva che proprio il Novecento traduce a suo modo nell’immagine del funambolo. Portare quell’esperire dentro il corpo adulto è, forse, la chiave di accesso alle pratiche.
Appena nasciamo, è la bocca, ancora lei, a sperimentare il mondo: succhiando, per nutrirsi, articolandosi in primi balbettii, sonorità, lallazioni, che sono pure pratiche di scoperta. Condizione meravigliosa che ogni atleta indisciplinato vorrebbe continuamente cercare. Praticare la pratica nella sua più pura ed esperienziale essenza.
Esistono un’infinità di pratiche (o esercizi) per le labbra, la lingua, la bocca.
Nessuno meglio di Moshe Feldenkrais, il maestro che non ho avuto l’onore di conoscere di persona, ma di cui ho avuto il privilegio di riceverne l’insegnamento attraverso la trasmissione del suo lavoro.
Jean Huber, Voltaire à son lever à Ferney, dictant à son secrétaire Collini (1772)
Ai tempi del liceo, ero affascinato, tramite i racconti di mia nonna che lo incontrava ogni tanto dalle parti di Porta Palazzo, dalla figura del “filosofo ignoto”. Così si firmava infatti sul giornale La Stampa, Guido Ceronetti. Furono le sue traduzioni, trovate in casa, di alcuni testi dell’Antico Testamento: Giobbe, i Salmi, a folgorarmi. Vi compariva una sorta di scavo ritmico, articolare, osseo del palato, delle labbra, del respiro dentro le consonanti dell’alfabeto ebraico. Era quasi una questione di gravità di corpi, d’immaginazione necessaria per fare scattare foneticamente le vocali nascoste. Tutto ciò, lamentava Ceronetti, si perde nella traduzione, come se quella parte di corpo e di bocca chiamate in causa perdessero la loro piega buia e, con questa, perdessero il loro duende.
Mi sembrava un gioco. Una continua preparazione della bocca a quella sorta di misteriosi gargarismi che potevano avvenire al suo interno, fin giù nel petto, fin dentro le dita dei piedi, per arrivare a cogliere il suono di una parola. Paradossalmente, quella fu la mia prima forma di danza. Quella era già danza. Movimento.
È arrivato il momento di presentare il personaggio mancante, fino a ora solo accennato, Feldenkrais, in questa storia che parte dalle Diatribe di Epitteto. Siamo negli anni Settanta e una donna svizzera di nome Nora, di oltre sessant’anni, una mattina si sveglia sentendosi un po’ strana. Fatica ad alzarsi dal letto e si accorge che fatica a parlare. Così come a leggere e scrivere. Il medico che la visita le diagnostica una trombosi o emorragia con relativo danno all’emisfero cerebrale sinistro. Iniziano anni difficili in cui non compare nessun miglioramento. A quel punto i famigliari della donna decidono di tentare affidandosi a una figura di cui in tanti parlano. Si chiama Moshe Feldenkrais. Ha così inizio quello che diventerà poi un libro, Il caso di Nora, che è il racconto dell’incontro e della guarigione di Nora, lavorando con Feldenkrais. Si tratta di un viaggio a ritroso, commovente e straordinario, fino alle origini di come ognuno di noi, nei suoi primi mesi e anni d’infanzia ha imparato a muoversi e a parlare. Soltanto ripartendo da lì, anche un cervello danneggiato come quello di Nora, potrà riacquistare le proprie funzioni. Questa storia di Nora è arrivata molto spesso dove poteva arrivare più facilmente, ovvero tra “tecnici” del corpo e rappresentanti di un certo modo di intendere la ghymnasia, ma non dove doveva anche arrivare: tra le mani di filosofi, antropologi, poeti, fino a mettersi in dialogo con il grande atlante warburghiano di Mnemosyne. Il perché e il per come non sia ancora successo è una domanda profondamente filosofica.
