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Philosophy Kitchen

La presenza impossibile. Husserl e le sintesi passive

(VII, n. 12, marzo 2020)

A cura di Federica Frattaroli e Claudio Tarditi

 

Il testo delle Analysen zur passiven Synthesis (volume XI della Husserliana) vede la luce nel 1966 e solo nel 2000 questa prima parte di lezioni viene, per così dire, completata dalla pubblicazione delle lezioni riguardanti la aktive Synthesen, redatte da Husserl a partire dal 1920-1921 (volume XXXI della Husserliana). In questa finestra temporale il nucleo teorico costituito da questi testi e da altri ad essi correlati non smette di essere oggetto d’analisi che mirano a ricomporne non solo il contenuto ma anche la gestazione dei concetti che ne costituiscono l’anima.

All’interesse filologico e ricostruttivo deve però essere aggiunta la ricca possibilità interpretativa che il riferimento a una passività della coscienza possiede e che è antica almeno quanto la distinzione aristotelica – rielaborata ancora nel Medioevo e nel Rinascimento – tra un intelletto attivo e uno passivo, o ancora quanto la descrizione della coscienza come una tabula rasa pronta a essere scritta attraverso l’esperienza. Un rapido sguardo al significato del termine consente già un primo inquadramento: il verbo greco paskein si riferisce al ricevere un’impressione o al provare una sensazione, le quali porrebbero l’unità della coscienza nella posizione appunto passiva dell’essere affetta; d’altra parte il verbo pathein significa soffrire e si riferisce ancora a una sfera ricettiva del con l’aggiunta di una connotazione affettiva o emotiva; quest’ultima connotazione può allora rinviare al termine pathos e alle numerose e sfumature semantiche che esso raccoglie.

La passività si presenta allora come quella controparte sotterranea dell’attività di coscienza che permette alla fenomenologia di reinterpretare il concetto stesso di trascendentale – ovvero delle condizioni di possibilità della coscienza stessa – appoggiandosi e seguendo il motivo di una genesi precategoriale.

Che rapporto intercorre tra sintesi attiva e sintesi passiva? Nella riflessione fenomenologica che mira a descrivere il senso di questo rapporto emerge con chiarezza la necessità di spostarsi da un metodo d’indagine statico, in cui viene presa in esame la struttura del vissuto di coscienza, a un punto di vista genetico in cui la stessa tematizzazione intenzionale va indagata nel suo originarsi, nel suo nascere. L’emergere di questa dimensione genealogica consente dunque a Husserl di ampliare il proprio ambito di analisi, la quale appunto si sposta dall’attività, dalla descrizione del “come” dei vissuti di coscienza alla ricostruzione di un fondamento antepredicativo e già dato passivamente.

Delineare la distinzione esistente tra una sintesi passiva e una sintesi attiva – nei termini dell’ultimo Husserl intenzionalità d’atto e intenzionalità fungente – significa allora considerare da vicino quella che può essere concepita come un’intenzione o una direzione che il percorso di Husserl possiede al suo interno.

Jacques Derrida, autore che appartiene alla seconda generazione di fenomenologi francesi e che rielaborerà in modo del tutto originale la propria impostazione fenomenologica di partenza, si chiede nel testo giovanile Il problema della genesi nella filosofia di Husserl se questa intenzione genetica della fenomenologia debba essere vista in continuità o in discontinuità rispetto ai primi scritti che elaborano e seguono l’impostazione di un “dualismo” noetico-noematico. La risposta a questa questione da una parte lascia trasparire tutta la complessità contenuta nel percorso husserliano: non è possibile infatti considerare la fenomenologia statica e la fenomenologia genetica, sintesi attiva e sintesi passiva, ricercando le linee nette di una rottura o di una spaccatura e, a testimonianza di questa posizione, deve essere preso in considerazione quel ricco intreccio di temi e nozioni presente nei manoscritti a partire dal 1915, luogo di gestazione delle opere degli anni ’20.Tuttavia, è lo stesso Derrida a chiedersi se trattare la genesi come un tema non significhi ridurla al suo senso normativo e in questa misura a un divenire “canonizzato”, a un’essenza fin d’ora presente (Derrida 1992, 199).

Seguendo lo stile di questa interrogazione si apre il campo a tutta una serie di domande che il dibattito fenomenologico non ha ignorato e che sono diventate parte integrante della riflessione fenomenologica stessa, le quali costituiscono il punto di partenza per la riflessione a cui è dedicato il presente numero di Philosophy Kitchen.

La coscienza che tematizza ha tra le sue possibilità quella di far luce sul proprio fondamento che diviene passivamente? C’è spazio nell’attività della coscienza per concepire la propria caratteristica e la propria costituzione passiva? Se sì, con quali metodi e con quali strategie la fenomenologia – e più in generale una filosofia di stampo fenomenologico – deve operare? E ancora, che rapporto sussiste tra la messa in forma categoriale dell’esperienza e la storicità delle stesse categorie?

