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Philosophy Kitchen

Liberalismi eretici. La “civile filosofia” dei liberali italiani

(V, n. 8, marzo 2018)

A cura di Giovanni Leghissa

 

Da qualche tempo alcuni autori italiani attivi nel campo disciplinare della filosofia stanno conoscendo una notevole fortuna all’estero, in special modo nell’area anglosassone. Si è così potuto parlare, addirittura, di una Italian Theory, da affiancare alla French Theory quale risorsa da mobilitare in vista della costruzione di un discorso critico sul presente. Per contro, risulta del tutto caduta nell’oblio, sia in patria che all’estero, una tradizione di pensiero legata al liberalismo la quale, in maniera forse ancor più marcata rispetto all’Italian Theory, ha sempre posto al centro del proprio discorso la necessità di riflettere sul senso della vita associata, sui fondamenti del buon governo, sulla legittimità del potere, sul nesso che lega libertà e giustizia, su ciò che funge da presupposto alla realizzazione di una vita democratica pienamente intesa.

In generale, si potrebbe dire che sin dalle proprie origini il discorso filosofico in Italia - potremmo, volendo, far cominciare questa storia con il De monarchia dantesco - ha legato le proprie sorti a una riflessione sul politico, e quasi sempre ciò è avvenuto a partire dalla necessità di indagare problemi concreti, strettamente intrecciati alla vita civile e politica della penisola o dei singoli stati che ne costellavano il territorio. Tuttavia, qui si vorrebbe porre l’accento su una peculiare linea di pensiero che, partendo dall’Ottocento, giunge sino alla prima metà del Novecento per poi in qualche modo insabbiarsi, lasciando il campo a dibattiti di tutt’altro genere, che sembrano non poter (o non voler) nemmeno comunicare con essa. Insomma, si tratta di una tradizione che pare non abbia lasciato eredi. I nomi di riferimento potrebbero essere i seguenti: Melchiorre Gioia, Gian Domenico Romagnosi, Carlo Cattaneo, Pietro Gobetti, i fratelli Rosselli, Gaetano Salvemini, Luigi Einaudi, Emilio Lussu, Ernesto Rossi, Bruno Leoni, Guido Calogero, arrivando fino a Norberto Bobbio. Dai nomi appena evocati, risulta chiaro che parlare qui di “tradizione” forse può apparire come una forzatura sul piano storiografico. Di fatto, però, è innegabile come sia riscontrabile la presenza di un legame che permette di accostare tra loro questi autori e di nominarli assieme - fino a formare una sorta di sequenza ideale. Qui di seguito, proviamo a formulare ciò che potrebbe costituire un provvisorio elenco degli elementi portanti del complesso di idee che li accomuna.

Impegno teorico a favore di una “civile filosofia” (l’espressione è del Romagnosi) che sappia interagire con i problemi concreti posti dall’arte di governo. Necessità di partire da un’antropologia di tipo realistico, svincolata dall’eccessivo ottimismo di matrice illuminista, ma nel contempo erede di esso. Tutto ciò vuol dire sia fiducia nell’educabilità degli umani, che si spera possano diventare cittadini responsabili e partecipi, sia consapevolezza del peso che hanno i pregiudizi, l’ignoranza, le conseguenze del malgoverno, assieme a quelle forme di propaganda che diffondono atteggiamenti e concezioni populiste, reazionarie, antidemocratiche. A questo aspetto si collega il tratto che forse davvero accomuna tutti gli autori sopra menzionati: la volontà, cioè, di articolare un discorso teorico mai astratto, mai votato all’edificazione di sistemi di pensiero, ma sempre aderente alla contingenza della fase storica in cui si trova a operare il soggetto chiamato a dar conto degli effetti che la propria teoria può eventualmente produrre. Ed è, questo tratto, ciò che nel contempo permette di convocare sulla scena il termine liberalismo. Si tratta di un liberalismo che potremmo definire “eretico”, se si considera il fatto che esso ha potuto, a un certo punto, dar vita a quello strano ossimoro che è il “liberalsocialismo”; ma è liberalismo autentico in virtù dell’insistenza sulla libertà individuale quale valore fondante della vita associata, una libertà che si riconosce indissolubile dalla giustizia e dalla necessità di porre al centro sia dell’agenda politica, sia dell’agenda teorica che su quella riflette, il problema dell’ineguaglianza sociale e della disparità nell’accesso alle risorse.

