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Wargames. Strategie, relazioni, rappresentazioni

(II, n. 3, settembre 2015)

 

“Mai più guerre!” per lunghi decenni, la coscienza collettiva europea dopo le due guerre mondiali e quella americana dopo la guerra del Vietnam ha trovato in questo motto una fonte di ispirazione duratura ed efficace. Tale atteggiamento antibellicista non nasceva però da una riflessione razionale sull’opportunità di scegliere altri metodi, diversi dalla guerra, per dirimere le controversie. Esso nasceva da un moto di ripulsa e di disgusto: l’insensatezza della guerra è apparsa a molti come qualcosa che non ha bisogno di essere discusso e che può presentarsi in tutta evidenza semplicemente ponendo mente all’immane carico di sofferenze patite da milioni di uomini e donne a causa della guerra stessa.

Tuttavia, su scala globale la guerra continua ad essere praticata, coinvolgendo sia forze regolari che forze militari private, e il fatto che molte azioni belliche avvengano sotto l’egida delle Nazioni Unite e abbiano la forma di azioni di peace keeping non modifica la fenomenologia dello scontro bellico.

Da qui la necessità di porre alcune domande, alle quali probabilmente non sarà possibile dare una risposta semplice, ma che meritano di essere se non altro formulate con chiarezza.

Una domanda, fondamentale deve precedere ogni discussione sul tema: perché la guerra? Perché risulta ancora inevitabile/conveniente/opportuno/razionale porre fine al conflitto cioè alla negoziazione e alla mediazione e passare al confronto armato? Tale domanda fa nascere la necessità di convocare sulla scena i risultati di quei saperi che mostrano cosa accade quando gruppi e individui esplorano la possibilità di mantenere aperta la strada alla negoziazione. Si rendono così visibili casi concreti di soluzioni alternative alla guerra, a partire da concrete esperienze compiute sul campo in regioni dove il tasso di conflittualità è molto alto e dove la guerra è sempre apparsa o appare tuttora come la soluzione più semplice e ovvia.

La seconda domanda riguarda la natura della guerra, i suoi scopi e le modalità con le quali viene condotta. Oggi non si può più parlare di guerra nei termini in cui lo si faceva fino a pochi decenni fa, tant’è che l’espressione “guerra asimmetrica” tende a descrivere un insieme di comportamenti bellici assai variegato e, per certi versi, inedito. Una parte importante della riflessione sulla guerra deve pertanto dare conto di queste trasformazioni. Qui se ne indicano solo due, a scopo esemplificativo. È mutato il senso del rapporto tra forze belligeranti e territorio: se il nemico è un’organizzazione terroristica transnazionale, è difficile pensare a un nemico che abita un territorio il quale va occupato al fine di renderne inoperante la capacità di offesa. Parimenti, è mutata la cornice temporale entro la quale condurre le operazioni militari. Non c’è più una guerra dichiarata, che comincia l’ora x del giorno y e che finirà quando uno dei due belligeranti si dichiarerà vinto (o verrà annientato). La guerra attuale sembra diluirsi in un tempo senza fine, in un eterno presente in cui lo stato di eccezione sembra diventato la norma.

Tuttavia, non pare opportuno sottolineare troppo il carattere “nuovo” delle guerre attuali soprattutto se ci si riferisce alla cosiddetta “guerra al terrorismo”. Questa, infatti, è un’espressione alquanto fuorviante. Come sa qualunque capo di stato maggiore di qualunque esercito regolare, nessuna forma di terrorismo può essere vinta con strumenti meramente militari, quand’anche a impiegare tali mezzi fosse un esercito addestrato solo per combattere “guerre asimmetriche”. La questione del “terrorismo internazionale” merita di essere discussa in termini innanzitutto politici, deve cioè indurci a riflettere da un lato sui valori che intendiamo opporre a chi, in virtù dell’azione terroristica, quei valori vorrebbe distruggere, dall’altro sulle misure di politica internazionale (che certo possono anche implicare una componente militare) che intendiamo adottare per combattere il terrorismo.

In secondo luogo, abbagliati dall’idea che le “guerre asimmetriche” siano più “soft” se paragonate alle ben più impegnative guerre tradizionali, non dovremmo mai dimenticarci che non è davvero pensabile una guerra che non sia risolutiva, che non sia in grado di far nascere una condizione diversa da quella in cui i belligeranti si trovavano prima del suo inizio. E questo non solo perché nell’immaginario collettivo degli occidentali la guerra viene pensata, da sempre, sul modello del duello, ovvero a partire dall’idea che la guerra deve portare a mostrare, una volta conclusa, che la forza del vincitore è tale da comportare l’impotenza del perdente (impotenza che sovente significa morte). Ma anche perché vi è sempre la possibilità che si debba tornare a combattere una guerra di tipo molto tradizionale (anche se tra i teatri in cui si svolgerà vi sarà anche il cyberspazio, sovrapposto e intrecciato a un territorio rappresentabile grazie a una carta geografica). Basti pensare a cosa accadrebbe se una potenza dotata di armi nucleari decidesse di farne un uso tattico: già questo sarebbe probabilmente sufficiente per scatenare un coinvolgimento militare di proporzioni enormi, ben al di là di una scala locale.