Questi snodi problematici possono essere posti come punto di partenza critico per rilanciare uno studio sulla passività come quel concetto che consente ai pensatori successivi a Husserl di situare l’atto di coscienza, collocandolo cioè in un tempo, in una storia e in un mondo. Diviene possibile dunque, per un certo stile della filosofia, aprirsi ad ambiti ben distanti da quelli che Husserl stesso avrebbe ammesso alla discussione, approfondendo problemi di tipo estetico, storico-artistico, linguistico, politico, etico, sdoganando i concetti di “vita” e di “empatia” dall’ambito della coscienza pura, permettendo ad esse uno sviluppo autonomo ad esempio all’interno delle moderne scienze cognitive.

Con queste linee generali si intravede la portata teoretica o la potenza interrogativa che il tema della passività possiede. Esso infatti permette di interrogare quel titolo generale o quello “slogan” della fenomenologia che Husserl aveva trovato nell’intenzionalità per lasciar vedere piuttosto l’intenzione dell’intero percorso fenomenologico, composto dai manoscritti pubblicati postumi come dalle opere edite e che comprende il cammino di Husserl come anche i sentieri interrotti o le tracce di chi l’ha seguito.

I contributi che intendiamo raccogliere in questo numero di Philosophy Kitchen dovranno essere coerenti o affini al tema fenomenologico della passività. Elenchiamo qui di seguito alcuni dei differenti aspetti o ambiti che è possibile sviluppare:

  • analisi, commento critico e ricostruzione filologica delle nozioni husserliane che compongono il tema della passività e dei concetti ad esso correlati;

  • evoluzione del tema della passività in una ricognizione che attraversa trasversalmente l’opera di Husserl;

  • il rapporto tra la nozione di passività e l’emergere di un fondamento precategoriale e antepredicativo, il rapporto tra passività, il piano dell’esperienza e il piano del giudizio, e connesso a quest’ultimo il rapporto che il fondamento ante predicativo intrattiene con il problema delle essenze e dei concetti logico-matematici intesi come prodotti dell’attività di coscienza;

  • la particolare declinazione che l’idea di passività assume in relazione alla meditazione sulla storicità e sull’inconscio, ovvero riguardante la costituzione passiva e affettiva della coscienza;

  • le differenti interpretazioni e letture della filosofia successiva a partire dalla fenomenologia e il ruolo che gioca in esse il concetto di passività nelle sue differenti declinazioni: rapporto tra passività e i concetti di mondo della vita, temporalità e storicità, alterità, empatia e intersoggettività;

  • la possibilità di applicazione del concetto husserliano di passività a tematiche elaborate dall’estetica fenomenologica o dalla filosofia dell’arte, al vasto tema del linguaggio, alla prospettiva etica e politica;

  • la possibilità di applicazione del concetto husserliano di passività alle riflessioni di carattere ontologico sul concetto di natura elaborate a partire da un’impostazione fenomenologica.

Deadline per l'invio dell'abstract: 30 giugno 2019

Lingue accettate: italiano, inglese, francese e tedesco

Procedura: si prega di inviare, all'indirizzo redazione@philosophykitchen.com, entro il 30 giugno 2019, un abstract di massimo 6000 caratteri, indicando il titolo della proposta, le modalità in cui si intende sviluppare il tema e l'argomentazione, insieme a una bibliografia essenziale e ragionata. Le proposte verranno valutate dai curatori e dalla redazione. Gli esiti della selezione verranno resi noti, via mail, entro il 30 luglio 2019, congiuntamente con una nuova deadline per la presentazione del contributo, il quale verrà sottoposto a doppia blind review.

Norme editoriali

 

 

The impossible presence. Husserl and Passive Synthesis

(VIII, n. 12, Mars 2020)

Edited by Federica Frattaroli, Claudio Tarditi

 

The text gathering the Analysen zur passiven Synthesis(volume XI of the Husserliana) is brought to light in 1966 and just in 2000 this first part of lessons is completed, so to speak, by the publishing of the lessons concerning the aktive Synthesen, thatHusserl wrote starting from 1920-1921 (volume XXXI of the Husserliana). During this time frame, the theoretical core constituted by such lessons as well as other related texts doesn’t stop being the object of analysis aiming at recomposing not just its content, but at the same time the development of the concepts representing its essence.

To both the philological and reconstructive interest we have in any case to add the rich interpretative opportunity that a reference to the consciousness’ passivity possesses and that is at least as ancient as the Aristotelian distinction – then reworked in the Middle Ages and in the Renaissance – between an active and a passive intellect, or as the description of consciousness as a tabularasaready to be engraved by means of the experience. A rapid look at the meaning of the word already allows a first classification: the Greek verb paskein refers to the action of receiving an impression or experiencing a perception, putting the singularity of consciousness in the passive position of being indeed affected; on the other hand the verb patheinmeans to suffer and also in this case it refers to a receptive sphere with the addition of an emotional connotation; such connotation can then be related to the term pathos and the several shades of meaning it implies.  