In relazione a tale peculiarità della tradizione liberale italiana che vorremmo individuare - e, forse, contribuire a “costruire” più che ricostruire storiograficamente, in un modo che non intende essere troppo artificioso - resta infine da chiedersi in che misura il pensiero di questi autori può essere considerato attuale. Certo, a prima vista questa sembra una domanda del tutto illegittima: legato alla contingenza di lotte politiche che non sono più le nostre, il pensiero degli autori sopra menzionati sembra offrirsi al nostro sguardo solo più come oggetto di studio rilevante in sede di storia della filosofia – o di storia del pensiero politico. Tuttavia, se consideriamo il dibattito filosofico contemporaneo, il quale sembra oscillare da un lato in direzione di questioni rilevanti solo sul piano gnoseologico e ontologico, dall’altro in direzione di una mescolanza di temi foucaultiani e temi di ascendenza marxista al fine di produrre un discorso critico la cui radicalità, a volte, è però solo retorica ed è inficiata da una notevole mancanza di rigore teoretico, ecco che dalla tradizione del liberalismo italiano ricaviamo forse delle lezioni ancora utili per definire la cornice critica entro la quale ripensare gli snodi problematici del presente.

Queste dunque le questioni a cui vorremmo che il fascicolo di “Philosophy Kitchen” tentasse di fornire un’articolazione:

  • rapporto tra democrazia, liberalismo e socialismo; rapporto tra economia di mercato, democrazia sociale e libertà fondamentali; più in generale, rapporto tra sfera dell’economico e sfera del politico (elemento, questo, di grande attualità, se si tiene conto che il regime neoliberale, dominante ormai da decenni su scala globale, funziona proprio in virtù dell’impossibilità di distinguere tra la sfera economica e quella politica);

  • come pensare oggi la questione della cittadinanza alla luce della tradizione liberale italiana, all’interno della quale è sempre stato chiaro che la cittadinanza non coincide con l’avere un passaporto, ma è il diritto di avere parte attiva sia nel mercato sia nel processo politico;

  • indagine degli aspetti libertari presenti nella tradizione liberale italiana;

  • liberalismo come fondazione etica della politica e della vita associata;

  • quali soggetti in vista della trasformazione? che senso avrebbe oggi, parlare di una “rivoluzione liberale”?

  • che ruolo ha giocato la filosofia di Croce in vista della definizione della tradizione liberale italiana del Novecento? e quale tensione ha potuto crearsi tra i liberali e i teorici dell’elitismo?

  • è possibile rinvenire incroci tra la tradizione liberale italiana e altre tradizioni di pensiero, in particolare quella anglosassone, sia dal punto di vista storico che dal punto di vista teoretico-sistematico? (gli autori stranieri che possiamo evocare sono: Stuart Mill, Russell, Hobson, Hobhouse, Dewey, Robert Dahl, Rawls, Walzer, Habermas e Dahrendorf).

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Blind Review: i contributi devono essere inviati in forma anonima e privi di indicazioni che possano lasciar trapelare l’identità dell’autore

Abstract inglese (1.500 caratteri)

Termine ultimo di consegna: 31 dicembre 2017

 

 

Heretical Liberalism? The Italian Liberals’ “civil philosophy”

(V, n. 8, mars 2018)

Edited by Giovanni Leghissa

 

Since some time, some Italian authors active in the field of philosophy are becoming successful abroad, especially in the Anglo-Saxon area. You can even talk about an Italian Theory, to work alongside the French Theory as a resource to call to action in view of a critical debate about the present. On the other side, the traditional thinking related to Liberalism seems completely forgotten, both at home and abroad, even if it focused maybe more than the Italian Theory on the need to reflect on the meaning of social life, on the foundations for a good government, on the legitimacy of power, on the nexus that connects freedom and justice, on what works as premise for a democratic life fully intended.