Infine, va articolata la questione del rapporto tra la guerra e le sue rappresentazioni. In primo luogo, vanno qui misurate continuità e rotture all’interno dell’immaginario. Il racconto mediatico della guerra odierna non è identico alla narrazione degli eventi bellici che si trova in Tucidide, ma in entrambe i casi si mostra come sia impossibile, entro la tradizione a cui apparteniamo, fare una guerra senza raccontarla, senza cioè costruire una narrazione della guerra che investa quest’ultima di un significato condiviso. In secondo luogo, e in maniera forse prioritaria, si tratta di interrogare lo statuto che ha, oggi, il sapere degli strateghi, inteso come quel sapere sulla guerra che serve non solo a rappresentare, grazie alla simulazione, gli scenari di ogni guerra possibile, ma anche a definire la portata e i limiti di un’attività che deve avere un senso le guerra diventa un’opzione plausibile e praticabile, infatti, solo dopo che si sia stabilito uno specifico orizzonte strategico, ma stabilire quest’ultimo implica il ricorso ad un insieme di argomenti utilizzabili di fronte all’uditorio universale. Sapere variegato, quello dello stratega è un sapere che mescola varie discipline (dalla climatologia alla storia delle religioni, dall’econometria all’antropologia culturale, dalla scienza delle finanze al diritto internazionale, dallo studio delle relazioni internazionali alla geopolitica). E una filosofia critica, attenta al modo in cui i saperi si mescolano tra loro e al modo in cui da tale ibridazione scaturiscono effetti specifici sui processi di soggettivazione, non può non interessarsi al sapere che serve ai generali per studiare, concepire, definire, classificare e infine condurre le guerre.

 

In sintesi, ecco punti su cui vorremmo si discutesse nel numero presente:

  • la guerra nelle rappresentazioni collettive: guerra e media, guerra come tabù, guerra come specchio su cui si proiettano immagini dell’alterità, la guerra e la costruzione delle identità collettive;

  • la guerra e la violenza: antropologia dello scontro bellico, cornici culturali della violenza bellica;

  • la guerra nella filosofia: la riflessione sulla guerra tra oriente e occidente, il pensiero liberale e la guerra, compatibilità tra guerra e democrazia;

  • la guerra e i modelli di razionalità: il sapere strategico come forma di razionalità, la guerra come organizzazione e come istituzione, i saperi che servono a pensare e a condurre la guerra, posizione del sapere strategico entro l’enciclopedia;

  • la guerra e “noi”: attualità della geopolitica, l’Occidente e i suoi nemici, come i nemici dell’Occidente vedono l’Occidente;

  • alternative alla guerra: possibilità e limiti di un pensiero della pace, concrete esperienze di gestione dei conflitti senza guerra.

 

Indicazioni generali

Regolamento

Norme redazionali

Layout articolo

Numero caratteri: 20.000-40.000 (formato .doc)

Blind Review: i contributi devono essere inviati in forma anonima e privi di indicazioni che possano lasciar trapelare l’identità dell’autore

Abstract inglese (1.500 caratteri)

Termine ultimo di consegna: 30 august 2015

Wargames. Strategies, relationships, representations

(II, n. 3, settembre 2015)

 

“No more wars!” for many decades, the European collective consciousness after World War I and II, and the American one after the Vietnam War, has found in this motto an enduring and effective source of inspiration. Nevertheless such anti-war attitude did not arise from a rational reflection concerning the opportunity to choose different methods, apart from war, to settle conflicts. Indeed, it arose from a shared feeling of repulsion and disgust: the senselessness of war has appeared to many as something that doesn’t need to be argued and this seemed evident by simply considering the huge amount of suffering war itself caused to millions of men and women.

On the other hand, war is still practiced on a global scale, involving both regular forces as well as private military ones, and the fact that many military actions are conducted under the aegis of the United Nations in the form of peacekeeping operations does not alter the phenomenology of armed conflict.

This produces the necessity to ask the right questions, and even though they probably do not have a simple answer, nevertheless they need to be formulated clearly and with rigour.

