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il_pensiero_dei_sensi_sitoSe si dovesse descrivere con un aggettivo Il pensiero dei sensi. Atmosfere ed estetica patica  – ultimo lavoro di Tonino Griffero – probabilmente quello più appropriato sarebbe “rocambolesco”. La nuova forma di fenomenologia che Griffero propone rappresenta infatti un percorso spericolato (in tutta la positività di questo termine rispetto alla tranquilla insignificanza di tanto pensiero filosofico contemporaneo) e denso di affascinanti rischi da correre per chi voglia dargli credito e provare a pensare un altro modo di intendere il nostro rapporto con le emozioni. La premessa da cui parte Griffero è la Nuova Fenomenologia di Hermann Schmitz, autore che ha dedicato il lavoro di una vita alla demolizione della linea filosofica maggiore, a partire dall’Odissea fino ad arrivare a Husserl. Oggetto della decostruzione schmitziana è l’interiorizzazione dei sentimenti e la conseguente costruzione di un soggetto come sfera psichica privata e separata dal mondo esterno, il cui rovescio della medaglia sarebbe poi quell’oggettivazione della natura operata durante la rivoluzione scientifica. «Partendo proprio dall’inizio», quindi, «si potrebbe dire che, ponendo al centro il corpo vissuto anziché l’incorporeo riferimento caro all’esistenzialismo, la Nuova Fenomenologia ridefinisce il filosofare come riflessione su che cosa si provi proprio-corporalmente nello spazio in cui ci si muove» (Griffero,  2016, p. 129). I riferimenti di Schmitz sono quindi i Presocratici in quanto rappresentanti di un pensiero che dava un corpo a tutto, psichico compreso, ma al contempo non rinchiudeva questo tutto nella cinta di mura di una coscienza, bensì lo intendeva come un insieme fluttuante di isole proprio-corporee esposte all’altrettanto corporea aggressione di forze numinose impersonali. Proprio queste ultime continueranno a percorrere la storia della filosofia sotto forma di diverse potenze più o meno definite, dalla dinamica polarizzata dei pitagorici e dalla riflessione paolina sullo Spirito alla mistica neoplatonica rinascimentale, fino a un autore come Ludwig Klages che in piena epoca contemporanea immagina «un mondo fatto di fenomeni dotati di un’anima immanente» (p. 85). Nella riflessione di Schmitz tali potenze perdono però quell’aspetto vitalistico e daimonico che le pervadeva e divengono vere e proprie “atmosfere” dal carattere quasi-cosale. Quando ci sono, le atmosfere esistono e ci aggrediscono all’improvviso, lasciandoci passivi e a volte addirittura disarmati. Quando però scompaiono non esistono affatto e non sono da nessuna parte, ma possono in qualsiasi momento manifestarsi di nuovo in tutta la loro precedente efficacia. Per Schmitz l’incontro con le atmosfere rappresenta quella “presenza primitiva” che fonda ed è la parte più autentica di qualsiasi esperienza personale, proprio perché non è scelta ma subìta e, come tale, ci colpisce con un’autenticità pre-riflessiva difficile da smentire.

Questo è il punto di ancoraggio tra la Nuova Fenomenologia e l’estetica patica, il cui primo obbiettivo è l’ampliamento del concetto di estetica a quello di esperienza atmosferica, poiché ogni esperienza è anche e sempre estetica e, allo stesso tempo, non esiste un’estetica pura disancorata dalla sua risonanza proprio corporea. Ma quest’ultima è sempre il risultato dell’incontro/scontro con un’atmosfera, e quindi il secondo obbiettivo dell’estetica patica è rieducare il soggetto al ruolo centrale della passività nella genesi dei nostri sentimenti intimi. Proprio a partire da quest’ultima considerazione diviene allora possibile riconfigurare completamente il concetto di emozione, per leggerla non più come un fatto privato e interiore bensì come un’effetto di risonanza di una determinata atmosfera o combinazione di atmosfere o, al limite, dell’assenza di atmosfera. «Vorremmo quindi chiederci [...] se la vita emozionale privata e collettiva [...] non sia più facilmente spiegabile alla luce dell’ipotesi (anti-introiettivistica) secondo cui i sentimenti non sono proprietà interne del soggetto psicologico, ma entità stabili, esterne e aggressive, intorno alle quali è il soggetto a dover ruotare: in altri termini, condizioni che sono nell’aria e che sono potentemente attive sul corpo vissuto, senza che sia necessario antropomorfizzarle o metafisicizzarle nella forma canonica di “valori”» (p. 97).

Estremamente interessante a questo proposito è il terzo capitolo, dove Griffero fornisce svariati esempi dell’applicazione dell’estetica patica alla sfera della politica. L’analisi prende avvio dalla disamina del concetto di “autorità” in quanto atmosfera e prosegue mostrando come la politica non vada ridotta a un insieme di valori introiettati o al risultato di influenze simboliche sulla sfera pubblica, ma al contrario vada letta come la reazione del singolo alla sollecitazione di specifiche atmosfere, a volte spontanee e, più spesso, create ad hoc. L’utilità di questa interpretazione risiede principalmente nella possibilità di individuare la genesi di una determinata atmosfera politica ma anche, soprattutto, nel potere di “disinnescarla” attraverso un depotenziamente della stessa atmosfera causato dalla sua introiezione ed elaborazione da parte del singolo. Ciò, per esempio, spiegherebbe la disillusione imperante nei confronti delle istituzioni non solo e non tanto come un deterioramento di un ipotetico “senso dello Stato”, quanto come il naturale e salutare vaccino nei confronti dell’aggressione di atmosfere potenzialmente manipolatorie quando non esplicitamente totalizzanti. La pars construens di questo approccio risiede poi nel non tramutare questo smascheramento del rischio insito nell’autorità politica in un rifiuto delle istituzioni, bensì, di nuovo, nel fronteggiare l’atmosfera di diffidenza innanzitutto attraverso la consapevolezza della sua concretezza quasi-cosale e, successivamente, nel gestire tale atmosfera con strumenti comunicativi che ne impediscano demogiche strumentalizzazioni o letture esclusivamente catastrofiste.