Il 13 ottobre 1910, Franz Kafka e Max Brod visitarono insieme il Museo Carnavalet di Parigi. Kafka rimase affascinato da un quadro di Jean Hubert: Le lever de Voltaire. Vi si vede Voltaire in un atteggiamento alquanto buffo: appena sveglio, in piedi in bilico su una sola gamba mentre cerca di infilarsi i pantaloni sotto la camicia da notte; il berretto da notte ancora in testa, un naso corvino che spunta e già sta dettando qualcosa al suo servitore. Che funambolica efficienza! Come poteva non esserne affascinato Kafka, lui che per tutta la vita coltivò un esercizio di efficienza cui era costretto: il lavoro di ufficio durante il giorno, e la scrittura, sua vera vocazione, tra le ore discontinue della notte? Sappiamo quanto abbia cercato per l’intera vita una ghymnasia che lo facesse sentire forte, sano, energico. La trovò, forse, negli esercizi di ginnastica e respirazione secondo il metodo di Jørgen Peter Müller. Un biondone danese che si faceva chiamare Apoxyòmenos. Le fotografie in cui si faceva ritrarre ne esaltavano una bellezza da dio greco immortalata in costume da bagno nelle posizioni dei suoi esercizi. C’è qualcosa di così comico e toccante nell’immaginare Kafka eseguire quegli esercizi verso sera, forse prima di iniziare una pagina della Colonia penale, del Digiunatore o di Giuseppina la Cantante. Oppure tra una pagina interrotta del Castello e l’Avvoltoio. E se tutti i suoi racconti, in fondo, non fossero che la metafora di una pratica, una pratica così lunga, ininterrotta, sfinente, che è la vita?
Quando osserviamo il quadro di Jean Hubert, Le lever de Voltaire, sale una divertita, sana allegria. Come se anche lavarsi i denti, mettersi i calzini, invece che un’abitudine, potessero diventare una pratica. Dove comincia, dunque, una pratica? E il momento prima che cominci che cos’è, allora? Una preparazione alla pratica? O è già parte della pratica?
Feldenkrais diceva che non si può insegnare nulla, se non creare le condizioni per imparare. Ecco, credo che la pratica richieda una sorta di fiducia verso qualcosa di sconosciuto. Qualcosa che potremmo chiamare “fiducia organica”. Da esploratori in avanscoperta, direbbe Epitteto.
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Pratica del 12 aprile 2020
Quando una parte del corpo non si conosce, le altre parti devono compensare; o devono coordinarsi diversamente. Dallo schermo zoom una ragazza polacca ci riflette e dice: è proprio vero. Ora che ci penso, anche nella mia storia famigliare accade così.
di Emanuele Enria
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Bibliografia
Armando Canzonieri, L’atleta indisciplinato. Fortuna ed esercizio, Orthotes Editrice, 2020.
Moshe Feldenkrais, Il Caso di Nora, Casa Editrice Astrolabio, 1996.
Aperçues è uno dei libri più singolari di Georges Didi-Huberman. Raccoglie numerosi testi brevi (ognuno dei quali reca un proprio titolo e una precisa data di composizione) che riguardano immagini, non tanto analizzate per esteso quanto piuttosto «intraviste» (è questo il significato del titolo). Il medesimo concetto viene ribadito nell’epigrafe, tratta da un discorso del poeta tedesco Paul Celan: «E cosa sarebbero allora le immagini? Ciò che una volta, e ogni volta è l’unica volta, è soltanto qui e ora, viene intravisto e ha da essere percepito». Conviene parlare genericamente di immagini perché, nella sua vasta produzione saggistica, Didi-Huberman non si è interessato soltanto alle opere d’arte pittoriche o scultoree – antiche, moderne o contemporanee che siano –, ma ad ogni sorta di elementi visivi (stampe, manifesti, fotografie, video, film, ecc.). Egli potrebbe, come Baudelaire, definire le immagini «la mia grande, la mia unica, la mia primitiva passione, nel senso che le considera, oltre che come fonte di fascino, anche come oggetto di un’inesausta riflessione.
Giuseppe Zuccarino è critico e traduttore. Ha pubblicato vari saggi:La scrittura impossibile, Genova, Graphos, 1995; L’immagine e l’enigma, ivi, 1998; Critica e commento. Benjamin, Foucault, Derrida, ivi, 2000; Percorsi anomali, Udine, Campanotto, 2002; Il desiderio, la follia, la morte, ivi, 2005; Il dialogo e il silenzio, ivi, 2008; Da un’arte all’altra, Novi Ligure, Joker, 2009; Note al palinsesto, ivi, 2012; Il farsi della scrittura, Milano-Udine, Mimesis, 2012; Prospezioni. Foucault e Derrida, ivi, 2016. Tra i libri da lui tradotti figurano opere di Mallarmé, Bataille, Klossowski, Blanchot, Caillois e Barthes. Ha inoltre curato un fascicolo monografico della rivista «Riga» (n. 37, 2017) dedicato a Maurice Blanchot.