Passivity is then presented as that hidden counterpart in the consciousness’ activity allowing phenomenology to reinterpret the concept of transcendental itself – or rather of the possibility conditions of consciousness itself – sustained by and following the motive of a pre-categorical genesis.

What is the relationship between active and passive synthesis? In the phenomenological reflection aiming at describing the meaning of such relationship we can clearly perceive the need of moving from a static research method, examining the structure of the lived-experience, toward a genetic point of view where the same issue has to be investigated in its own origin, its own birth.

The rise of this genealogical dimension allows then Husserl to widen the scope of his study, moving then from the activity, the description of the “how” of the lived-experience, toward the reconstruction of an ante-predicative foundation which is passively already done.

To identify the distinction existing between passive and active synthesis – active intentionality, using Husserl’s terminology in his late works – means then considering closely what can be conceived as an intentionor a direction that Husserl’s path owns in it.

Jacques Derrida, author belonging to the second generation of French phenomenologists and who will rework in a completely original way its own former phenomenological education, asks himself in one of his early textsThe Problem of Genesis in Husserl’s Philosophyif such genetic intention of phenomenology should be considered in continuity or in discontinuity with respect to Husserl’s early works, developing and following a noetic-noematic “dualism”. On the one hand the answer to this question suggests all the complexity contained in Husserl’s path: in fact it is impossible to consider static and genetic phenomenology, active and passive synthesis, seeking a sharp line to demonstrate a break or a split and, reflecting such position, it is essential to consider that rich twine of themes and notions included in the manuscripts starting from 1915, then originating the works from the 20s.

By the way, Derrida himself formulates a provocation to such position by the following question: dealing with genesis as a specific issue does not mean reducingit to its normative sense and in such measure to a “canonization? (Derrida 1992, 199). In the style of this interrogation a long series of questions arises, not ignored by the phenomenological debate and that became essential part of the phenomenological reflection itself, constituting the starting point for the themes representing the focus of this Philosophy Kitchen issue.

Does the thematizing consciousness possess among its possibilities the one of shedding light on its own passive foundation? Is there some room in the consciousness’ activity to conceive one’s own characteristic and one’s own passive constitution? If so, using which methods and strategies must phenomenology – and more in general a phenomenological form of philosophy – operate? And then, what kind of relationship does exist between the categorial shaping of experience and the historicity of categories themselves?

Such problematic turning points can be considered as critical starting point to reintroduce a study on passivity seen as that concept allowing the intellectuals who lived after Husserl to position the act of consciousness, that is to say placing it in a time, a history and a world. It is therefore possible, for a certain form of philosophy, to open toward areas of interest pretty far from the ones that Husserl himself would have questioned, analyzing in depth problems having to do with the aesthetic, historical-artistic, linguistic, political and ethical spheres, legitimizing concepts such “life” and “empathy” outside the field of the pure conscience, allowing them an autonomous development for instance in modern cognitive science.

Following such general outline, the theoretical reach or the interrogative potential that the theme of passivity possesses can be perceived. In fact, it allows to interrogate that general title or that “motto” of phenomenology that Husserl had found in intentionality to let us rather understand the intention of the whole phenomenological path, composed by manuscripts published posthumously as well as by the unpublished works and including Husserl’s path just as the interrupted trails or the tracks left by those who followed him.

The contributions we are going to gather in this Philosophy Kitchen issue have to be consistent with or pertinent to the phenomenological theme of passivity. Below we make a list of some among the different aspects or areas of interest that is possible to develop:

  • analysis, critical comment and philological reconstruction of Husserl’s notions composing the theme of passivity and its related concepts;

  • evolution of the theme of passivity in a transversal investigation throughout Husserl’s works;

  • the relationship between the notion of passivity and the emerging pre-categorical and ante-predicative foundation, the relationship between passivity, the plan of experience and that of judgement and, connected to the latter, the relationship by means of which the ante-predicative foundation is related to the issue of essences and logical-mathematical concepts intended as products of the consciousness’ activity;

  • the peculiar outline that the idea of passivity assumes if related to the reflection on historicity and subconscious, in other words dealing with the passive and affective constitution of consciousness;

  • the different interpretations and reading of the subsequent philosophy starting from phenomenology and the role played in them by the concept of passivity in its different forms: relationship between passivity and the concepts of life-world, temporality and historicity, alterity, empathy, and intersubjectivity;

  • the possibility to apply the Husserlian concept of passivity to issues developed by phenomenological aesthetics or philosophy of art, to the wide theme of language, to the ethical and political perspectives;

  • the possibility to apply the Husserlian concept of passivity to the ontological reflections on the concept of nature developed starting from a phenomenological approach.

 

Deadline for submission of proposals: June 30th 2019

Accepted languages: Italian, English, French and German

Procedure: send an abstract of up to 6000 characters, including the title of the article, an outline of its structure and an essential bibliography to redazione@philosophykitchen.com by June 30th, 2019. Proposals will be evaluated by the editors and editorial board and the results will be announced, by email, by July 30th, 2019, including a new deadline for the presentation of the article, which will undergo a double-blind review.

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