In general, it may be stated that since its own origins, the philosophic debate in Italy – and we could recognize its beginning in Dante’s De monarchia – tied its own fortune to the political reflection, and most of the time this happened starting from the need to investigate tangible problems, strictly intertwined to the civil and political life of the peninsula or the single states spread on its territory. However, here we would like to stress a peculiar way of thinking that, starting from the XIX century, reaches the first half of the XX century to be then buried in some way, leaving room for completely different kinds of debates, that don’t seem to be able (or to want) to communicate with the previous one. In conclusion, it’s a tradition that doesn’t seem having left successors. The related names could be the following ones: Melchiorre Gioia, Gian Domenico Romagnosi, Carlo Cattaneo, Pietro Gobetti, the Rosselli brothers, Gaetano Salvemini, Luigi Einaudi, Emilio Lussu, Ernesto Rossi, Guido Calogero, until Norberto Bobbio. From this list of names, it seems clear that talking about “tradition” may appear as a forcing on the historiographical level. Actually, it is undeniable the presence of a bond that allows to put together these authors and mentioning them together – until creating a sort of ideal sequence. Here below we are going to try formulating what could constitute a provisional list of the essential elements belonging to the complex set of ideas that brings them together.

Theoretical commitment in favor of a “civil philosophy” (an expression by Romagnosi) that could interact with the tangible problems originated from the art of government. Need to start from a realistic kind of anthropology, free from the excessive Enlightenment’s optimism, but at the same time its successor. All of this means both trust in the educability of humans, that hopefully can become responsible and active citizens, and awareness of the weight of prejudice, ignorance, misgovernment’s consequences, together with those forms of propaganda spreading populist, reactionary and undemocratic attitudes or ideas. To this aspect it is connected the feature that actually associates all the authors mentioned above: the will to articulate a theoretical debate that is not abstract, or aiming at building systems of thinking, but it is always pertinent to the historical phase in which operated the subject called to answer the effects that his/her own theory may produce. And at the same time, this feature is what allows to bring the term “Liberalism” into play.

It is a Liberalism that we could define “heretical”, if we consider the fact that at a certain point it created that weird oxymoron that is “Liberal socialism”; but it is an authentic Liberalism by virtue of the insistence on the individual freedom as fundamental value of social life, a freedom that is recognized as indissoluble from justice and from the need to put the issue related to social inequality and disparity to access the resources at the center of the political agenda, as well as of the theoretical one that reflects on the former one.

With relation to such peculiarity of the Italian Liberal tradition that we would like to identify – and, maybe, contribute in “building” rather than reconstructing historiographically, in a way that doesn’t want to be too artificial – the question remains to what extent these authors’ thinking can be considered contemporary. Certainly, at first sight this question seems completely illegitimate: related to the contingency of outdated political battles, the way of thinking of such authors seems to appear just as object of study relevant for the history of philosophy – or history of political thinking. Nevertheless, if we take into consideration the contemporary philosophical debate, that seems to swing from one side toward questions that are relevant just on the gnoseological and ontological levels, and from the other one toward a mixture of Foucauldian and neo-Marxist themes to produce a critical discussion whose radicalism is sometimes just rhetorical and nullified by a significant lack of theoretical rigor, this is when from the tradition of the Italian Liberalism we might obtain some lessons still useful to define the critical framework where the present’s complicated junctions can be rethought.

Therefore, these are the matters we would like to articulate in “Philosophy Kitchen”:

  • Relationship among democracy, liberalism and socialism; relationship among market economy, social democracy and fundamental freedom; more in general, relationship between the economic and political spheres (extremely contemporary element, if we consider that the neo-liberal regimen, dominating since decades globally, works exactly in virtue of the impossibility to distinguish the economic and political spheres);

  • How to think today the matter of citizenship in the light of the Italian Liberal tradition, that always made it clear that citizenship doesn’t correspond to the possession of a passport, on the contrary it is the right to participate actively in both the market and the political process;

  • Investigation of the libertarian aspects present in the Italian Liberal tradition;

  • Liberalism as ethic foundation of politics and social life;

  • Which subjects in view of the transformation? What would be, today, the sense of talking about a “liberal revolution”? Which role played Croce’s philosophy in view of the definition of the Italian Liberal tradition of the XX century? And what kind of tension was created between the liberals and the theorists of elitism? Is it possible to identify intersections between the Italian Liberal tradition and other traditions, in particular the Anglo-Saxon one, both from the historical and the theoretical-systematical points of view? (foreign authors that we can invoke are: Stuart Mill, Russell, Hobson, Hobhouse, Dewey, Robert Dahl, Rawls, Walzer, Habermas e Dahrendorf)

 

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Deadline: December, 31th 2017