L'innominabile attuale, uscito quest’anno per i tipi di Adelphi, è l'ultimo anello della collana di opere scritte da Roberto Calasso. Il titolo riprende un'espressione che si trova nella prima pubblicazione dell'autore, La rovina di Kasch (Adelphi, 1983), sancendo così un collegamento tra l'inizio e la provvisoria fine della sua vasta produzione. Così come l'attuale di cui si occupa il testo, altrettanto sfuggente è l'opera di Calasso, irriducibile a un genere e a uno stile. Anni fa Pietro Citati, recensendo il suo I quarantanove gradini (Adelphi, 1991), ebbe a definirlo «uno scrittore imprendibile: sta celato nei suoi libri, come un animale occulto, enigmatico e pericoloso. […] Se tutto, nella sua mentalità e nella sua educazione, lo predisponeva a essere un saggista filosofo, il caso o gli astri o altri libri hanno voluto che egli diventasse molto di più: uno scrittore» (La Repubblica, 3 novembre 1991). Interrogato in merito al crogiolo di saperi e parole che appronta nelle sue opere, Calasso si è espresso così: «in rapporto a quello che scrivo l'espressione di Nietzsche pensiero impuro mi sembra una buona approssimazione» (“Il Venerdì”, 15/7/2016). Indubbiamente un'eco nietzscheana (non a caso l'opera omnia di Nietzsche è stata una delle prime pubblicazioni di Adelphi, la casa editrice di cui Calasso è proprietario e direttore) si avverte anche nell'Innominabile attuale: nello stile ricercato e potente, tendente all'aforisma; nello sguardo acuto, allo stesso tempo disincantato e meravigliato, che si posa sulle cose del mondo. Si potrebbe definire l'opera di Calasso un esercizio di pensiero, forse un po' nascosto, se, come l'autore stesso scrive, «al pensiero sarebbe quanto mai utile un periodo di occultamento, di vita clandestina e camuffata, da cui tornare a emergere in una situazione che potrebbe avvicinarsi a quella dei presocratici» (2017, p. 47).
Il libro è diviso in tre parti. La prima, Turisti e terroristi, è dedicata al mondo contemporaneo, sfuggente al punto da provocare la sensazione di non sapere dove si stanno mettendo i piedi, «l'opposto del mondo che Hegel intendeva stringere nella morsa del concetto» (p. 13). L'uomo che abita l'innominabile attuale, definito da Calasso Homo secularis, ha smarrito non tanto la religione quanto il brivido del sacro, il senso del divino. Ha sperimentato un alleggerimento da tutti i vincoli, senza però riuscire a viverlo come una possibilità liberatoria, ma avvertendo piuttosto un costante senso di minaccia, gravato dal peso dell'inconsistenza.
C'è però un'eredità delle epoche passate talmente potente e cruciale da non riuscire a tramontare: il sacrificio. Presenza costante nell'opera di Calasso, in questo libro viene accostato al fenomeno del terrorismo. Negli atti terroristici dei fondamentalisti islamici, osserva l'autore, è l'attentatore stesso a essere la vittima sacrificale, mentre la popolazione che viene uccisa è il mezzo per compiere il sacrificio. Secondo Calasso il terrorismo jihadista è compiuto in odio alla società secolare, che è dilagata nel mondo islamico portando con sé un frutto avvelenato: la pornografia. La possibilità improvvisa di vedere milioni di corpi nudi femminili che fanno sesso «fu un oltraggio estremo e una attrazione indominabile», capace di scatenare in modo incontrollato la pulsione di morte, più che quella erotica. La convergenza tra culture oggi infatti si verifica, secondo l'autore, proprio attraverso la pornografia, e ancor più con il turismo. In entrambi i mondi, nei quali le azioni sono prevedibili e ripetitive, l'estetica è omologata, l'esecuzione meccanica prevale sul dubbio. Le pagine dedicate al turismo, che denunciano come l'esperienza dell'altro venga sottratta allo shock dell'inatteso e addomesticata, suonano a dire il vero un po' banali.
