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Proiezioni. Lyotard su Duchamp
Sconfinamenti, Serial / Settembre 2017
Rileggere, a quarant’anni di distanza della sua pubblicazione, Les transformateurs Duchamp di Jean-François Lyotard può offrire vari spunti di riflessione. Il testo non si configura né come un lavoro di critica d’arte sull’opera di Marcel Duchamp né come uno scritto filosofico di tipo consueto. Gli anni Settanta del secolo scorso erano infatti un’epoca in cui alcuni fra i pensatori più consapevoli avvertivano l’esigenza di adottare modi di scrittura alternativi e perfino di tentare una reinvenzione della forma stessa del libro. Non a caso Lyotard pone ad epigrafe del volume una frase in cui Duchamp, per spiegare come fosse nato il progetto della Boîte en valise (un contenitore a forma di valigia entro cui erano collocate piccole immagini delle opere da lui realizzate nei decenni precedenti), asseriva: «Pensavo ad un libro, ma l’idea non mi piaceva». La premessa al volume lyotardiano tematizza alcune delle difficoltà in cui si imbatte chi intende scrivere sulle opere di questo artista. Le pagine introduttive, in cui non mancano tratti umoristici o provocatori, offrono anche trovate di dubbio gusto: ad esempio, guardando la foto di un lavoro duchampiano, Lyotard si accorge che, se la si capovolge, l’immagine della donna nuda assume piuttosto l’aspetto di un profilo di Pulcinella, cosa che evidentemente è estranea agli intenti di Duchamp. Mescolando arbitrio ed esattezza, Lyotard ha torto quando rapporta all’artista francese discutibili osservazioni sulla condizione degli operai in fabbrica, e ragione quando sottolinea l’importanza, nelle opere duchampiane, degli elementi tecnico-meccanici. SCARICA IL PDFA cura di:
Giuseppe Zuccarino è critico e traduttore. Ha pubblicato vari saggi: La scrittura impossibile, Genova, Graphos, 1995; L’immagine e l’enigma, ivi, 1998; Critica e commento. Benjamin, Foucault, Derrida, ivi, 2000; Percorsi anomali, Udine, Campanotto, 2002; Il desiderio, la follia, la morte, ivi, 2005; Il dialogo e il silenzio, ivi, 2008; Da un’arte all’altra, Novi Ligure, Joker, 2009; Note al palinsesto, ivi, 2012; Il farsi della scrittura, Milano-Udine, Mimesis, 2012. Tra i libri da lui tradotti figurano opere di Mallarmé, Bataille, Klossowski, Blanchot, Caillois e Barthes.

Uno dei primi libri realizzati assieme da Philippe Lacoue-Labarthe e Jean-Luc Nancy è un saggio sui (e un’antologia dei) testi del primo romanticismo tedesco, dal titolo L’absolu littéraire. Théorie de la littérature du romantisme allemand (Lacoue-Labarthe – Nancy, 1978). Si tratta di un volume di grande importanza, purtroppo non disponibile in italiano. Nella raccolta, i due filosofi hanno scelto, introdotto, annotato e tradotto scritti dovuti principalmente ai fratelli Schlegel, a Novalis e a Schelling. La ragione del titolo viene spiegata in maniera sintetica nella quarta di copertina del volume: «Prima di far epoca nella letteratura e nell’arte, prima di rappresentare una sensibilità o uno stile […], il romanticismo è innanzitutto una teoria. E l’invenzione della letteratura. Costituisce anzi, precisamente, il momento inaugurale della letteratura come produzione della propria teoria – e della teoria che pensa se stessa come letteratura. In tal modo, apre l’epoca critica alla quale apparteniamo ancora. Poietica in cui il soggetto si confonde con la propria produzione, e Letteratura chiusa sulla legge del proprio generarsi, il romanticismo (noi, insomma) è il momento dell’assoluto letterario». Si tratta di dichiarazioni a prima vista azzardate, ma in realtà condivisibili. Di fatto, quelle nate in Germania alla fine del Settecento sono, se non proprio la letteratura e la critica tout court, perlomeno la forma autoriflessiva che esse hanno assunto, non di rado, in epoca moderna e contemporanea...