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Emilio Isgrò, Una indivisibile minorata (2010)

Law & (dis)order. Norma, eccezione, fondamento

(IV, n. 7, settembre 2017)

 A cura di Mauro Balestrieri e Alberto Giustiniano

 

La legge, è stato detto, è “sovrana”. Da quando il poeta Pindaro nel VI secolo a.C. espresse questo fulminante pensiero, l’intera tradizione occidentale, da Aristotele a Cicerone, da Heidegger a Schmitt, non ha smesso di interrogarsi sugli ambivalenti rapporti che congiungono diritto, forza e violenza. La legge, è stato anche detto, è “sottile”: nel suo instaurarsi quale potere diffuso, impercettibile, radicato nell’operare delle istituzioni e delle direzioni di coscienza, essa ha finito per governare l’individuo prima ancora che questi ne divenisse consapevole. La legge, ancora, è “chiara” (o doveva essere chiara), proclamavano i giacobini rivoltosi nel 1789 demolendo le oppressive costumanze dell’ancien régime. La legge, infine, è “oscura”, ineffabile, nascosta nelle pieghe del tempo e nella tradizione immemorabile, replicava invece la Scuola storica tedesca adagiandosi sull’autorità millenaria del diritto romano. Ancora oggi pare quasi impossibile affrontare de visu il senso e il valore della parola ‘legge’ e il suo rapporto con ciò che da fuori dovrebbe direzionarne l’azione, la giustizia. Nella poliedrica formazione che sta, molto più che in passato, al cuore del contesto politico ed economico globale il suo valore sembra assente.

Un primo punto, a tal proposito, merita particolare attenzione. In perfetta continuità con la diffusione sconfinata nel planisfero degli affari economici e commerciali, la legge, molto spesso, appare relegata al ruolo di semplice strumento. Nel ritagliarsi fittiziamente uno spazio di indipendenza e di specialismo, essa in realtà sembra perseguire fini che stanno al di là della sua immediata consapevolezza. Sempre più impiegata per accrescere l’estensione del mercato finanziario, la legge è la “magnifica marionetta” di una nuova forma di sovranità, se così si può dire, del tutto sconosciuta nei secoli passati, che fa dei grandi studi legali o delle più importanti riforme costituzionali nient’altro che delle tappe, docili o meno, in linea o meno, rispetto a un modello che prima ancora di essere semplicemente gius-economico è, soprattutto, esistenziale. In questo senso, come diceva Foucault, la società attuale ha smesso di essere una società giuridica. Non si combatte più per la legge, come la storia della tradizione politica moderna poteva aver insegnato, ma per la posizione politica che può, a monte, realizzarne la disponibilità. Il diritto “decade”, così, a semplice “strategia politica”, permane semplicemente come “utensile tecnologico”, come marchingegno privo di una ragione intrinseca all’infuori di quella neoliberale e calcolante. Eppure, occorre anche dire, la legge non può non possedere un’identità. Pur quando strettamente incanalata in una direzione politica che la trascende (e, forse, la supera), essa continua a rappresentare il prodotto di una riflessione capillare e particolareggiata, lo specchio di una forma di pensiero culturale che proprio nell’empiria del caso concreto ha visto nascere il proprio originale approccio intellettuale. E non è un caso, proprio per questo, che i giuristi si riferiscano alle materie che insegnano utilizzando il termine ‘discipline’: esse sono la prosecuzione di una normatività del pensiero che sta chiusa in settori e ambiti di sapere fin dalla loro genesi radicati nell’ontologia del vissuto concreto.

Qui si incistano, allora, alcuni dei temi più interessanti che l’odierno dibattito politico impone, con sempre maggiore gravità, all’attenzione del filosofo e non solo.

Come il clima globale dei più disparati attentati terroristici sta oramai mostrando, l’interrogativo su quale sia oggi il ruolo della legge si intreccia con il progressivo incrementarsi della tensione nazionale e internazionale, con la dichiarazione di misure eccezionali o dei numerosi provvedimenti “estemporanei”, in breve con tutte quelle pratiche securitarie che si agitano al di fuori di una ragionata programmazione politica, e purtuttavia, incidono nella sfera della privata e individuale libertà personale. In questo senso, e parallelamente, quale posto può occupare oggi la legge nel suo compito di istanza di governo del sociale, ciò soprattutto alla luce dell’attuale contesto differenziato e frammentario, privo di omogeneità, e indebolito sempre più dalle logiche della paura e dello scontro civile? Che ne è del diritto internazionale in un’epoca in cui sfumano i confini tra tempo di pace e tempo di guerra? E che ne è del diritto quale fondamento della distinzione tra pace e guerra?