A first essential question that has to precede any sort of discussion concerning this topic is: Why war? Why does it still seem unavoidable/convenient/suitable/rational putting an end to a conflict by opting for an armed confrontation? In order to approach this issue it is necessary to take into consideration the results of those studies that show what happens when conflicting parties decide to come to a negotiated solution. In this way, it becomes possible to analyze the positive experiences made by individuals and groups in regions where the rate of conflicts is significant and war has always appeared to be the simplest and most obvious solution.

Another question may concern the nature of war, its purposes and how it is waged. In the present day it has become impossible to have a discussion on war in the same way as we were used to decades ago, to the point that the very expression “asymmetric warfare” describes a diversified and, to a certain degree, an unprecedented series of attitudes related to war. For this reason, precisely, many debates engaging with war issues has to take in account such transformations. In this sense, two examples jump to mind. First of all, the meaning of the relation between armed forces and territory has changed: in the case where the enemy is a transnational terrorist organization, it is difficult to take into consideration the classical strategy consisting in the occupation of the territory in order to undermine the enemy’s capacity to attack. Similarly, even the time-frame within which military operations are conducted has changed. There is no longer a declaration of war, starting at a certain hour of a specific day and ending when one of the two belligerent parties surrenders (or is annihilated). Nowadays war seems to dissolve in an endless time, in an eternal present where the state of exception appears to be the norm.

However, it seems inappropriate to stress the “new” character of current wars excessively above all referring to the so-called “war on terrorism”. It is indeed a very misleading expression. As any regular army Chief knows, no form of terrorism can be defeated by using merely military means, even if they were employed by a qualified army trained to fight an “asymmetric warfare”. The issue concerning “international terrorism” needs to be discussed primarily in political terms, meaning that, firstly, it has to induce us to reflect on the values we mean to oppose to those who, by virtue of the terrorist act, would like to destroy such values. Secondly, it has to keep us thinking about the measures (that obviously can include a military component) that international politics intends to adopt to fight terrorism.

Furthermore, blinded by the idea that “asymmetric warfare” is “softer” than the more demanding traditional conflicts, we should never forget that a war which is not decisive and that is unable to generate a different condition from the one in which the opponents lived before it started, is not really conceivable. Not only because in the western collective imagination war has always been based on the model of a duel, in other words starting from the idea that the conflict has to prove, once concluded, that the winner’s power implies the impotence of the loser (impotence that often means death). But also because the possibility of having to fight once again a very traditional kind of war (even if it will be set in the cyberspace, superimposed and intertwined with a territory that could be represented on a map) is always present. Just imagine what would happen if a country that possesses nuclear weapons decides to make a tactical use of its arsenal: that would be enough to unleash a military conflict of huge proportions, well beyond the local scale.

Finally, the question concerning the relation between war and its representations has to be articulated. In the first place, it should be defined both the continuity as well as the breaks within the imagery. The present day accounts of war carried on by the media are quite far from the texts written by Thucydides, but both cases show how it is impossible, in our tradition, fighting a war without narration, in other words without building a narrative conveying a shared meaning to the conflict. And last but not least, it has to do with the investigation of which is today the status conveyed to the knowledge of strategists. The latter is understood as that kind of knowledge on war issues useful not only to represent, thanks to the use of simulations, the various scenarios of any possible war, but also to define both the impact and the limits of an activity that must have a meaningful sense. In this way, war becomes a plausible and viable option just after having defined a specific strategic horizon, a process that implies referring to a set of arguments to be used in front of a universal audience. The knowledge of the strategist is heterogeneous in its kind, combining different disciplines (from climatology to the history of religions, from econometrics to cultural anthropology, from finance to international law, from the study of international relations to geopolitics). A critical philosophy that pays attention to the way in which different forms of knowledge blend together and how such hybridization generates specific effects on the processes of subjectivation, can’t ignore the knowledge needed by generals in order to study, conceive, define, classify and finally lead wars.

 

Briefly, in the present issue we would like to engage the following topics:

  • war in collective representations: war and media, war as a taboo, war as a mirror on which images of otherness are projected, war and the origin of collective identities;

  • war and violence: anthropology of the armed conflict, cultural frameworks of the violence of war;

  • war in philosophy: the reflection on the conflict between the East and the West, liberal thought and war, compatibility between war and democracy;

  • war and rational models: strategic knowledge as a form of rationality, war as an organization and an institution, the essential forms of knowledge to conceive and lead wars, position of the strategic knowledge in the encyclopedia;

  • war and “us”: current geopolitics, the West and its enemies, the West seen by its enemies;

  • alternatives to war: possibilities and limits of peace thinking, actual experiences of conflict management without resorting to war.

 

General guidelines

Guideline

Editorial requirements

Layout Paper

Paper length: 3300 – 6600 words (or 20,000-40,000 characters) in .doc format

Blind Review: papers should be submitted anonymous and give no indication of the author’s identity

English abstract (250 words/1,500 characters)

Final date for submission: 30 August 2015

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