Hubert Robert - Paysage avec des bergers dans des ruines
Osservazioni penetranti riguardano invece il pensiero dell'età secolare, se di pensiero si può parlare. La società secolare, privata della possibilità di rivolgersi al trascendente, ha finito per adorare se stessa; un'ulteriore trasformazione del sacrificio è avvenuta attraverso l'esperimento: l'estensione del campo dello sperimentabile all'intero materiale umano ha condotto agli esiti drammatici del totalitarismo. La stessa logica si ritrova in una nuova «religione secolare», il transumanesimo, che considera la morte alla stregua di un problema da risolvere. Una delle voci più forti tra quelle pronunciate dall'Homo secularis è oggi progressista e umanitaria, talvolta anche spirituale, ma espressione di un umanitarismo e di una spiritualità infondati, retorici, dimentichi delle proprie origini. Della stessa mancanza di fondamento soffre del resto la democrazia, che risiede unicamente in un insieme di procedure, ma è la sola forma di governo capace di rendere sopportabile la convivenza umana. La società secolare, che esalta l'immediatezza e la disintermediazione, mette a rischio il metodo democratico, basato, come del resto l'intera esistenza, sulla mediazione.
Calasso si sofferma poi sulla «religione dell'informazione», l'ossessione per i bit e gli algoritmi che pervade la nostra era, condivisa da buona parte delle élites imprenditoriali e scientifiche. L'informazione, che è necessariamente una grandezza discreta, non potrà mai chiarire il mistero della coscienza, che è invece situata al confine tra discreto e continuo, ma certamente è irriducibile a qualsiasi logica autistica e binaria. Come nel caso del turismo, anche nell'era informatica Calasso individua una minaccia alla possibilità del fare esperienza: «La digitabilità è il più grave assalto che abbia subito l'inclinazione a esporsi allo shock dell'ignoto» (p. 88).
Di fronte a tutto questo, secondo l'autore non resta che coltivare il proprio senso di non appartenenza, situandosi tra le pieghe della società, come «contemplanti nascosti e non riconosciuti», senza indulgere in lamentele che si rivelerebbero inconsistenti quanto la realtà di cui si dolgono. Una soluzione di ripiegamento individualistico, venata di pessimismo nei confronti dell'attuale, che lascia un po' a desiderare.
La seconda parte del testo, La Società Viennese del Gas ripercorre invece l'epoca che precede l'affermarsi dell'innominabile attuale: il periodo che va dal 1933 al 1945, in cui «il mondo ha compiuto un tentativo di autoannientamento, parzialmente riuscito». La storia viene ripercorsa attraverso una selezionata cronologia composta dalle testimonianze di scrittori e intellettuali: tra gli altri, Céline, Walter Benjamin, Brasillach, Ernst Jünger, Simone Weil, Klaus Mann, Curzio Malaparte, Vasilij Grossman. Sono le pagine migliori del libro: Calasso, attingendo alla sua sconfinata erudizione, riesce a dipingere un affresco inquietante e illuminante, impossibile da riassumere e tutto da leggere.
La terza e ultima parte, Avvistamento delle Torri, riprende un frammento di Baudelaire, in cui viene descritto un sogno, che è anche un triste presagio: un'immensa torre sta per cadere, è impossibile trovare l'uscita, ma nessuno sembra accorgersene, né sembra possibile avvertire alcuno.
L'innominabile attuale è una lettura che non lascia indifferenti; a suo modo, una testimonianza del fatto che lo «shock dell'ignoto», tanto caro all'autore, è possibile ancora oggi attraverso la fruizione di un prodotto culturale. Non mancano tuttavia le pagine in cui prevale uno sguardo elitario, ai limiti dello snobismo: questo accade quando lo sforzo di dare un nome alla contemporaneità, pure definita come inafferrabile, indulge in una solerzia eccessiva e quasi semplificatrice. Ciò di cui si avverte la mancanza, in fondo, è il gusto di cogliere l'innominabilità evocata nel titolo come qualcosa di misterioso, di irrisolto, ma foriero di possibilità inedite. Di certo il presente risulta irriducibile a visioni tranquillizzanti e lascia poco spazio a ogni ingenuo volontarismo progressista, ma non per questo deve essere ricoperto, con un opposto gesto di sottile moralismo, da un velo di negatività.
«La passeggiata dello schizofrenico: un modello migliore di quella del nevrotico sul divano. Un po' d'aria aperta, una relazione con l'esterno»
Così scrivevano Deleuze e Guattari nell'Anti-Edipo; questa citazione esprime non solo un'ironica, quanto spiazzante denuncia delle normatività e delle costrizioni dell'analisi freudiana ma anche una valida alternativa alla filosofia da scrittoio.
Da questo spunto nasce la volontà di scrivere una rubrica di Passeggiate urbane che si ricollega a un'eredità antica quanto la filosofia, se con questa intendiamo la tradizione socratica e cinica. Anche se da essa, per questioni probabilmente dettate dal passaggio alla modernità, se ne distacca in quanto alla conversazione preferisce la narrazione e l'indagine emotiva.