Ma non solo. Cambiando radicalmente angolazione, davanti alle nuove frontiere del post–umano, nella privatezza dei letti di ospedale o nella scelta genitoriale di avere un figlio, la legge sembra atteggiarsi in modo diretto e allo stesso ambiguo. Consentire o impedire la nascita e la morte di un individuo inscrive il dibattito sulla legge al cuore delle più forti diatribe etiche. Essa, si può dire, oscilla davvero tra l’essere un mero mezzo a-valutativo teso all’esecuzione di una volontà politica o, al contrario, l’incarnare un dispositivo di regolazione e controllo del vivente dotato, del tutto all’opposto, di una profonda riserva di senso. Questioni come il fine-vita, l’interruzione di gravidanza, la regolazione sulla proprietà del proprio sangue e dei propri organi posizionano la riflessione giuridico-filosofica attuale di fronte a un confine impercettibile, ma rischioso: quello che passa tra l’essere oggetto di diritti o soggetti di diritto, di modo che a venire messi in discussione sono non soltanto i cosiddetti valori dell’uguaglianza, del diritto alla vita e della dignità, ma più a monte il senso stesso di un governo del vivente e delle sue infinite possibilità di esistenza.

Di fronte a tutto questo, allora, l’empiria dei casi concreti non può che aprire un varco imponente verso il senso, o più ancora verso il progetto intellettuale perseguito dalla legge. Qual è, infatti, il suo fondamento, la riserva intellettuale che ne determina il processo di funzionamento? Quale forma ha il diritto nella sua origine storica, filosofica e politica? Di fronte al proliferare di emblemi, simboli e figure, il diritto diviene oggi il veicolo di una nuova forma di cogenza, espressa attraverso la forza del finzionale: da elementare dispositivo retorico, essa diviene forma prima del fondamento della logica giuridica (fictio iuris). In questo amplissimo dibattito, si ritrova nuovamente l’emergere di analisi archeologiche, antropologiche, psicoanalitiche volte allo studio dei miti fondatori della civiltà occidentale, o, analogamente, a studi che interrogano il diritto alla luce del progressivo stratificarsi delle esperienze mondiali in un’ottica storica e comparatistica. Ma fino a quando è possibile catturare l’originaria sfuggevolezza del nòmos e fino a che punto il discrimine tra de jure e de facto si lascia racchiudere in miti fondativi dell’originario?

Il percorso che accompagna l’emergere della legge nel pensiero storico, filosofico e antropologico è allora innanzitutto un percorso di scoperte e di invenzioni, ma anche di cambiamenti repentini e di scosse politiche. La legge è il luogo della forza e della cogenza, si ripete, ma forse anche dell’aporia. In questo “confine sconfinato”, si apre la necessità di una nuova interrogazione sul diritto che si focalizzi su ciò che esso ha da sempre detto e, forse, sempre potrà dire all’agire dell’uomo, alla sua dinamica esistenziale e al suo orizzonte politico.

 

Temi:

  • legge, forza, violenza: l’ambivalenza del concetto di Gewalt nella riflessione filosofico- giuridica otto-novecentesca
  • il pensiero del nòmos: lo statuto della legge nel contesto geopolitico internazionale
  • la nozione di “stato di eccezione” nelle sue implicazioni giuridiche, politiche e filosofiche
  • il processo securitario alla luce della crescente instabilità geopolitica
  • la tradizione giuridica occidentale nella sua stratificata evoluzione storico-filosofica
  • il concetto di tecnica
  • bioetica e governo della vita
  • diritto e paradigma immunitario
  • l’elemento finzionale del diritto, il suo statuto genetico, in breve: la disputa sul fondamento (immanente o trascendente) della norma
  • diritto ed economia: neoliberalismo, governance e soft law tra sovranità pubblica e ordine internazionale
  • legge e ontologia
  • il rapporto antinomico tra diritto e giustizia

 

Indicazioni generali:

Regolamento

Norme editoriali

Layout articolo

Numero caratteri: 20.000-40.000 (formato .doc)

Blind Review: i contributi devono essere inviati in forma anonima e privi di indicazioni che possano lasciar trapelare l’identità dell’autore

Abstract inglese (1.500 caratteri)

Termine ultimo di consegna: 15 luglio 2017

 

Law & (dis)order. Rule, exception, foundation

(IV, n. 7, september 2017)

A cura di Mauro Balestrieri e Alberto Giustiniano

 

Law is ‘sovereign’, it has been said. Since the poet Pindar expressed this fulminating thought in the 6th century B.C., the whole western tradition, from Aristotle to Cicero, from Heidegger to Schmitt, hasn’t stopped raising questions about the ambivalent relationship connecting law, strength and violence. It has been said that law is ‘subtle’ too: establishing its widespread, imperceptible power, rooted in the institutions’ actions as well as in the directions of consciousness, it ended up ruling over the individual before this one even realized it. Furthermore, law is ‘clear’ (or it should be clear), as the riotous Jacobins declared in 1789 demolishing the oppressive customs of the Ancien Régime. Finally, law is ‘obscure’, ineffable, hidden in the folds of time and in the immemorial tradition, responded the German Historical School easing down on the thousand-year-old authority of Roman law. And to this day, it seems almost impossible confronting face-to-face the meaning and value of the word ‘law’ as well as the relationship with what should guide its actions from the outside, justice. In the multifaceted formation that is at the core of the global political and economic context much more than ever before, its value appears absent.