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Atmospheric Portraits by Alessio Albi

Altro esempio significativo della messa in opera dell’estetica patica Griffero lo fornisce nel quarto e ultimo capitolo, dove si occupa di ambienti urbani e, più nello specifico, di quel complesso insieme di fatti e pratiche che chiamiamo “abitare”. La premessa è sempre l’atmosferologia di Schmitz, secondo il quale «l’abitare è una forma di cultura-coltivazione dei sentimenti entro uno spazio che è recintato, e quindi (in senso lato) sacro» (p. 192). Per la Nuova Fenomenologia abitare significa, innanzitutto, “addomesticare” le atmosfere per arginarne la presenza primitiva perturbante. Abitare quindi come creazione di uno spazio privato – al pari di quello soggettivo – indispensabile a quel clima affettivo intenso e ricco di sfumature che ci fa, letteralmente, “sentire a casa”. Diviene quindi possibile orientarsi nella intricata selva di concezioni contemporanee dell’abitare se si tiene presente che il senso di intimità e di familiarità di un ambiente resta, secondo Griffero, una componente imprescindibile del concetto di house. «Un’atmosfera abitativa è giusta, ossia confortevole e intima [...] quando, in quanto “calco fedele del corpo vivo, senziente, percipiente e percepibile dell’abitante” (Vitta, 2008, pp. 23-24), diviene per lui un indispensabile ed esclusivo luogo di autorappresentazione» (p. 194). Da questo punto di vista l’estetica patica parrebbe quindi avere una posizione superata rispetto alla concezione post-moderna della casa, la quale stigmatizza come tardoromantica ogni forma di intimismo spaziale. E se la narrativa ottocentesca aveva già provato a ribaltare tale concetto, facendo della casa stregata il ricettacolo di forze oscure ed infestanti, resta però il fatto che in un’estetica patica l’atmosfera dell’abitare, così come le altre atmosfere, non si produce mai artificialmente, ma è anzi il risultato di un incontro quasi fortuito tra varie componenti spaziali e proprio-corporee, il cui successo in termini di confortevole intimità non è mai del tutto prevedibile. D’altro canto, precisa Griffero, bisogna stare molto attenti a «non identificare l’inaggirabile bisogno di un’atmosfera di intimità protettiva con una superficiale apologia del privato comfort piccolo-borghese» (Griffero, 2016, p. 205). A patto però che tale caveat non si tramuti poi in un’altrettanto pericolosa giustificazione di qualsiasi nomadismo e impersonalità abitativa, dal momento che l’anonimato di un centro commerciale o di un grande hotel, lungi dal farci sentire a casa in ogni luogo, come vorrebbe l’odierna retorica sulla globalizzazione, ci lascia invece completamente disarmati in balia delle atmosfere più perturbanti. Questione delicata dunque, quella dell’abitare, che in questo libro, grazie alla cornice dell’estetica patica, viene sondata a fondo e portata alla luce in una prospettiva originale.

In chiusura parrebbe utile spendere due parole su un aspetto leggermente critico della Nuova Fenomenologia, che è però certamente fecondo di interessantissimi sviluppi. Uno degli aspetti più affascinanti della Nuova Fenomenologia è quello di essere una forma di esternalismo, ovvero un pensiero che oltrepassa in toto il trascendentalismo soggettivo in favore di un’immanenza materiale di elementi che la filosofia ha sempre considerato di natura psichica interiore: i sentimenti. Questi ultimi sono il risultato dell’interiorizzazione di atmosfere originarie che devono per così dire “ancorarsi” a un elemento: un libro, un landscape, uno sguardo. Ciò implica che nella versione di Schmitz le atmosfere si manifestino al soggetto sempre grazie a una relazione, e quindi che la Nuova Fenomenologia sia un pensiero che privilegia l’anteriorità della relazione rispetto ai relati. Tale primitività delle relazioni rispetto ai soggetti è una delle caratteristiche portanti di ogni esternalismo. In alcune interpretazioni della Nuova Fenomenologia parallele a quella di Schmitz, come per esempio quella di Gernot Böhme, questa primitività parrebbe però essere messa in discussione dalla proprietà degli oggetti e dei soggetti non solo di fungere da punto di ancoraggio per le atsmofere, ma anche di esserne veri e propri produttori. I soggetti e gli oggetti diverrebbero così possessori di proprie atmosfere specifiche, e ciò sembrerebbe invertire l’inerzia in favore della primitività dei relati rispetto alla relazione. In altre parole, sotto questo aspetto la Nuova Fenomenologia mostrerebbe dei punti in comune con il nuovo realismo e, in particolare, con la object oriented ontology. Non che ciò debba necessariamente costituire un problema, e tuttavia si tratta di un elemento spurio che potrebbe rischiare di far perdere alla Nuova Fenomenologia parte della sua originalità e della sua efficacia.

di Giacomo Foglietta

 

 

Bibliografia

Vitta, M. (2008). Dell’abitare. Corpi spazi oggetti immagini. Torino: Einaudi.