Concerning this matter, a first point deserves particular attention. Consistently with the boundless spread in the field of economic and commercial business, law often looks relegated to the role of simple tool. Fictitiously carving out an independent and specialized place, it actually seems pursuing aims beyond its immediate awareness. More and more employed to increase the financial market’s extension, law is the ‘magnificent puppet’ of a new form of sovereignty, if one may say so, completely unknown during the past centuries, making the big law firms or the most important constitutional reforms nothing but stages, tame or not, in line or not, with respect to a model that is, even before legal/economic, above all existential. In this sense, as Foucault affirmed, the present society can no longer be defined a legal one. Today you don’t fight for the law, as the history of modern political tradition might have taught, but for the political position that can first of all fulfill availability. In this way law ‘degenerates’ into ordinary ‘political strategy’: currently, it just persists as simple ‘technological instrument’, as contraption lacking an intrinsic reason except the neoliberal and calculating ones.

Yet, it must also be said that law can’t lack an identity. Even when strictly channeled into a political direction transcending it (and, perhaps, exceeding it), law keeps representing the product of a widespread and detailed reflection, the mirror of a cultural way of thinking that gave rise to its own intellectual approach precisely in the empirical feature of the specific case. And it is not a coincidence if that is exactly why lawyers define ‘disciplines’ the subjects of their teaching: those are the continuation of a normativity of thinking that is enclosed within sectors and fields of knowledge rooted in the ontology of the concrete past since their origin.        

To such context, then, belong some of the most interesting themes that the current political debate imposes, with growing seriousness, to the philosopher’s attention and not only.

As the global climate of the different terrorist attacks is already showing, the questions concerning what is the role of law today intertwines with the progressive increase of both national and international tensions, with the announcement of exceptional measures or the many ‘extemporaneous’ provisions, briefly with all those safety measures agitating outside a reasoned political organization, and nevertheless affecting the private and individual personal freedom. In this respect, and in parallel, what place can law occupy today performing its task as social institution of the government, especially in the light of the present context, that is differentiated and fragmented, lacking in homogeneity, subject to international terrorism and weakened by both the logic of fear and civil conflict? What about international law at a time when the boundaries between peacetimes and wartimes dramatically fade into each other? And what about the law itself as the fundament distinction between peace and war?

And that’s not all. From a totally new perspective, in front of the new frontiers of the post-human, in the privacy of hospital beds or in the parental choice to have a baby, law seems to behave in a direct and ambiguous way at the same time. Allowing or preventing life and death of an individual places the debate concerning law at the core of the most heated ethical discussions. It could be said that it actually swings from being a mere a-valuative means aimed at executing a political will to, on the contrary, embodying an adjusting and control device of the living provided with, completely opposite, a deep reserve of sense. Matters like the end-of-life, the termination of pregnancy, the regulation of blood and organs’ ownership, position the present legal-philosophical reflections in front of an imperceptible but risky border: the one between being object of law and subject of law, so that not just the so-called values of equality, right to life and dignity are called into question, but also the sense itself of a government of the living and its unlimited possibilities of existence.         

Considering all of this, then the empirical specific cases can only break through towards sense considerably, or even more towards the intellectual project sought by law. In fact, what is its foundation, the intellectual reserve determining the operation process? What kind of form has law in its historical, philosophical and political origin? As emblems, symbols and figures proliferate, nowadays law becomes the vehicle of a new form of cogency, expressed by the power of fiction: it turns from elementary rhetorical device to first form of the foundation of the legal logic (fictio iuris). In this wide-ranging debate archeological, anthropological and psychoanalytical analysis come to light again, aimed at studying the founding myths of western civilization or, similarly, examining the law in view of the progressive stratification of the global experiences from an historical and comparative perspective. But how much is it possible to capture the original elusiveness of the nòmos, and to what extent the discriminating factor between de jure and de facto allows to be embraced in founding myths of the original?

Therefore, the process accompanying the rise of law in the historical, philosophical and anthropological thought is above all made of discoveries and inventions, but also of sudden changes and political shocks. Law is the place of strength and cogency, we repeat, but maybe of aporia too. In this ‘boundless boundary’ the need of a new study of law emerges, focused on what law always expressed and might always express to human actions, to its existential dynamics and political horizon.

Topics:

  • law, strength and violence: the ambivalence in the concept of Gewalt in the legal-philosophical reflection of the 19th and 20th centuries
  • the thought about nòmos: the theoretical foundations of law in the geopolitical international context
  • the notion of ‘state of exception’ in its legal, political and philosophical implications
  • safety management in the light of the increasing terrorist attack emergency
  • the western legal tradition in its stratified historical-philosophical evolution
  • the concept of technique
  • bioethics and the government of life
  • law and the paradigm of immunity
  • the fictional element of law, its genetic status, briefly: the debate about the (immanent or transcendent) foundation of rule
  • law and economy: neoliberalism, governance and soft law between public sovereignty and international order
  • law and ontology
  • the contradictory relationship between law and justice

 

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Deadline: July, 15th 2017

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